La fine del mondo, si sa, prima o poi arriverà. Anzi, a dire il vero doveva già essere arrivata, almeno secondo gli annunci che da secoli si susseguono con una certa frequenza, ma evidentemente deve essere in ritardo o forse c’è stato un errore di comunicazione. Chissà.
In ogni caso, quando arriva poi come facciamo? Per fortuna abbiamo modo di prepararci con una serie di libri che ci permettono di sapere tutto quello che c’è da sapere e anche di più. E comunque, siccome il viaggio è più importante della destinazione, teniamo sempre a mente quello che diceva il filosofo cinese Lao Tzu «Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla».
Qui trovate tutti gli articoli con i Migliori libri di Macity raccolti in un’unica pagina.
La strada
Per la letteratura americana questo è il libro moderno sull’Apocalisse, sulla fine del mondo, anzi su quello che viene dopo. Sarebbe un romanzetto di fantascienza post-apocalittica se non l’avesse scritto Cormac McCarthy. Il significato diventa così un altro, nonostante il film mediocre.
La storia. Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile.
Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un’apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c’è storia e non c’è futuro. Mentre i due cercano invano più calore spostandosi verso sud, il padre racconta la propria vita al figlio.
Ricorda la moglie (che decise di suicidarsi piuttosto che cadere vittima degli orrori successivi all’olocausto nucleare) e la nascita del bambino, avvenuta proprio durante la guerra. Tutti i loro averi sono nel carrello, il cibo è poco e devono periodicamente avventurarsi tra le macerie a cercare qualcosa da mangiare.
Visitano la casa d’infanzia del padre ed esplorano un supermarket abbandonato in cui il figlio beve per la prima volta un lattina di cola. Quando incrociano una carovana di predoni l’uomo è costretto a ucciderne uno che aveva attentato alla vita del bambino. Dopo molte tribolazioni arrivano al mare; ma è ormai una distesa d’acqua grigia, senza neppure l’odore salmastro, e la temperatura non è affatto più mite.
Raccolgono qualche oggetto da una nave abbandonata e continuano il viaggio verso sud, verso una salvezza possibile.
Conan. Il ragazzo del futuro
Per molti si chiama così il romanzo di Alexander Key, fortunato testo di letteratura per ragazzi in inglese scelto da Hayao Miyazaki per fare una serie anime di incredibile successo in Giappone quanto in Italia (nonostante sia stata “accorciata” in fase di pianificazione). L’originale era L’incredibile mareggiata (The incredible tide).
La storia in parte diverge dall’adattamento del creatore dello studio Ghibli, ma la sostanza è quella e forse c’è anche qualcosa di più.
La storia. In un futuro non troppo remoto, una guerra planetaria ha causato un cataclisma e la civiltà è stata quasi del tutto spazzata via da inondazioni e maremoti, e come conseguenza le acque degli oceani si sono innalzate fino a sommergere i continenti.
In un mondo in cui le sole terre emerse sono quelle che un tempo erano vette e altipiani, i pochi sopravvissuti cercano così di riorganizzarsi e di riprendere i contatti coi loro simili.
Il giovanissimo Conan, rimasto solo su una minuscola isola perduta nell’immenso oceano, è destinato a giocare un ruolo chiave per la rinascita della civiltà umana. Inizia cosi la sua appassionante avventura, alla ricerca della dolce Lanna e di suo nonno, un luminare della scienza braccato dagli emissari della grigia città di Industria, che sembrano non aver imparato nulla dal cataclisma.
Intanto, là in mezzo al mare, la verde isola di High Harbor è pronta ad accogliere a braccia aperte chiunque desideri far ritorno alla vita semplice di un tempo, abbandonando le armi, la tecnologia inquinante e l’egoismo.
La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali. Nuova ediz.
Per sopravvivere all’apocalisse va innazitutto capita. E analizzata. Ci pensa Ernesto de Martino con questo libro che va ormai annoverato tra i classici del pensiero europeo contemporaneo.
