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Studio USA: i big data scardinano la privacy delle carte di credito

I big data possono minare la privacy sull’uso delle carte di credito non garantiscono la privacy. Ce lo dice un recente studio Usa sul livello di anonimato delle transazioni secondo il quale l’anonimato può essere facilmente aggirato se si dispone di un numero sufficiente di dati da mettere in correlazione.

Lo studio è stato condotto da Yves-Alexandre de Montjoye, un matematico del MIT, che ha analizzato 3 mesi di transazioni con carta di credito, che tracciano la spesa di 1,1 milioni di persone in 10.000 negozi in un solo paese. Le banche hanno eliminato dai dati i nomi, i numeri di carte di credito, gli indirizzi dei negozi, e anche i tempi esatti delle operazioni. Restavano solo i metadati: importi spesi, tipo di negozio, palestra, o negozio di alimentari, per esempio, e un codice che rappresenta ogni persona.

Nonostante ciò, il modello di spesa di ogni individuo e questi dati si presterebbero ad “attacchi di correlazione” ovvero i tentativi di correlare i metadati di queste spese con altri dati pubblicamente disponibili (che possono essere ad esempio tweet geolocalizzati o le foto sempre geolocalizzate postate sui social network. Montjoye ha simulato l’ottenimento dei dati di tragitto dei taxi (tramite un ipotetico hack) ed incrociando questi dati con i metadati delle spese, è riuscito con buona approssimazione a identificare i tragitti di spesa dei singoli utenti, rendendo semplice l’identificazione qualora si fosse trattato di dati reali.

E’ bastato conoscere la posizione di un individuo in sole quattro occasioni per identificare il 90% degli utilizzatori delle carte di credito; inoltre conoscere l’importo speso per quelle occasioni (equivalente ad un paio di ricevute smarrite) ha permesso di de-anonimizzare quasi tutti gli acquirenti e ripercorrere tutta la loro storia in termini di transazioni con solo tre informazioni.

Lo studio mostra quello che potrebbe derivare da un futuro permeato da quello che ormai viene chiamato il mondo dei “big data”: la maggior parte delle aziende hi-tech, fra cui Apple, Google e Facebook ottengono ogni giorno da noi milioni di informazioni e anche se tentano di garantirci qualche barlume di rispetto della privacy, probabilmente loro forza computazionale consente già loro di sapere chi siamo e cosa facciamo semplicemente analizzando i dati in loro possesso, senza minimamente violare le attuali regole sul rispetto della privacy.

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