Chi compra il Mac lo fa per motivi molto diversi. C’è una fetta del suo pubblico però che da sempre è legata alle suite per la creatività. E una di queste, la più importante, è fatta da Adobe, l’azienda americana che ha legato i suoi successi a prodotti come Photoshop e vari altri.
Il 7 maggio 2012 Adobe metteva in vendita la Creative Suite 6 sul proprio sito: Photoshop CS6 costava 967 euro, la Master Collection 3629. Nello stesso elenco compariva già una novità, l’abbonamento a Creative Cloud, da 61 euro al mese. Questo era il mondo costoso ma non-plus-ultra per chi voleva il meglio degli strumenti per la creatività. Usiamo il passato perché dal 12 ottobre 2026 non è più così: un progetto chiamato ArtCraft conta dodici applicazioni gratuite e open source, scritte da un singolo sviluppatore, che prendono di mira una per una le voci di quel listino.
Rabbia in Rust
L’autore è l’ingegnere informatico Brandon Thomas, con circa quindici anni di mestiere e incarichi passati presso Storyteller.ai e Square. Racconta di aver pagato più volte i costi di cancellazione di Creative Cloud, e da lì l’idea di rifare le applicazioni Adobe da zero, con metodo clean-room (senza toccare il codice originale), affidando la scrittura e la revisione in larga parte a Claude Opus 5.5, modello di intelligenza artificiale di Anthropic. Le applicazioni iniziali erano sette e la parità di funzioni con Adobe era stata ipotizzata in un mese. Oggi sono dodici, e il catalogo ha allargato il tiro a Word, Excel, PowerPoint (buongiorno Microsoft!) e ai programmi cad con WordCraft, GridCraft, DeckCraft e CADCraft.
Ne abbiamo parlato diffusamente in questo articolo, e vale la pena leggerlo per approfondire cosa è successo e cosa viene offerto e perché. Il diavolo sta infatti nei dettagli e bisogna capire bene cosa succede. Qui, invece, vogliamo provare ad alzare lo guardo e fare una analisi a più lunga gittata, provando a vedere cosa succede nel mondo del software SaaS (Software as a Service, cioè il software erogato via cloud e pagato in abbonaamento). Dire che Adobe sta pagando la sua avidità, per quanto questo secondo alcuni possa essere molto vero, è anche molto riduttivo. C’è di più dietro l’angolo.
Ricapitoliamo: i numeri diffusi dagli stessi sviluppatori il 10 ottobre ridimensionano l’entusiasmo. PhotoCraft copre circa il 76 per cento delle funzioni di Photoshop considerate nel confronto, ma la sua prontezza per un uso professionale è stimata intorno al 45 per cento, e si tratta di una valutazione interna. Una prova di TechRadar su versioni iniziali ha rilevato che PhotoCraft non riusciva ad aprire le immagini HEIC, il formato delle fotografie scattate con iPhone, e che FilmCraft faticava nel taglio delle clip e nella riproduzione dell’audio.
Il cloud come casello
Creative Cloud era nato nella stessa primavera del 2012. Nel marzo 2013 Adobe poteva vantare quasi 479mila abbonati paganti, con gli abbonamenti in crescita del 53 per cento e le vendite di software pacchettizzato in calo del 16, pochi giorni dopo aver annunciato che i pacchetti fisici non sarebbero più stati venduti. Il piano completo costava 61,49 euro al mese, quello per una sola applicazione 24,59. Il prezzo d’ingresso scendeva, il software in scatola usciva di scena, e il contratto diventava un flusso che non ha una data di arrivo.
Il conto si è presentato dopo. Nel 2024 la Federal Trade Commission (Ftc) ha portato Adobe in tribunale, accusandola di aver nascosto in un articolo delle condizioni generali la penale per la disdetta anticipata del piano annuale con pagamento mensile, pari al 50 per cento del saldo residuo. Fra i documenti compariva un dirigente che definiva quelle tariffe «un po’ come l’eroina»; Adobe ha sempre sostenuto che le condizioni fossero trasparenti. Nel marzo 2026, secondo il Dipartimento di Giustizia statunitense, la vicenda si è chiusa con un accordo da 150 milioni di dollari, senza ammissione di illecito da parte dell’azienda.