La presente edizione offre numerosi elementi di sostanziale novità rispetto a quella pubblicata da Einaudi nel 1977, e consente ai lettori di gettare nuova luce sul capolavoro del grande studioso. Il lavoro collegiale di valutazione critica dei materiali preparatori dell’ampio saggio rimasto incompiuto si è proposto di far emergere in tutta la sua portata un pensiero complesso, situato al punto d’incrocio tra antropologia, filosofia e storia, in cui convergono stimoli intellettuali di varia provenienza, rielaborati dall’autore in modo del tutto personale.
A tale scopo i tre curatori hanno deciso sia d’inserire nel testo una selezione degli scritti filosofici piú rappresentativi, non presenti nell’edizione italiana, sia di porre in risalto i nessi strutturali tra le varie sezioni in cui si articola il progetto dell’opera: ciò ha comportato la revisione dell’intera architettura del volume, nel rispetto delle intenzioni dell’autore.
Alla base dell’indagine sulle diverse declinazioni storiche del tema della «fine del mondo» vi è il bisogno di fare luce sul presente della civiltà occidentale, attraversata da una crisi che sembra corroderne le fondamenta dall’interno, avviandola verso un assai probabile declino.
De Martino s’interroga sulle motivazioni profonde di questo complesso fenomeno, volgendo lo sguardo alla psicopatologia, alla filosofia, all’arte e alla letteratura. Lo studioso affronta una serie di nodi cruciali, che vanno dal senso di «spaesamento» dell’uomo d’oggi allo sfaldamento della memoria storica, in cui sono sedimentate le scelte culturali che contraddistinguono una determinata civiltà.
Tornare a galla
È il secondo romanzi dell’autrice del Racconto dell’ancella, Margaret Atwood è notevole anche quando racconta la fine della civilità almeno per un gruppetto di persone.
Allarmata per l’improvvisa scomparsa del padre, una giovane donna torna nel luogo in cui ha trascorso l’infanzia: una piccola abitazione su un’isola deserta, al centro di un lago nel Québec. La porta non è chiusa a chiave, la casa è vuota, su uno scaffale ci sono fogli con disegni incomprensibili, ma del padre non c’è traccia.
I tre amici che accompagnano la ragazza vivono questa gita come un’avventura, mentre per lei tornare nei luoghi dell’infanzia assume i contorni di un dolente pellegrinaggio interiore che coinvolge la sua identità di donna, il suo ruolo in un mondo che non è più in contatto con la natura e in cui gli uomini hanno perso di vista sé stessi. Inondata dai ricordi, la ragazza si rende conto che tornare a casa significa entrare in un altro luogo ma anche in un altro tempo, ed è costretta a confrontarsi con gli spettri del suo passato.
Inquietante e poetico, costruito su una prosa limpida e affilata, il romanzo srotola il filo della narrazione nel labirinto oscuro e simbolico dell’intimità. Ma sa anche portare chiarezza sui temi della contemporaneità: il rapporto dell’uomo con la natura, il matrimonio, le famiglie, le donne frammentate e come potrebbero tornare a essere integre.
Pan
Il romanzo breve di Knut Hamsun è un viaggio verso la follia. O forse oltre la follia? Solitudine selvaggia, amore ostinato, momenti memorabili.
Pubblicato per la prima volta nel 1894, questo romanzo divenne ben presto uno dei libri di Hamsun più amati. Perché è uno dei rari romanzi moderni in cui la natura parla, nella lingua sommessa e sognante della breve estate nordica, del suo chiarore diffuso e fosforico. Ed è, insieme, l’epos di un amore impossibile che si carica sempre più di esaltazione e struggimento.
Il tenente Glahn, che nelle carte trovate dopo la sua morte racconta la sfortunata passione per la giovanissima Edvarda, diventa la voce stessa di quella passione, con le sue maree incontrastabili che invadono la natura tutta e creano un amalgama dove alla fine è arduo distinguere ciò che è paesaggio e ciò che è psiche.
La lucina
Antonio Moresco ci regala una storia incredibile. In un borgo abbandonato e circondato dai boschi, lontano da tutti, un uomo vive in totale solitudine. Ma il suo isolamento è turbato da un fatto misterioso: ogni notte, sempre alla stessa ora, una lucina si accende sul crinale della montagna di fronte, in un punto dove non dovrebbe esserci nessuna presenza umana.
