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L’Intelligenza Autentica è l’IA secondo Woz. Il discorso ai neo-laureati della GVSU

Un silenzio perplesso dopo “Tutti quanti avete l’AI”. Steve Wozniak esordisce così nel suo discorso per i laureati della Grand Valley State University. Woz si applaude da solo e poi continua: “Actual Intelligence”, intelligenza autentica, gioco di parole sulla AI della sigla: artificiale o umana?

E continua: “Ho lavorato per un’azienda che ha capito come si fa a fare un cervello. Servono nove mesi”. Applausi a scena aperta.

Oggi tutti vogliono fare i commencement address, i discorsi del diploma dei college americani, e farsi riprendere mentre dicono cose intelligenti e fuori dalle righe. È sempre successo ma la “moda” è nata quando Steve Jobs tenne il suo famoso discorso “Siate affamati, siate folli” che, detto tra parentesi, per primo è stato “scoperto”, raccontato e tradotto integralmente da noi di Macitynet. Dopo una lunga lista di manager di tutte le grandi aziende tech, da Bill Gates a Tim Cook, è forse Woz quello che porta avanti meglio l’eredità di Jobs e del suo inimitabile discorso.

L’uomo che ha fatto il cervello di Apple

La Grand Valley State University è una università pubblica del Michigan, a Grand Rapids, cinquantamila studenti, nessuna pretesa di essere Harvard o Stanford. Ed è probabilmente per questo, con quel tono “autentico” e non da palcoscenico di lusso, che il discorso di Steve Wozniak ha funzionato così bene. Il Woz, come lo chiamano tutti, è salito sul palco per la cerimonia di consegna dei diplomi invernali, che si è tenuta il primo maggio 2026, e in quella occasione ha ricevuto anche un dottorato honoris causa in informatica.

Non è un caso, per uno che ha progettato di persona la scheda madre del primo Apple I nel 1976, a partire da quella piccola impresa fondata con Steve Jobs e Ronald Wayne in California.

Steve Wozniak, noi qui lo sappiamo bene, è una figura che nel mondo della tecnologia occupa un posto del tutto peculiare. Non è il visionario teatrale, non è il manager carismatico, non è nemmeno il miliardario del venture capital. È l’ingegnere che ha costruito le cose, che ha capito come farle funzionare, e che ha vissuto abbastanza a lungo da poter guardare tutto con una certa serenità ironica. Quella serenità è la sua firma, riconoscibile da decenni, e nel discorso di maggio 2026 è emersa in tutta la sua potenza comunicativa.

Il format del commencement address funziona meglio quando chi parla sa che non deve dimostrare niente. Jobs nel 2005 a Stanford era malato e parlava di morte come di una compagna di viaggio, il che rendeva il discorso urgente e autentico. Woz a Grand Rapids nel 2026 è stato semplicemente se stesso, il che non è una cosa da poco.

Steve Wozniak ricoverato in ospedale a Città del Messico
Steve Wozniak – Foto di Gage Skidmore da Wikipedia

Il gioco di parole che vale una tesi

La battuta sull’intelligenza artificiale è semplice, quasi disarmante. L’“AI” della sigla, che in inglese sta per artificial intelligence, diventa “actual intelligence”, intelligenza autentica, reale, biologica. Il gioco di parole funziona in inglese e perde qualcosa nella traduzione, ma il concetto è solidissimo: i laureati in quella sala avevano già in testa la cosa più sofisticata mai prodotta dall’evoluzione, e nessuna architettura transformer avrebbe dovuto fare loro sentire di essere meno di qualcosa.

Non si tratta di anti-tecnologismo né di luddismo da palco. Wozniak non può essere accusato di quello dopo aver dedicato la propria vita a costruire macchine. Ha firmato appelli contro le superintelligenze artificiali, ha parlato del rischio che le aziende sottraggano controllo agli utenti sostituendo la proprietà con l’abbonamento, come aveva detto in una recente intervista a Fox Business. Ma non ha mai smesso di credere nella tecnologia come strumento al servizio delle persone. La differenza è sottile ma cruciale: uno strumento serve chi lo usa, non il contrario.

Il riferimento alla gravidanza, i nove mesi necessari per costruire un cervello umano, è il punto di svolta del discorso. È una battuta, certo, ma una battuta che contiene una verità strutturale. Tutta la storia dell’intelligenza artificiale è la storia di un tentativo di imitare qualcosa che esiste già, qualcosa che si forma lentamente, che cresce, che si sbaglia e impara dagli errori in modi che ancora non sappiamo davvero replicare.

