Home Macity Opinioni Sfida gigantesca per il successore di Steve Ballmer

Sfida gigantesca per il successore di Steve Ballmer

Non esiste un momento perfetto per andarsene, ma questo è comunque il momento giusto. Così Steve Ballmer ha annunciato ieri ai 97mila dipendenti di Microsoft che entro un anno si ritirerà. Per la precisione, non appena verrà scelto un suo sostituto. E proprio quest’ultimo passaggio è stato erroneamente interpretato da molti giornali, soprattutto italiani. Si è capito che dicesse “non appena Ballmer avrà scelto il suo successore”, ma in realtà il compito non è certo suo: l’amministratore delegato di un’azienda (CEO, Chief Executive Officer, nella terminologia anglosassone) non è il sovrano assoluto, ma è più simile a un primo ministro, che conta sulla fiducia del suo consiglio di amministrazione, a cui invece spetta il compito di individuare il successore.

Ballmer non è Chairman, cioè presidente del consiglio di amministratore né membro del gruppo e quindi non è coinvolto in questa scelta se non indirettamente come azionista (è il secondo più grande singolo azionista di Microsoft dopo Bill Gates, con meno del 5% delle azioni dell’azienda) e quindi come elettore del consiglio di amministrazione. Sicuramente però è ben dentro alle politiche aziendali, dal momento che il numero uno uscente di Microsoft – che lascia l’azienda pochi anni dopo il fondatore Bill Gates – è anche uno dei suoi più vecchi dipendenti. L’azienda fondata da Bill Gates e Paul Allen è infatti ricorsa ai servigi del compagno di università di Gates e Allen nel 1980, assumendolo come impiegato numero trenta, il primo manager. È diventato CEO nel 2000, assumendo tutti gli incarichi operativi di vertice nel 2009 quando Gates si è dimesso per andare in pensione.

steve ballmer

L’eredità di Ballmer, che è laureato in economia con tesi di matematica applicata ed ha battuto Bill Gates nel test della William Lowell Putnam Mathematical Competition, sponsorizzato dalla Mathematical Association of America, è difficile da gestire ed è figlia sicuramente della mossa molto furba e ben azzeccata di Bill Gates. Il fondatore di Microsoft ha infatti costruito la sua azienda attorno all’idea del software a pagamento e distribuito a pacchetto come portatore del valore aggiunto e dei margini maggiori dell’informatica rispetto all’hardware e ai servizi. La strategia di fondo di Microsoft è sempre stata quella di espandersi in nuovi settori portando avanti le proprie tecnologie proprietarie e rendendo “dipendenti” dai propri formati le aziende e i singoli consumatori. Nel tempo questo modello si è incrinato, grazie alla nascita di Internet, alla diffusione di apparecchi e di sistemi operativi alternativi, al software open source, ai servizi di cloud computing. Nel tempo Microsoft si è trovata sempre di più ad essere una azienda come tutte le altre e non più il monopolista di fatto del mondo tecnologico.

Questa evoluzione e il vettore che ne risultava è apparsa chiara a Bill Gates che si è sfilato in tempo, lasciando la competizione dura alle Apple, alle Google, alle Facebook, alle Amazon e in piccola parte anche alle Samsung del pianeta. Microsoft si è trovata così sotto la guida di Ballmer ad annaspare alla ricerca di un leader capace di una visione del futuro tecnologico e di business (una capacità di indirizzo strategico che Ballmer non ha sviluppato a sufficienza tra i suoi innegabili talenti) sino a portare il numero uno di Redmond a sfilarsi. L’uscita nasce sicuramente dall’andamento dell’azienda (che ha guadagnato molto negli ultimi quindici anni, ma perso molto negli ultimi cinque) ma anche dalla prospettiva che gli azionisti e il consiglio di amministrazione si trovavano di fronte. Secondo i critici tra gli azionisti di Microsoft, svantaggiati da un prezzo particolarmente basso del titolo di Redmond, l’incapacità di Ballmer di capire che le tecnologie stavano diventando sempre più personali, portatili, mobili, cloud e via dicendo ha portato a una progressiva erosione del valore di Microsoft.

