L’FBI non riesce ad accedere all’iPhone sequestrato a una giornalista del Washington Post, telefono nel quale è stata impostata la Modalità Isolamento, la protezione più estrema possibile su iPhone, pensata per le persone che potrebbero essere bersaglio di software-spia o altri meccanismi di attacco.
Alla giornalista Hannah Natanson il telefono in questione è stato sequestrato nell’ambito di una inchiesta perché sospettata di avere ottenuto documenti governativi riservati da un tecnico informatico.
Il Washington Post ha definito la perquisizione «altamente insolita e aggressiva», e gruppi per la libertà di stampa hanno condannato il comportamento dell’agenzia, etichettato come una «tremenda intrusione» da parte dell’amministrazione Trump.
Il sito 404media riferisce che lo smartphone sequestrato sta ad ogni modo dando filo da torcere agli esperti dell’agenzia governativa. In un comunicato il Computer Analysis Response Team dell’FBI ha confermato che nel telefono è attiva la Modalità Isolamento, impostazione che complica non poco le possibilità di accedere al dispositivo.
Il precedente dell’iPhone dell’attentatore di San Bernardino
La vicenda ricorda il precedente del 2016 nell’ambito della sparatoria di San Bernardino: durante le indagini successive all’attentato in California, l’FBI aveva chiesto ad Apple di creare un accesso secondario (backdoor) per accedere all’iPhone 5c di Sed Rizwan Farook. Cupertino, con Tim Cook in testa, aveva risposto con un deciso no in nome della privacy e della sicurezza dei dati di milioni di utenti in tutto il mondo. Le ragioni del rifiuto erano state indicate in una lunga lettera nella quale il CEO di Apple spiegava che funzionalità di questo tipo potevano portare “a minare le libertà dei cittadini”.
All’epoca l’FBI aveva ribattuto che l’impossibilità di accedere ai dispositivi elettronici dei criminali è un danno per l’intera società, un limite che aveva rallentato indagini di tutti i tipi, dagli abusi sui minori, al narcotraffico, fino al terrorismo.
Tim Cook in altre occasioni ha spiegato che, benché le intenzioni di FBI e forze dell’ordine siano buone, «sarebbe errato obbligarci a integrare porte di accesso riservate nei nostri prodotti». La backdoor, aveva detto Cook, è qualcosa che «semplicemente non abbiamo, e che consideriamo troppo pericoloso creare». Perché «Nelle mani sbagliate, questo software avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno. E mentre il governo può sostenere che il suo uso sarebbe limitato a questo caso, non c’è modo di garantire tale controllo».
I dispositivi per lo sblocco
Per accedere a dispositivi bloccati con il codice, attualmente le forze dell’ordine sfruttano costosi accessori specializzati come GrayKey, un box da collegare alla porta Lightning/USB degli iPhone che cerca di sbloccare i dispositivi con il metodo della forza bruta (provando tutti i codici possibili), oppure strumenti dell’israeliana Cellebrite, che sfruttano vulnerabilità (acquistate a carissimo prezzo e sconosciute al produttore) che in qualche modo consentono di bypassare i limiti dei tentativi ma queste procedure allungano i tempi e non sono valide per tutti i dispositivi.
La Modalità Isolamento complica tutto
A complicare potenziali procedure di sblocco e analisi forense su iPhone ora c’è anche la Modalità di Isolamento, espressamente pensata da Apple per offrire protezione per le persone che potrebbero subire minacce estreme come quelle poste da uno spyware mercenario in virtù di chi sono o di ciò che fanno.
L’attivazione della modalità di isolamento rafforza le difese standard del dispositivo e limita considerevolmente alcune funzioni, riducendo drasticamente la superficie di attacco, ed è quindi utilissima per chi lavora in ambito giornalistico, diplomatico o a difesa dei diritti umani.
Apple ha nel corso del tempo predisposto procedure che rendono più complesso lo sblocco: l’iPhone si blocca o si inizializza dopo 10 tentativi errati e si riavvia dopo periodi di inutilizzo (dopo l’avvio con la schermata di richiesta del codice); tra le modalità di attacco per scardinare il telefono vi sono complessi meccanismi di iniezione di codice nella RAM del dispositivo per cercare di prendere il controllo del processo di sblocco prima ancora che il sistema operativo principale sia caricato.
Le costose procedure di sblocco finora conosciute servono poco con la modalità isolamento attiva. Vedremo nei prossimi giorni se l’FBI riuscirà a sbloccare o no l’iPhone. L’FBI ha sequestrato alla giornalista anche un Apple Watch e un MacBook Pro e anche questi ultimi, almeno per ora, sono al sicuro: l’agenzia governativa non è riuscita ad accedere, segno che le protezioni di Apple sono decisamente ben fatte e non a caso l’azienda è considerata uno standard di riferimento nel settore per quanto riguarda la sicurezza, grazie a un approccio che integra hardware e software in modo quasi inscindibile.
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