Per cercare una spiegazione, un giorno l’uomo si spinge fino al punto della montagna da cui proviene la luce. Ci trova, inaspettatamente, un bambino che vive anche lui da solo in una casa di pietra.
Chi sarà quel ragazzino? Da dove verrà? Lo scopriremo a poco a poco, avvicinandoci sempre più alla scatola nera di questa storia sorprendente e lieve, fino all’imprevedibile e spiazzante finale. Con questo “piccolo principe”, Antonio Moresco mette in scena una meditazione commossa sul senso dell’universo e della vita.
In un dialogo continuo con gli esseri che popolano i boschi – radici aeree, alberi, lucciole, rondini –, l’autore riflette sulla solitudine e il dolore dell’esistenza, ma anche su ciò che lega uomini e animali, vivi e morti.
Un libro enigmatico e intenso, perturbante e profondo. Una fiaba che contiene il cuore segreto di questo scrittore inclassificabile e unico.
La meridiana
La famiglia, inizio e fine di tutto. E la follia, pure peggio. Shirley Jackson lo sa e l’organizza in questo romanzo incredibilmente ricco e piacevole da leggere. Ma definitivo. Proprio da fine del mondo.
La storia: una famiglia che pullula di svitati, un codazzo di parenti e amici e servitori, una villa monumentale in mezzo a un parco e la fine del mondo. Sono gli ingredienti del romanzo di Jackson, che si apre con i protagonisti – di tutte le età e affetti da ogni forma di mania – di ritorno dal funerale del figlio di Mrs. Halloran, che, dice serafica la piccola Fancy, la nonna ha buttato giù dalle scale: per tenersi stretta la villa.
Come se non bastasse, poco dopo zia Fanny riferisce di aver avuto un incontro in giardino con il padre, defunto da tempo, il quale le ha annunciato che la fine del mondo è imminente e che loro saranno gli unici a salvarsi.
E non è finita: qualcuno va a riferire la notizia in città, ed ecco presentarsi la delegazione locale dei Veri Credenti, i quali non possono che condividere la logica apocalittica, ma, siccome sono convinti che a salvarli ci penseranno gli alieni, sono venuti a chiedere di farli atterrare nel parco.
E noi lettori, ormai completamente in balìa di una Jackson in stato di grazia, che dispensa a piene mani uno humour che si potrebbe definire vitreo, ci lasceremo trascinare da un crescendo di follie e sorprese – sino, letteralmente, alla fine (del mondo?).
Fine di una storia
La fine del mondo può essere anche la fine di una storia, dice Graham Greene. Sarah Miles e Maurice Bendrix sono stati amanti durante la guerra. Il loro è un amore clandestino, rabbioso, quasi feroce. Una passione così assoluta che perfino i terribili bombardamenti tedeschi su Londra sembravano solo un sottofondo rumoroso.
Il marito di lei, Henry, alto funzionario, non aveva mai dato segno di sospettare. Poi, Sarah aveva troncato di netto la relazione, improvvisamente e senza nessuna spiegazione. Dopo quasi due anni, finita la guerra, un incontro casuale tra Bendrix e Henry Miles riaccende la gelosia dell’ex amante: Bendrix non crede che Sarah sia semplicemente tornata dal marito; «l’odio, il sospetto e l’invidia», mai realmente sopiti, lo spingono ad assoldare un investigatore privato che pedini Sarah alla ricerca di un «terzo uomo».
Ma che cosa ha capito Bendrix, che di mestiere scrive romanzi, ricordando il passato amore e inseguendo, attraverso i resoconti del detective, il presente di Sarah? Che cosa ha capito della «fine di una storia»? Il diario di Sarah svela un’altra verità. Non è solo l’ossessione, a volte selvaggia e spietata, di Bendrix che ha distorto la sua versione dei fatti.
