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Con l’app CieID la carta di identità elettronica sbarca su iPhone

Da zero a tanto, forse troppo. Mentre i superesperti capitanati da Vittorio Colao propongono un piano di accelerazione per la digitalizzazione del Paese, con forte enfasi su pagamenti elettronici (favoriti anche dal rispetto delle regole anti-contagio) e banda larga (ricordandoci che la Commissione europea prevede che tutte le case dei Paesi membri dell’Unione, entro il 2025, abbiano accesso a connessioni di almeno 100 Mbps), arriva una buona novità per gli utenti iOS: è disponibile l’app CieID per iPhone del Poligrafico e Zecca e Monopolio di Stato (questa la voce registrata come sviluppatore sullo store di Apple) per accedere alla Carta di Identità Elettronica, la CieID appunto.

Sbarco su iOS

Si tratta di una app già presente da tre mesi sul Google Play Store per Android, che sbarca adesso anche su quello di Apple dopo che è stato dato il via libera da parte di Apple all’utilizzo del chip RFID.

L’app serve per l’accesso, mediato dalla Carta di identità elettronica, ai servizi della pubblica amministrazione erogati dagli stati membri della Ue a norma del regolamento 910/2014 eIDAS. In pratica, dopo aver avviato l’app, è necessario registrare la carta di identità tramite il codice Pin che è composto da due parti: una ricevuta al momento della presentazione della domanda (quattro cifre) e l’altro al momento della consegna della carta (altre quattro cifre). Senza quel codice completo, non funziona niente.

Arriva su iOS la CIE, e il piatto delle app pubbliche si complica

Attivare la CIE

Una volta attivata la CIE con il PIN bisogna mettere la Carta di identità elettronica fisica dietro iPhone per completare la procedura: il telefono legge il chip RFID della carta e chiude la procedura. Da questo momento in poi la app della CIE chiede solo le ultime quattro cifre del pin per l’autenticazione della app stessa ogni volta che viene aperta.

L’app viene utilizzata per connettersi da telefono ai servizi della PA solo tramite Safari. Il ministero informa che sono state rilasciate finora 15 milioni di carte di identità elettroniche, il doppio rispetto ai 7 milioni di identità Spid, che peraltro è raggiungibile con una serie di incentivi.

Ecco invece lo Spid

Lo Spid, infatti, viene erogato da nove operatori tra pubblici e privati: Poste italiane, Lepida, TIM, InfoCert, Sielte, In.Te.S.A, Aruba, Namirial e Register. Quindi, mentre lo Spid è un sistema ibrido con provider privati (a parte le Poste e Lepida), la CIE è un vero documento dello Stato che permette la regolare identificazione dell’identità individuale al massimo livello e la governance dei dati è nelle mani del Viminale (o meglio, dei suoi server).Arriva su iOS la CIE, e il piatto delle app pubbliche si complica

La grande confusione

Confusi? Avete solo toccato la superficie del problema. Mentre l’app Immuni (ne abbiamo parlato in dettaglio qui) è, se vogliamo, una eccezione comprensibile (viene utilizzata per un problema congiunturale molto particolare, cioè il tracciamento durante la pandemia), lo spirito dello Stato e delle Regioni è invece fallace.

Intanto perché, come dimostra la traiettoria di Immuni, con varie regioni che vogliono fare da sole perché reputano l’app nazionale gestita tramite il framework di Google e Apple “insufficiente” oppure “inadatta”, non ci sono scelte impostate a un ragionamento razionale dal punto di vista organizzativo o tecnologico, ma prevalentemente conflitti tra enti e organi e uffici e ministeri. Insomma, lotta nei quartieri bassi della politica.

Lasciamo perdere Immuni e i suoi antagonisti. Pensiamo alle app che servono a un cittadino per vivere nel nostro Paese. Intanto ci sono quelle per lo Spid, cioè IO e quelle per la Carta di identità elettronica, che sono già due. L’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato ne produce altre due, per le etichette Doc e Docg del vino (Trust your wine) e per la qualità del cibo (Trust your food). Non servono al cittadino.

