L’USB è un bel tipo: storia e prospettive di un formato immortale

Il nuovo MacBook Pro ha sancito l’addio all’USB tipo A, un connettore presente nei Mac da quasi vent’anni e che ha fatto la storia di Apple, e non solo. Una transizione dolorosa, ma inevitabile.

L’USB è un bel tipo: storia e prospettive di un formato immortale

L’Universal Serial Bus (conosciuto da tutti come USB) è una interfaccia che gli utenti Mac di vecchia data hanno imparato a conoscere ai tempi del primo iMac, il primo modello della seconda vita di Apple, che ha sancito il ritorno a casa di Steve Jobs e che ha (ri)lanciato Apple nel mondo dell’informatica casual e (allora) diversa.

Ma a dispetto delle voci che oggi gridano allo scandalo per la mancata presenza del connettore più utilizzando nella storia dell’informatica nei nuovi modelli, all’inizio le cose non andarono toppo bene: nel 1998 i computer, in particolare i Mac, erano perlopiù un accessorio da ufficio o da studio grafico, difficile trovarli in salotto o in camera da letto, dover sostavano i PC, più economici e adatti ad un settore con cui Apple non ha mai (davvero) legato, i giochi.

L’ingresso dell’USB nel mondo Mac (in versione 1.1) coincise con l’addio del connettore SCSI, un passaggio poco morbido che, se nel mondo Windows fu ben accolto (dove SCSI non è mai davvero arrivato) in quello Mac fu come un trauma.

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L’iMac Bondi Blue, il primo modello di iMac che aveva, tra le novità, la presenza di due connettori USB

A memoria d’elefante

USB aveva l’enorme vantaggio di poter essere collegato “a caldo”, il che significava poter attaccare e staccare il connettore a computer acceso, era più piccolo e poteva essere usato sia per unità di memoria esterne (dischi e chiavette) che per periferiche (mouse, tastiere, pad e più avanti iPod, iPhone e cuffie), ma aveva l’enorme svantaggio di essere molto lento (12 Mbps nominali contro i 40 dell’Ultra Wide SCSI).

Non mancò tanto che Apple affiancò a USB il FireWire, più costoso ma più capace di USB per dischi e unità di memoria, che già batteva 10 a 1 lo SCSI.

Ma la storia e la fama di USB, nonostante i primi mugugni, crebbe veloce aiutata sopprattutto dalla diffusione in ambito Windows, dove FireWire non è mai (davvero) arrivato. Nel 2000 arrivò il formato USB 2.0, retrocompatibile con USB 1 e 1.1 e capace di una velocità di trasferimento nominale di 480 Mbps, più o meno nel momento in cui Apple passò al formato FireWire 800 (che doppiava il primo FireWire in tutto, velocità compresa, ma aveva un connettore diverso).

Apple ci mise un po’ ad adottare il nuovo formato USB 2.0 che arrivò tre anni più tardi rispetto al mondo Windows, a mercato assai maturo.

Il formato USB 2.0 fu una rivelazione: sbocciarono HUB di tutti i tipi, praticamente qualsiasi accessorio era dotato di una porta USB e anche la serie di iPod, inizialmente basati su FireWire, passò a USB soprattutto per via della compatibilità con il mondo Windows, allora una chiave di svolta nel mercato.

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I primi modelli di iPod avevano un connettore FireWire, ma presto si passò ad un USB 2.0 per consentirne la diffusione anche nel mondo Windows

Mouse, tastiere, cuffie, diffusori, tavolette grafiche, lettori MP3, iPod, iPhone, iPad, orologi, dischi meccanici, dischi flash e chiavette o anche solo lampadine, ventilatori e accessori per l’uso intimo sono oggi venduti con un connettore USB. Sia che scambino dati con il computer oppure che attingano anche solo all’alimentazione del canale ad oggi un connettore USB è molto più universale, ad esempio, di uno a presa elettrica (che è soggetto al cambio di caratteristiche e forma di paese in paese).

USB, un bel tipo

Ma nonostante la diffusiore a macchia d’olio, a memoria di chi scrive ben maggiore di qualsiasi altro standard hardware presente nel mondo dell’informatica, la storia dell’USB non è priva di ombre, incomprensioni e aspetti controversi.

Il dualismo con SCSI e FireWire, seppure in ambiti specifici fu di breve durata, ma è innegabile che la storia lo riporti. Ben più controversa fu la storia dei connettori, di cui USB è ben farcita.

Il connettore Tipo A, quello che tutti conosciamo, rettangolare con un ingombro al centro, è il connettore USB tipico che sosta(va) lato computer.

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Il connettore USB Tipo A, qui a fianco a due connettori Thunderbolt e ad uno audio analogico

Si stima che fu un limite tecnico dell’epoca a determinarne la forma asimmetrica, che ancora oggi ne rende difficile l’inserimento in un computer (specie in un iMac), ma non fu l’unico. Anche la scelta di creare in contemporanea un secondo connettore USB tipo B, di forma quadrata, che tipicamente sosta lato device, si è rivelata nel tempo scomoda.