È anche che la storia di Sarah ha intrapreso una strada incommensurabile dove si incontra l’assurdo della fede, come desiderio di non essere soli nel deserto. Pubblicato nel 1951, questo libro – da Greene definito il suo «Great Sex Novel» – è un romanzo lancinante, il resoconto di un amore carnale, immenso, crudele, in cui, per via dell’enormità della guerra, irrompe il divino. Ma è un divino diviso, tragicamente incerto, rischioso.
Michele Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria
Primo fuori sacco della nostra lista dei Migliori di Macity. Un viaggi nei territori della narrazione, una esplorazione del senso.
Non sappiamo perché e come l’Homo sapiens abbia sviluppato la capacità di costruire storie. Possiamo però ipotizzare come presumibilmente siano andate le cose. Cioè come un ominide abbia sviluppato la facoltà di narrare storie e come queste lo abbiano avvantaggiato tra tutte le specie.
Si tratta dunque di studiare la narrazione, la fiction e la letteratura nel contesto della teoria dell’evoluzione e delle scienze cognitive, prendendo le mosse dalle recenti acquisizioni dell’archeologia cognitiva che mettono in relazione la produzione di utensili e lo sviluppo di capacità narrative.
Si comprende così che la narrazione ha un ruolo decisivo nella costituzione del Sé e delle sue protesi esterne, come da tempo sostengono i teorici della mente estesa e della cognizione incarnata.
Questo studio si inserisce nel quadro più ampio di una teoria biopoetica della narrazione e di un’antropologia filosofica che non trascura il bios rispetto allo spirito. Per questo, categorie fondamentali come la compensazione e l’esonero possono essere rilette in chiave evoluzionistica e fornire alcune spiegazioni del comportamento narrativo dell’Homo sapiens: il riequilibrio dei suoi deficit funzionali ed esistenziali e il contenimento dell’ansia.
Biologia della letteratura. Corpo, stile, storia
Per capire l’apocalisse prossima ventura, capiamo come vive la letteratura su di noi e per noi.
Se è vero, come ha scritto Shakespeare, che siamo fatti della stessa materia dei sogni, è la materia dei sogni a dover essere indagata. Se, come sosteneva Cézanne, «il colore è il luogo dove si incontrano il nostro cervello e l’universo», va indagato il modo in cui il nostro cervello percepisce lo stimolo dei sensi e lo rielabora in forme, miti e metafore.
Va indagata la biologia delle arti e della letteratura. Solo un’ottica che superi la divisione tra natura e cultura può dare conto dei processi che hanno condotto l’essere umano a costruzioni simboliche sempre più complesse, per rispondere a esigenze di sopravvivenza, di ritualità magica e religiosa o per imporre un ordine al cosmo, ritagliando nuclei di senso dal caos del molteplice.
Guidato da questi stimoli e dalle più recenti scoperte della biologia, delle neuroscienze e dell’antropologia, Alberto Casadei individua nello stile il punto in cui avviene la mediazione decisiva fra natura e cultura: è grazie all’elaborazione stilistica che le propensioni biologiche elementari, legate alla percezione del ritmo, dell’analogia e della metafora, vengono utilizzate per dare vita ai mondi possibili della letteratura e dell’arte.
Biologia della letteratura unisce questa prospettiva inedita a una rigorosa analisi critica, mostrando una storia letteraria ancora più ricca, in cui lo stile diviene l’elemento capace di condensare processi emotivi e cognitivi: un filo che lega la sorprendente stratificazione mitologica dell’epica di Gilgames all’oscurità del Simbolismo, l’estasi del sublime alla rottura dei linguaggi retorici operata nel primo Novecento, fino alla svolta imposta dalle nuove tecnologie, dal Web e ancor di più dal Cloud.
Oggi, come un Ulisse che, sprofondata ormai la nave, continua il proprio viaggio di conoscenza negli abissi marini, l’uomo si ritrova immerso in una realtà in cui lo stimolo percettivo è ubiquitario e ogni separazione tradizionale tra i linguaggi è caduta. La risposta, ancora una volta, è nell’adattamento e nell’elaborazione di uno stile sempre più ibrido e complesso.
Qui trovate tutti gli articoli con i Migliori libri di Macity raccolti in un’unica pagina.


