Anche il capitale umano ne ha risentito: se si è notato che Apple ha perso due dei suoi principali leader dell’era Jobs (il capo di iOS, Scott Forstall, e il capo dei negozi retail, Ron Johnson), Microsoft da quando Bill Gates ha tirato i remi nella sua barca miliardaria ha subito l’emorragia costante di un numero di innovatori e dirigenti tecnici molto più costante e diluito nel tempo ma sicuramente spettacolare. È una lista lunga, sono i dodici nomi dei candidati più probabili alla successione di Ballmer se non fosse per un piccolo particolare: sono stati tutti fatti uscire da Microsoft (formalmente si sono “ritirati” per perseguire altre strade) in questi ultimi anni.

Nella lista ci sono: Jim Allchin (lascia nel 2007 dopo il lancio di Vista), Brad Silverberg (il papà di Windos 95), Paul Maritz (numero tre di Microsoft lascia e poi diventa CEO di VMWare sino al 2012), Nathan Myhrvold (scienziato fondatore di Microsoft Research e adesso monopolista dei brevetti), Greg Maffei (ex responsabile finanza di Microsoft), Pete Higgins (oggi capitalista di ventura, prima con Microsoft a capo dell’area che ha creato MSN, MSNBC, Expedia, Carpoint, Slate, Internet Gaming Zone, l’enciclopedia Encarta e il mouse di Microsoft), Jeff Raikes (uomo chiave del business Microsoft per decenni e oggi a capo della fondazione Bill & Melinda Gates), J. Allard (il papà della prima, sfortunata ma lungimirante Xbox), Robbie Bach (a capo della divisione Xbox, Zune, Windows Games, Windows Mobile e Microsoft TV, “ritirato” nel 2012), Bill Veghte (per venti anni a capo di varie aree di Microsoft prima di passare ad HP dove guida il gruppo Enterprise, con 28 miliardi di fatturato all’anno), Ray Ozzie (Chief Technology Officer e poi primo Chief Architect dopo Bill Gates, genio assoluto della tecnologia, creatore di Lotus Notes, non è stato in grado di dare una nuova “visione tecnologica” a Microsoft), Bob Muglia (a capo della divisione server di Microsoft, software e hardware, è passato a metà 2011 a Juniper Networks) e buon ultimo Steven Sinofsky (creatore di Office, Outlook, Internet Explorer, SkyDrive, considerato un genio assoluto della strategia e pianificazione aziendale sino all’incidente di Windows 8, che gli è sostanzialmente costato il posto in azienda).

 steve ballmer

La questione adesso è aperta più che mai. Chi potrebbe succedere a Ballmer? Si pescherà dentro Microsoft o si andrà a vedere fuori dall’azienda, cercando qualcuno che porti dentro Microsoft – azienda gigantesca e molto strutturata – una ventata di novità? Ballmer aveva appena avviato una rivoluzione delle sue divisioni interne, riorganizzandole con un nuovo criterio più adatto allo spirito dei tempi. Ma come Bill Gates anche Steve Ballmer, che ha – per esperienza diretta di chi scrive che in passato l’ha intervistato – finezza e intelligenza molto più spiccate da quelle che non lascia intravedere nei suoi video e interviste televisive piuttosto caciarone, manca di quel qualcosa in più che hanno gli imprenditori della generazione di Larry Page e Sergei Brin o Mark Zuckerberg. La capacità di vedere un differente modello di business, di capire dove sta il valore e quindi quale tipo di business costruire in un’epoca come la nostra in cui tutta la tecnologia sta diventando una commodity e in cui il valore sono (forse) i contenuti, le persone e le relazioni digitali.

Il successore di Ballmer, chiunque esso sia, deve riuscire a recuperare nel settore dei prodotti post PC ma anche ultrabook e nuovi desktop di potenza come il futuro Mac pro – di cui Microsoft sta diventando sempre più esperta – contro Apple, l’indiscussa regina. Ma anche in quello dei sistemi operativi e dei software per la produttività, dove Apple e Google la stanno mettendo all’angolo. Poi, deve riuscire a costruire sistemi di ricerca ma anche reti di relazioni come Facebook, e costruire mercati integrati verticalmente come Amazon. Deve fare una rivoluzione, quella che Steve Ballmer non è riuscito a fare. Oggi che Ballmer abbandona Microsoft viene visto come un perdente da molti critici, i quali però accusano uno dei migliori manager di sempre di essere stato mediocre, quando la realtà è che ad essere gigantesca era la sfida da affrontare.

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