Febbraio 2024. Ricordate l’emozione? Apple presentava al mondo Vision Pro con la sicurezza di chi sta per cambiare ancora una volta le regole del gioco. Il visore per la realtà mista da 3500 dollari prometteva di inaugurare l’era dello spatial computing, quella dimensione ibrida dove il digitale si fonde con il fisico attraverso micro-schermi OLED da quattromila pixel per occhio e un passthrough così fluido da far dimenticare di indossare un dispositivo. C’erano le code agli Apple Store, la gente che lo contrabbandava in Italia perché da noi non era stato presentato, la sensazione di essere tornati ai bei tempi di quando Apple faceva una rivoluzione dopo l’altra.
Due anni dopo, febbraio 2026, i numeri raccontano una storia diversa. Le vendite sono crollate, la produzione ridotta di oltre il novanta percento, gli sviluppatori latitano. Eppure Vision Pro resta probabilmente il più impressionante fallimento di successo nella storia della tecnologia di consumo. Una tecnologia meravigliosa, che non ha voluto praticamente nessuno.
Il grande salto sul posto
Il paradosso sta tutto qui, in questa contraddizione che definisce il prodotto. Chiunque abbia avuto modo di indossare Vision Pro per qualche ora riconosce immediatamente di trovarsi di fronte a un salto tecnologico autentico. La risoluzione degli schermi supera abbondantemente quella di qualsiasi concorrente, il sistema di tracciamento oculare funziona con una precisione quasi inquietante, l’audio spaziale costruisce paesaggi sonori che rendono superflue le cuffie. Il processore M2 (poi aggiornato all’M5 nelle versioni successive) gestisce flussi di dati massicci senza incertezze, mentre il foveated rendering ottimizza le risorse concentrandole dove l’occhio guarda davvero. È tecnologia che funziona, tecnologia matura, tecnologia che dimostra come Apple sappia ancora costruire oggetti che anticipano il futuro.
Ma il futuro, evidentemente, non è ancora pronto per Vision Pro. O forse è Vision Pro che non è pronto per il presente. Perché una cosa è costruire hardware straordinario, altra cosa è rispondere alla domanda fondamentale: a cosa serve? I casi d’uso concreti restano confinati in nicchie professionali molto specifiche. Ingegneri che visualizzano modelli tridimensionali complessi, designer che manipolano progetti architettonici, qualche raro early adopter benestante che usa il visore per guardare film su schermi virtuali giganteschi. Per il resto, il vuoto.
Il problema dell’ecosistema inesistente
L’assenza di applicazioni significative rappresenta il tallone d’Achille del progetto. VisionOS introduce paradigmi interessanti per l’interazione in realtà mista, ma mancano i developer disposti a investire tempo e risorse su una piattaforma con una base utenti ridicola. Solo 45mila unità vendute nel quarto trimestre del 2025, numeri che rendono economicamente insensato sviluppare software dedicato. Così il catalogo resta scarno, privo di quelle killer app capaci di giustificare l’acquisto. Mancano versioni ottimizzate di applicazioni fondamentali come Maps, il gaming è praticamente assente, l’intrattenimento si riduce a pochi contenuti sperimentali. Molti acquirenti restituiscono il visore dopo poche settimane, annoiati dall’assenza di contenuti capaci di trattenere l’attenzione.
La strategia tradizionale di Apple, costruire prima l’hardware eccellente e poi aspettare che l’ecosistema fiorisca spontaneamente, qui si inceppa. Con iPhone funzionò perché il telefono risolveva problemi immediati e comprensibili. Con iPad ci volle qualche anno ma alla fine le applicazioni arrivarono. Vision Pro invece galleggia in un limbo dove paradossalmente la tecnologia c’è, funziona magnificamente, ma nessuno sa esattamente cosa farsene. È come possedere un’orchestra sinfonica completa chiusa in una stanza insonorizzata e senza spartiti: tecnicamente perfetta, praticamente inutile.

I limiti fisici della rivoluzione
Poi ci sono i problemi concreti, quelli che nessun aggiornamento software può risolvere. Vision Pro pesa, pesa davvero (e noi lo abbiamo provato a lungo. Indossarlo per sessioni prolungate diventa faticoso. La batteria esterna, seppur migliorata nelle versioni successive con un’ora aggiuntiva di autonomia, resta inadeguata per un uso continuativo. Il campo visivo è più stretto di quanto servirebbe per un’immersione completa, creando quell’effetto “binocolo” che ricorda costantemente di guardare attraverso un dispositivo. In condizioni di scarsa illuminazione compare il motion blur, il tracciamento perde precisione sulle icone più piccole, l’EyeSight (quel display esterno che dovrebbe mostrare gli occhi di chi indossa il visore) produce un effetto uncanny valley che disturba più di quanto aiuti.
Sono limiti che Apple conosceva probabilmente già in fase di progettazione. Sono i compromessi inevitabili quando si cerca di comprimere una potenza di calcolo immensa in un fattore di forma indossabile. Ma sono anche i dettagli che trasformano un’esperienza potenzialmente rivoluzionaria in qualcosa di goffo, scomodo, non ancora pronto per l’uso quotidiano. Vision Pro chiede troppo in termini di tolleranza fisica e mentale per quello che offre in cambio. Bastava uno Steve Jobs per dirlo, ma Steve Jobs non c’è più.
Il futuro che deve ancora arrivare
Come si fa? Il problema è profondo. Bloomberg e altri analisti sostengono che Vision Pro non sia il flop che sembra. Guardano al lungo periodo, alle versioni future più leggere ed economiche, all’ecosistema che prima o poi maturerà. Forse hanno ragione. Forse stiamo assistendo alla fase embrionale di una rivoluzione che richiederà ancora un decennio per compiersi. Ma questo non cambia la sostanza: oggi, nel febbraio 2026, Vision Pro resta la dimostrazione che l’eccellenza tecnologica da sola non basta. Serve una completezza, una visione d’insieme, un modo di ridefinire il concetto di cosa sia un “prodotto” che evidentemente Apple adesso non ha. Ed è un paradosso amaro, perché è l’azienda che, grazie al suo co-fondatore, è stata capace di ridefinire una dozzina di volte cosa sia un prodotto: dall’iMac all’iPod, da iTunes Music Store al MacBook Air, dall’iPhone all’iPad e via dicendo.
Veniamo a noi e a questo compleanno. Due anni, un capolavoro inutile. Apple ha costruito il miglior visore per realtà mista mai realizzato. Ha dimostrato che lo spatial computing può funzionare, che l’interazione attraverso sguardo e gesti può essere naturale, che la fusione tra reale e virtuale può raggiungere livelli di qualità impensabili fino a ieri. Ha fatto tutto questo con un prodotto che quasi nessuno compra, che pochissimi usano regolarmente, che non ha ancora trovato una ragione convincente per esistere. È la migliore tecnologia della quale, evidentemente, non avevamo bisogno. O almeno non adesso, non ancora, forse mai. Chissà.