Aspetti secondari, o meno

Senza contare la poca precisione da parte di chi produce i cavi: un cavo USB 1.1 e 2.0 sono diversi tra loro internamente (ma usano gli stessi connettori) e possono vanificare alcuni vantaggi del secondo, me non è mai stata regolamentata una dicitura standard per avvisare gli utenti, che tipicametne una volta aperta la scatola non avevano modo di distinguere la differenza tra essi se non provandola sul campo.

A rendere le cose difficili sono arrivati altri connettori, sempre USB 2.0, probabilmente chiesti dai grandi produttori di computer e device per minimizzare gli spazi. Mini USB è stato il primo tentativo di sostituire il connettore Tipo B con uno più piccolo, che si è diffuso molto in fotocamere, dischi da 2,5”, videocamere e accessori come tavolette grafiche, mentre nel settore stampanti il vecchio connettore Tipo B ancora resiste.

A questo è succeduto il Micro USB, che ad oggi domina il mercato grazie alla diffusione nel settore smartphone (dove è divenuto uno standard) prima e accessori per smartphone poi (come diffusori e battery pack). Apple non ha mai creduto nel Micro USB preferendo imporre la propria variante prima in versione 6Pin e poi Lightning, il primo connettore seriale ad essere simmetrico.

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Il connettore Lightning fu il primo connettore seriale simmetrico

Ma se da un lato il tipo B ha ceduto il passo al Mini USB prima e Micro USB poi (con variante Lightning), il connettore tipo A è rimasto sino ad oggi immutabile, passando ad una versione 3.0 immutata esteticamente (ad eccezione dell’ingombro interno spesso di colore Azzurro) capace di portare una velocità dieci volte superiore all’USB 2.0, ma essendo retrocompatibile con essa e spesso anche con il vecchio standard 1.1. Dall’altro lato il Tipo B si è sdoppiato offrendo una variante normale e una Micro, esteticamente inguardabili, sempre asimmetriche ma molto funzionali ed economiche.

Questo per dire che si, l’USB è uno standard, ci potete collegare praticamente qualsiasi cosa, dal mouse all’Hard Disk, dal diffusore Bluetooth per la carica della batteria al ventilatore portatile. Però non è uno standard così facile, a pensarci bene: quattro versioni (1.0, 1.1, 2.0 e 3.0, la prima mai arrivata su Mac), otto connettori, tre cavi e tutti che si intrecciano l’uno con l’altro a dispetto degli utenti, che spesso sono lasciati a loro stessi e ad un cassetto pieno di cavi a cui è difficile dare un ordine.

Apple, in primis, ha avuto il coraggio e l’ardire di imporre un cambio, come è stato al tempo per il Floppy, per il CD/DVD e per altri formati hardware abbandonati.

USB-C, il nuovo che avanza

Il connettore USB 3.1 (chiamato anche Tipo-C) è un cambio davvero importante, e il nuovo MacBook Pro offre oggi un modello storicamente pari al primo iMac sotto molti punti di vista.

La prima novità è il connettore unico, da entrambe le parti: questo significa che un cavo potrà fare tutto, collegarsi a tutto, senza differenze (per ora, vedremo in futuro).

La seconda novità è che cavo e connettore sono simmetrici: potremmo collegare il cavo al connettore senza preoccuparci del verso, e lo stesso dalla parte del device, essendo le due parti identiche. In pratica il Tipo C è il connettore definitivo: considerando che l’attuale standard è comune anche con Thunderbolt 3, con differenze di prestazioni ma non di forma e design, ci aspetta un futuro più roseo, meno arrabbiature e un cassetto dei cavi più ordinato.

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Un cavo USB-C: due connettori identici e simmetrici

Infine anche dal punto di vista software le cose sono di certo migliori: un connettore USB 3.1 può veicolare una connessione dati con un disco esterno, una connessione di rete, pilotare un display esterno in 4K (o anaogico in VGA) e fornire anche una presa supplementare per il vecchio USB 3.0.

Certo, servirà più di qualche anno prima che il mercato si adegui al nuovo standard, che gli investimenti di produttori e utenti vertano sul nuovo formato invece che sui vecchi, probabilmente spenderemo parecchio in adattatori (qui una breve panoramica) che in aspirine quando li dimentichiamo a casa, ma chi scrive ha già passato questa fase tante volte, ed è ancora qui.

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I fan si muovono

L’USB 3.1, o USB-C come lo chiamano gli amici, è qui per restare, lo dice Apple, lo diranno tutti prima o poi. Brontoliamo pure, ma senza dimenticare che cosa abbiamo affrontato si qui.