Il contesto non poteva essere più azzeccato

Il discorso di Wozniak arriva in un momento preciso. Il 2026 è l’anno in cui l’intelligenza artificiale è diventata pervasiva al punto che persino una cerimonia di laurea del Michigan non ne può fare a meno come argomento. È anche l’anno in cui Apple, l’azienda che Wozniak ha cofondato, sta ancora cercando di sistemare i ritardi di Apple Intelligence, il suo sistema di intelligenza artificiale annunciato con grandi promesse e poi rimandato più volte. Una ironia ulteriore che Woz, uomo di poche parole ma di molti sottotesti, non avrebbe bisogno di esplicitare.

Nella sala della Van Andel Arena di Grand Rapids, gli studenti che uscivano con una laurea in mano si trovavano di fronte a un mercato del lavoro in cui le domande sull’AI erano diventate quasi più frequenti delle domande tecniche nelle selezioni aziendali. Ottimismo o paura? Wozniak ha scelto l’ottimismo, non per convenienza ma per convinzione: ha trascorso cinquant’anni a costruire cose perché credeva che la tecnologia migliorasse la vita delle persone, e non ha alcun motivo per cambiare idea adesso.

Il tono del discorso, caldo, umoristico, privo della solennità un po’ gonfia che caratterizza molti commencement address di dirigenti aziendali, ha funzionato esattamente perché veniva da qualcuno che non aveva niente da vendere. Woz non stava lanciando un prodotto né cercando visibilità: stava semplicemente parlando a dei giovani laureati con la stessa franchezza con cui probabilmente parlerebbe a chiunque incontri in un corridoio.

L’eredità di Jobs e il passo in più

Il confronto con il discorso di Steve Jobs a Stanford nel 2005 è inevitabile e non si può aggirare. Il testo integrale di quel discorso, tradotto e pubblicato da Macity in tre puntate, è rimasto nel tempo come uno dei documenti più citati del mondo tech. “Siate affamati, siate folli” è una formula che ha attraversato vent’anni senza perdere forza, il che già dice qualcosa sulla qualità del testo originale. Ma Jobs parlava di se stesso, della sua storia, dei suoi tre aneddoti. Era un discorso personale reso universale dalla qualità dell’uomo che lo pronunciava.

Wozniak fa qualcosa di diverso. Non parla di se stesso se non en passant, come contesto per una battuta. Parla dei laureati, del mondo in cui vivranno, delle macchine che troveranno sul loro percorso. Il gesto retorico è opposto a quello di Jobs: invece di dire “guardate cosa ho fatto io, potete farlo anche voi”, dice “guardate cosa avete già, è più di quello che pensate”. Non è umiltà performativa, è una postura intellettuale autentica, che riflette cinquant’anni di lavoro accanto a persone brillanti senza mai sentire il bisogno di oscurarle.

Il fatto che Tim Cook nel 2019 a Stanford avesse già citato Jobs nel suo discorso mostra quanto il peso di quella tradizione sia ingombrante per chiunque venga dall’ecosistema Apple. Wozniak lo aggira con eleganza: non cita Jobs, non parla di Apple se non implicitamente, non si posiziona in una genealogia. Arriva con una battuta, rimane coerente per tutta la durata del discorso, e se ne va lasciando qualcosa di utile.

La formula della felicità e il pensiero originale

Una delle parti meno appariscenti del discorso, ma non per questo meno significativa, riguarda il valore del pensiero originale. Wozniak ha insistito sulla necessità di non lasciare che i sistemi automatizzati o l’entusiasmo collettivo per le nuove tecnologie sostituiscano il giudizio personale. È un invito alla sperimentazione e alla persistenza, coerente con la sua intera biografia: l’Apple I e poi l’Apple II non sono nati da un brief aziendale ma da una curiosità che non riusciva a smettere di fare domande. Costruire, sbagliare, ricominciare: questa è la formula che Woz ha vissuto e ha consegnato ai laureati come se fosse la cosa più normale del mondo.

Il discorso si chiude con un richiamo alla felicità come criterio orientativo nella vita professionale. Non la felicità come risultato del successo economico, ma come bussola per scegliere cosa fare. Anche questo è un tema che Jobs aveva toccato in modo diverso e con accento diverso, parlando di morte come motore delle scelte. Woz preferisce parlare di piacere del lavoro, di curiosità, di entusiasmo per i problemi tecnici. Meno drammatico, ugualmente efficace.

La Grand Valley State University non è Stanford. La Van Andel Arena di Grand Rapids non è il campus di Palo Alto. E forse è proprio per questo che il discorso di Wozniak funziona: perché in una sala meno pomposa, con studenti meno abituati ai grandi nomi della Silicon Valley, la semplicità autentica di quello che ha detto trova esattamente il suo spazio. Qualcuno in platea quel giorno si è alzato non solo con una laurea in tasca e il tocco sulla testa, ma anche con la sensazione di avere qualcosa di importante tra le orecchie. Non è poco, oggigiorno.


Tutte le notizie e gli approfondimenti sull’Intelligenza Artificiale sono disponibili a partire da questa pagina di Macitynet.

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