La prossima settimana Donald Trump volerà a Pechino per incontrare Xi Jinping e, tra i CEO invitati ad accompagnarlo insieme ad altri vertici dell’industria americana, ci sarebbe anche Tim Cook.
Trump vuole arrivare in Cina con il peso dell’industria americana alle spalle. Presentarsi a Xi con i vertici di alcune delle maggiori aziende statunitensi rafforza il valore politico ed economico del viaggio: sul tavolo non ci sono soltanto posizioni diplomatiche, ma interessi industriali diretti di gruppi come Nvidia, Exxon, Boeing, Qualcomm, Blackstone, Citigroup e Visa.
Il summit del 14-15 maggio non sembra pensato per produrre un accordo storico. Il punto più realistico è il prolungamento della tregua commerciale raggiunta lo scorso ottobre. Per farlo, Trump ha bisogno di interlocutori industriali che abbiano molto da perdere e molto da vendere. Cook risponde a entrambi i requisiti.
La catena produttiva dell’iPhone resta ancora profondamente legata alla Cina, nonostante gli sforzi di Apple per diversificare parte della produzione verso altri Paesi asiatici. Ogni nuova tensione tariffaria tra Washington e Pechino riguarda quindi Apple in modo diretto, perché può incidere sui costi, sui margini e sulla strategia commerciale dell’azienda. Cook ha già si è già rapportato più volte con Trump per limitare l’impatto dei dazi, ottenendo esenzioni e aperture che hanno contribuito a proteggere la posizione di Apple.
Il rapporto tra i due è stato coltivato nel tempo. Cook ha donato un milione di dollari al fondo inaugurale di Trump nel 2025 e gli ha consegnato personalmente una targa in vetro con base in oro a 24 carati per celebrare il piano di investimenti da 600 miliardi di dollari di Apple negli Stati Uniti, gesto che ha raccolto anche critiche per il suo evidente valore simbolico.

In ogni caso Trump oggi stima, seppure a modo suo, Cook e lo considera come un referente di primo piano nell’industria americana. Da parte sua Cook ha un evidente rapporto pragmatico con la presidenza americana, della quale non può fare a meno ma che nello stesso tempo presenta problematiche molto spinose per l’immagine e la tradizione di Apple.
Volare a Pechino al fianco del presidente sarebbe la naturale prosecuzione di questo rapporto e questa strategia: presenza fisica come forma di lobbying, questa volta su due fronti contemporaneamente, Washington e Pechino.
Non è casuale che Cook sia stato invitato proprio ora. Il 1° settembre lascerà la carica di CEO, passando al ruolo di executive chairman con un mandato esplicito: seguire i rapporti istituzionali e politici di Apple nel mondo. Il viaggio a Pechino sarebbe uno degli ultimi atti pubblici di Cook come CEO e, allo stesso tempo, una prova generale del ruolo che lo aspetta.
Qualcomm ha confermato di aver ricevuto l’invito, senza aggiungere altro. Da Apple non è arrivata ancora alcuna conferma ufficiale, ma se l’invito c’è davvero, per Cupertino sarà molto difficile dire di no.