Nel frattempo i programmi hanno accumulato pannelli, integrazioni e crediti generativi Firefly inclusi nel piano, che non tutti i clienti usano. Un’applicazione pensata per servire gli studi, le agenzie e i reparti video diventa pesante per chi deve solo ritoccare una fotografia, impaginare un volantino o aprire un PDF. Il tema è che esiste un mercato enorme che non ha bisogno di usare e tantomeno di pagare tutto quell’enorme bagaglio di funzionalità. È come se, per comprare un’automobile, fosse necessario comprarsi anche un’officina, una carrozzeria, una pompa di benzina e quote di una compagnia petrolifera.
Affinity apre la strada
C’era aria di disaffezione e anche di rivolta. Questo si traduce in una opportuntè di mercato. Alle volte le aziende le sanno cogliere e innovano, cannibalizzando se stesse. Non è stato il caso di Adobe. Allora entrano in scena gli altri. Un precedente c’era già. Il 30 ottobre 2025 Affinity, acquistata l’anno prima da Canva, ha riunito grafica vettoriale, ritocco fotografico e impaginazione in un’unica applicazione gratuita «per sempre», con le funzioni di AI riservate a chi sottoscrive Canva Premium, da 110 euro l’anno. Un’azienda con le spalle larghe aveva dimostrato che un’alternativa gratuita poteva essere perfettamente utilizzabile. ArtCraft arriva alla stessa meta ma senza azienda: soltanto un programmatore con un modello linguistico e il tempo di usarlo.
Il moltiplicatore
Il termine vibe coding è stato coniato da Andrej Karpathy nel febbraio 2025 per descrivere un modo di programmare in cui si spiega l’obiettivo a un modello, si guarda il risultato, si corregge e si ripete. Nelle mani di chi non sa leggere il codice produce prototipi fragili. Nelle mani di chi conosce architetture, sicurezza, formati di file e licenze diventa un moltiplicatore: lavoro che richiedeva piccole squadre si comprime nell’attenzione di una persona sola.
Il segnale più chiaro arriva da Cupertino. Il 27 febbraio 2026 Apple ha rilasciato Xcode 26.3 con il supporto per Claude Agent e il Codex di OpenAI, agenti capaci di analizzare un progetto, modificare i file, compilare, eseguire test e verificare il lavoro con screenshot. Apple ha scelto di trattarli come parte degli strumenti ufficiali di sviluppo, non come esperimento. Chi un tempo avrebbe consegnato un’app secondaria, un convertitore o un catalogatore di fotografie, oggi può muovere contro il listino di una multinazionale.
Il risultato probabile, se guardiamo adesso al mercat, è l’inizio di una gigantesca frammentazione. Un fotografo ha bisogno di un buon sviluppatore di file RAW, di un ritocco essenziale e di un’esportazione affidabile, e tre strumenti piccoli e specializzati possono bastare dove prima serviva una suite da decine di applicazioni. Possono essere fatti da migliaia di svilupatori indipendenti che fanno vibe coding. Il problema principale diventa un problema di comunicazione: capire quali sono questi strumenti in una giungla di software privi di grandi marchi dietro, e conquistare la fiducia del pubblico.
Quanto resta di Adobe
Il metodo clean-room usato dallo sviluppatore non è una garanzia di impunità: non cancella le questioni legali. Anzi. La somiglianza fra due interfacce non prova una violazione, ma nemmeno la esclude, e per ora gli elementi per stabilirlo mancano. Restano poi da verificare la compatibilità con i plug-in professionali, lo scambio dei file PSD fra programmi, i profili colore ICC e la fedeltà dei documenti destinati alla stampa. Questo è uno dei lock-in che Adobe è in grado di esercitare nel suo mercato. Gli studi e le agenzie che lavorano su progetti condivisi con i clienti hanno ragioni di continuità che nessuna alpha, per quanto veloce, può soddisfare in poche settimane.
Nel 2012 Photoshop si comprava a 967 euro con licenza perpetua. E Adobe era il membro più rumoroso delle associazioni dei produttori di software contro la pirateria, assieme a Microsoft e a un paio di aziende che realizzano suite di software aziendali. Oggi però sta cambiando tutto. Il problema principale non è più la pirateria, attività contro la quale il software nel cloud ha offerto una risposta molto efficace.
È invece la distruzione delle barriere all’entrata per realizzare un prodotto concorrente con funzioni sostanzialmente equivalenti. Un software equivalente a quelli dei big, non ancora finito e che non costa niente. Un software che, almeno secondo l’ultima prova indipendente, non apre ancora le foto scattate con un iPhone, è comunque un segnale molto chiaro. Il software SaaS “pigro” ha i giorni contati.


















