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Fornitore cinese di Apple viola le normative sul lavoro. Cook: «Non giova a nessuno»

Violazioni sugli straordinari, sui salari e su altre normative riguardanti il lavoro sono state scoperte dalla Fair Labor Association in due stabilimenti di Quanta, uno dei fornitori cinesi di Apple. L’organizzazione senza scopo di lucro che riunisce università, aziende e gruppi della società civile, ha avviato un’indagine condotta con la collaborazione di Apple nell’agosto dello scorso anno nelle fabbriche Quanta di Shanghai e Changshu, intervistando centinaia di lavoratori. In entrambi gli stabilimenti sono stati superati i limiti di legge per i giorni di lavoro (che prevedono 24 ore di riposo ogni sette giorni) durante i picchi di produzione.

In particolare nel centro di Changshu più della metà della forza lavoro totale – 62 per cento – ha lavorato una settimana senza pause almeno una volta nel quarto trimestre del 2012, con periodi di lavoro ininterrotto che sono arrivati a 16 giorni.
Si è riscontrato che entrambi gli stabilimenti di superamento dei limiti di legge ore di lavoro durante i periodi di picco di produzione, sulla base della sua revisione di 12 mesi di tempo record. Entrambe le piante erano “incoerenti” nel fornire pause di riposo di 24 ore ogni sette giorni. Nello stabilimento di Changshu, più della metà della forza lavoro totale – 62 per cento – ha lavorato sette giorni dritto, senza giorno di riposo, almeno una volta nel quarto trimestre del 2012. Irregolarità anche negli stipendi, con i neo assunti che hanno visto una riduzione del salario dell’80% nelle giornate di malattia, e quelli assunti da meno di due anni del 60%. In diversi casi, poi. È stato registrato un mancato pagamento degli straordinari. Una situazione che si inserisce, è bene ricordarlo, in un quadro dove, secondo i dati della stessa Apple riferiti allo scorso luglio, quasi il 90% degli operai ha lavorato 60 ore alla settimana.

Fornitore cinese di Apple viola le normative sul lavoro
Una situazione che non è difforme da quella di diverse altre aziende cinesi, soprattutto che si occupano di fornuture per il settore tecnologico. A puntare i fari su questa realtà era stato nel 2013 il New York Times, con un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche dei fornitori delle aziende americane di tecnologia. Ed Apple, che è l’unica azienda del comparto ad essere membro e a collaborare attivamente con la Fair Labor Association, si è sin da subito impegnata su questo fronte, iniziando a fare controlli mirati, in tutto quasi 500, una ventina dei quali solo nello scorso mese.

«L’eccessivo sfruttamento del lavoro straordinario non è nell’interesse di nessuno – ha detto in una nota il Ceo Tim Cook -. Noi continueremo a lavorare a stretto contatto con Quanta e i nostri fornitori per impedirlo».
Dalla ricerca della Fair Labor Association, però, molto lavoro resta ancora da fare. Ma si tratta di un fenomeno che, visto dalla Cina, sembra più complesso da affrontare e investe tematiche come lo spostamento nelle città dalle campagne, la migrazione interna in generale, e un mercato del lavoro che molto spesso offre situazioni ben peggiori rispetto a quelle delle grandi fabbriche che lavorano con partner occidentali. Ci hanno provato, qualche anno fa, due documentaristi italiani, Tommaso Facchin e Ivan Franceschini con una serie di interviste ai lavoratori di Foxxcon, tra i primi fornitori di Apple. «Dalle testimonianze che abbiamo raccolto possiamo dire che si tratta di una fabbrica in cui la pressione è sicuramente molto forte e i metodi di gestione del personale molto rigidi – avevano detto a Macity i due -. C’è da dire però che quasi tutti i lavoratori la preferiscono ad altre realtà marginali dove i salari sono più bassi, i benefit scadenti e le garanzie scarse. Nel resto del nostro viaggio abbiamo incontrato lavoratori che fanno dodici ore al giorno senza contare gli straordinari e non hanno giorni di riposo, né permessi».

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