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Microsoft, quella inconfessabile voglia di essere… Apple

È un’azienda fatta da migliaia di dipendenti, ricercatori, sviluppatori. Gente in gamba, gente tosta, alcuni geniali. Non potrebbe essere diversamente perché la Microsoft creata da Bill Gates ha fatto marciare il pianeta, distribuendo l’informatica personale nelle aziende e nelle case di miliardi di persone. Un capolavoro, con qualche pecca e qualche acciacco che ultimamente sono costati il posto a Steve Ballmer e hanno portato l’uomo nuovo (Satya Nadella) al vertice, per tentare il riscatto.

Si sa come vanno le cose nella Silicon Valley (e, per esteso, a Redmond): basta perdere il passo per un paio di trimestri e tutti dicono che sei condannato. Se poi la tendenza va avanti più a lungo, allora si comincia a temere che sia arrivata la fine. La fine di un’epoca, e poi la fine di un manager (Ballmer) e in ultimo la fine di un’azienda. La fine di Microsoft. Quindi chapeau se Bill e soci del consiglio di amministrazione sono riusciti a inventarsi una via di uscita, a cannibalizzare se stessi e reinventarsi con Nadella, trovando energia, determinazione e via di uscita dal loop nel quale erano precipitati.
Surface StudioPerò ieri sera, mentre nella redazione di Macity eravamo impegnati come sempre a macinare notizie e sui maxi schermi dell’area news nel palazzo dove ogni giorno e ogni notte i redattori vergano articoli e notizie passavano le immagini della diretta dell’evento di New York che ha lanciato due nuovi Surface, il vostro cronista non ha potuto non fermare le mani sulla tastiera e mettersi a pensare.

Microsoft che lancia un all-in-one per creativi, schermo touch su telaio mobile che si flette e si sdraia, laptop potente per esprimere la creatività anche in movimento, oggetti per gestire il 3D e integrare il mondo digitale con quello analogico grazie alle Hololens e alla funzione di Continuum. Windows 10 come strumento per la creatività usato da 400 milioni di utenti (dice Microsoft) in tutto il mondo. A un certo punto, guardando lo scheletro, l’essenza della liturgia messa in piedi da Microsoft, il modo di fare gli annunci, di presentare i prodotti, di concepirli, di arrivare a distillare una formula fatta di idee, aspirazioni, posizionamento, illusioni, creatività e sogni.

Apple ha guidato per decenni l’idea stessa di creatività e di innovazione. Con uno stile essenziale, minimalista, pulito, che lasciava lo spazio per creare e innovare ai suoi utenti, ha definito i limiti e portato avanti la frontiera dell’addomestimento delle nuove tecnologie. Ambiti mai visti prima nel mondo “civile”, diventati oggetti comuni e concetti facili alla portata di tutti. I software di Apple non si aggiornano più da anni? Ma cosa volete aggiungere a Keynote e Pages, a Numbers e Foto? Gli hardware non sono stati aggiornati da anni? Cosa volete aggiungere al design dei MacBook e degli iMac? (Ok, questo lo vedrete stasera, ma avete capito il concetto).

E l’integrazione verticale? La tanto vituperata idea che Apple faccia il suo software ma anche il suo hardware? Che pensi non solo al contenuto ma anche alla forma delle sue cose e adesso più di recente anche ai chip e alla capacità di trasformare alluminio, vetro, silicio e bit in un tutt’uno dalle performance ineguagliata sul mercato? Una sciocchezza, una strada cieca, un vicolo dal quale non si riesce a uscire, tantomeno a manovrare?

Invece, pian piano, prima Google e adesso nettamente Microsoft (ma anche Amazon non scherza) spuntano gli hardware progettati e fatti apposta per integrare verticalmente le soluzioni software pensate e immaginate dalle case produttrici. Microsoft ha migliaia di partner in tutto il pianeta che producono, con livelli di qualità diversa, apparecchi dedicati ai suoi sistemi operativi e software? Arriva però il momento in cui l’hardware migliore è quello fatto in casa. Come il Pixel di Google. Non a caso la casa di Redmond si era comprata Nokia: l’idea era di frate tutto da sé. Poi con Nokia c’era il problema di aver comprato una azienda decotta, che ha perso decenni fa la capacità di innovare, che è stata travolta dalla sua hubris e vale tanto quanto una Blackberry qualsiasi nella capacità di inventare qualcosa di nuovo. Per carità: anche quelle aziende con gente bravissima ed estremamente intelligente che sanno fare molto bene il loro mestiere. Ma aziende schiacciate da una visione del mondo e una cultura soffocanti, pietre tombali della creatività.

Microsoft no. Nonostante tutti i difetti, tutti i limiti, tutti gli errori di progettazione dei suoi prodotti oramai leggendari per l’insicurezza, le schermate blu, le sottili (e neanche tanto sottili) incompatibilità con gli standard da lei stessa creati, l’attitudine decennale alla volgarità nel design (o “mancanza di stile”, come dicono quelli educati), l’odio viscerale per l’open source, l’aggressività nei confronti degli avversari, le conclamate pratiche anticompetitive realizzate sfruttando le condizioni monopolistiche generate sul mercato dei sistemi operativi e soprattutto dei browser e – verrebbe da aggiungere – dei pacchetti software per la produttività personale (non a caso disse Larry Ellison che siamo tutti prigionieri dei formati di Microsoft più che dei suoi software in quanto tali), Microsoft no.

L’azienda creata da Bill Gates ha trovato dentro di sé la forza per rialzarsi e cercare una sua via. Questa forza l’ha trovata – secondo il vostro cronista – non nell’amore per i suoi utenti ma nell’odio verso quegli antipatici e primi della classe che hanno segnato in maniera radicale un’epoca. Nell’odio verso Apple e verso Steve Jobs. Un odio che genera energia, calore, frenesia.

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E, come in un piano diabolico perfettamente eseguito, pian piano e senza remore o false ipocrisie, bisogna rendergliene conto, Microsoft si è lanciata in una strada che interpreta letteralmente passo a passo la strategia di Apple. Morte ai fornitori terze parti. Viva l’hardware fatto in casa. Evviva lo stile e il design. Viva la rivoluzione che coniuga il cloud con il device, che integra l’esistenza e lo sussume a un differente e più alto livello di astrazione. Microsoft come Apple, con i suoi store monomarca colorati e con dentro i ragazzi con le magliette stile Star Trek, con i suoi prodotti di design fighetti per designer e creativi perché “l’80% delle persone tra i 20 e i 24 anni dà valore alla creatività”.

Una Microsoft che sembrerebbe giovane e innovativa se non fosse una copia modale di Apple. Perché, qui bisogna rendergliene merito, se Google è il nuovo Grande Fratello, la terza incarnazione dopo IBM negli anni Ottanta e Microsoft negli anni Novanta, almeno ha dalla sua la carta dell’originalità. Google è fedele a se stessa e ha cose nuove (e terribili) da dire. Invece, Microsoft ha trovato forza suggendo alla linfa del Grande Melo. Chissà cosa ne verrà fuori: cominceranno a fare anche loro le loro CPU, rompendo il simbiotico rapporto con Intel? Chi scrive ha la sensazione che lo vedremo tra non molto tempo.

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