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Facebook, chiesti a Meta 40 miliardi per lo scandalo Cambridge Analytica

La vicenda giudiziaria che vede contrapposto lo stato del Nuovo Messico a Meta ha vissuto una svolta clamorosa, destinata a lasciare un segno profondo nel settore tecnologico. Le autorità statali hanno chiesto formalmente a un giudice di ordinare al colosso di Menlo Park il pagamento di una sanzione colossale, stimata tra i 35 e i 40 miliardi di dollari.

Questa pesante mossa economica arriva in seguito a un verdetto emesso da una giuria popolare, la quale ha stabilito in via definitiva che la società guidata da Mark Zuckerberg ha ingannato e tratto in inganno i consumatori in merito alla gestione e alla tutela della privacy dei loro dati personali sulla piattaforma Facebook.

L’origine di questa complessa battaglia legale affonda le radici nel famigerato scandalo di Cambridge Analytica, la società di consulenza politica britannica — nota anche per il suo coinvolgimento nella campagna presidenziale di Donald Trump del 2016 — che riuscì a raccogliere in modo illecito e senza alcun consenso esplicito i dati personali di ben 87 milioni di utenti di Facebook. Sfruttando un’applicazione di terze parti, la società di consulenza è riuscita ad accedere a un enorme quantitativo di informazioni sensibili. Il verdetto della giuria, arrivato lo scorso 25 settembre, ha aperto la strada alla fase attuale, in cui il giudice Francis Mathew, che ha supervisionato e presieduto l’intero dibattimento a Santa Fe, è chiamato a determinare l’esatta entità della sanzione finanziaria.

La strategia legale: “Parlare a Meta nell’unica lingua che comprende: il denaro”

Nel corso dell’udienza cruciale tenutasi giovedì 1 ottobre, l’avvocata Randi McGinn, che rappresenta gli interessi del Nuovo Messico, ha illustrato le motivazioni dietro alla richiesta milionaria, argomentando con fermezza la necessità di una punizione esemplare. La normativa statale prevede teoricamente la facoltà di applicare una multa fino a un massimo di 5.000 dollari per ogni singola violazione riscontrata. Tuttavia, la stessa accusa ha ammesso che applicare integralmente tale tetto massimo moltiplicato per l’enorme mole di violazioni produrrebbe una sanzione sproporzionata, tale da infrangere le garanzie sul “giusto processo” sancite dalla Costituzione degli Stati Uniti.

Nonostante questo accorgimento costituzionale, la legale ha sottolineato che la cifra richiesta, compresa tra i 35 e i 40 miliardi di dollari — la quale equivale a circa il 20% delle sanzioni massime teoricamente applicabili in base alla legge locale — rappresenta il compromesso ideale. Secondo la pubblica accusa, una sanzione di tale portata riuscirebbe a incidere concretamente sul valore delle azioni e sulle finanze del gruppo, rispettando al contempo i limiti imposti dal diritto costituzionale. “Questo tribunale dovrebbe parlare a Meta nell’unica lingua che comprende, ovvero il denaro, e il valore del prezzo delle sue azioni”, ha dichiarato in aula la McGinn, rimarcando l’urgenza di una misura correttiva che colpisca la multinazionale dove le fa più male.

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Mark Zuckerberg, fondatore, presidente e CEO di Meta. Foto di Meta.

La difesa di Meta e le prospettive della sentenza

Di tutt’altro avviso è la difesa del colosso tecnologico, che ha respinto con forza le richieste della controparte definendole irragionevoli. Durante l’udienza, l’avvocato Matt Nicholson, legale di Meta, ha bollato la proposta dello stato come una “sanzione astronomica che violerebbe palesemente una serie di disposizioni costituzionali”. All’interno delle memorie difensive depositate in tribunale, l’azienda ha cercato di ridimensionare drasticamente le proprie responsabilità, esortando il giudice Francis Mathew a limitare e “capare” le eventuali multe a un tetto massimo di 3,45 miliardi di dollari.

I rappresentanti legali di Meta hanno sostenuto che, sebbene la giuria abbia formalmente ritenuto fuorvianti alcune delle dichiarazioni rilasciate in passato dalla società, i fatti dimostrano chiaramente che l’azienda non ha mai venduto i dati degli utenti a soggetti terzi. Inoltre, secondo la tesi difensiva, lo stato del Nuovo Messico non sarebbe riuscito a dimostrare in alcun modo che un solo consumatore sia stato effettivamente tratto in inganno o danneggiato dalle politiche sulla privacy adottate. La palla passa ora interamente nelle mani del giudice Francis Mathew, il quale ha annunciato che scioglierà la riserva e pronuncerà la sentenza definitiva entro la fine del mese in cors

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