Il ventre molle delle app pubbliche

Il ForumPA ha creato una specie di elenco (praticamente senza fine) di tutte le app pubbliche o semi-pubbliche che stanno saltando fuori quasi ogni giorno. Sono alcune centinaia e non accennano a finire: si va dalla app “Giustizia Civile” per poter consultare in forma anonima i registi civili del Ministero della giustizia per uffici di Corte d’Appello, Tribunale ordinario e Giudice di pace, a quella Obiettivo Orientamento Regione Piemonte, passando per MyAffi del Comune di Affi a quelle turistiche ad esempio per i Castelli Romani, oppure a LaMMA Meteo (il servizio meteo della Regione Toscana), passando per praticamente tutto: da BiblioMo (il polo bibliotecario modenese) a mioConsolato per i cittadini italiani che si vogliano muovere con servizi online in Costa Azzurra e sulle Alpi marittime.

Arriva su iOS la CIE, e il piatto delle app pubbliche si complica

Una lista infinita, incluso il fisco

Poi ci sono quelle delle agenzie dei trasporti locali, partecipate o privatizzate (ma attenzione, i servizi sono dati in concessione, quindi l’app stessa dovrebbe rimanere nella disponibilità della amministrazione locale che cede la concessione, come gli autobus e tutto il resto, e non dell’azienda che ottiene la concessione) e quelle per la gestione della partita Iva.

Il popolo delle partite Iva

Qui c’è da fare un discorso a parte: anche se poco conosciute, le app ufficiali per la partita iva esistono: l’Agenzia delle Entrate (che ha una sua app per la dichiarazione dei redditi, ovviamente, disponibile anche per Microsoft…) ha infatti messo a disposizione non solo questo ma anche le app FatturAE e OMI Mobile. La prima consente di predisporre e inviare le fatture elettroniche direttamente al Sistema d’interscambio (avete letto bene: se avete la partita Iva potreste farlo senza bisogno di un commercialista o di un fornitore di servizi terzo: soluzione ideale per chi fa fattura cartacea in quanto a forfait e ha bisogno di farne una obbligatoriamente elettronica a una PA) e un’altra per la consultazione su mappa delle quotazioni rilevate dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare. Lodevole sforzo, però sono altre tre app. Totalmente ignote rispetto a quelle della CIE e dello Spid, e che non si parlano. La procedura di accesso è completamente diversa e autonoma, un po’ come se per andare a parlare con il Fisco nei suoi uffici la carta di identità non servisse a niente, ma occorresse un altro tipo di documento per autenticarsi di persona.

Il mondo della sanità italiana

Dal punto di vista sanitario, ovviamente non esiste una app nazionale così come non esiste una tessera dei servizi sanitari nazionale, bensì solo in variante regionale (anche se fatta dal Poligrafico). La logica? La regionalizzazione del servizio sanitario porta ad avere modelli e funzionalità diverse, quindi con app per la gestione delle ricette, del fascicolo sanitario elettornico e di tutto il resto, solo che si cambia musica, interfaccia e funzioni a seconda della regione dove si risiede.

Vogliamo poi guardare la previdenza, le aziende sanitarie, i presidi, i sistemi misti pubblico-privato? E il riflesso che questo porta sulle assicurazioni e tutto il resto? Meglio di no. E non abbiamo neanche toccato la scuola, né quella primaria né quella secondaria. Senza contare poi l’università: ci sono quasi novanta atenei in Italia, a maggioranza pubblici. Quante app pensate ci siano? Quasi duecento. Perché? La risposta è semplice: i servizi sono complicati, ci sono app per fare cose diverse.

carta identità iphone

La conclusione

Potremmo infatti andare avanti ancora all’infinito. Siamo da sempre grandi difensori del libero mercato, della capacità di fare impresa, delle autonomie e del principio di sussidiarietà, oltre che di una logica di specializzazione. Va bene tutto. Però fermiamoci un attimo e disboschiamo, togliamo pruni e sterpaglia.

La digitalizzazione offre una opportunità unica di fare una cosa chiamata trasformazione digitale. Non vogliamo certo sostenere che ci dovrebbe essere un’unica app sovietica per tutto. Non avrebbe senso. Ma avrebbe senso mappare i servizi della pubblica amministrazione centrale e locale, dividerli in maniera coerente, e decidere cosa deve essere fatto attraverso un’app unica (o due, o tre, ma non di più) e cosa invece richiede una app locale.

La banca dei nostri dati

Non abbiamo ancora risolto, nonostante dieci anni di tentativi da parte di forze politiche e consulenti di colori diversi, il tema dei centri di calcolo della pubblica amministrazione. Non quelli ministeriali o degli enti centrali. No, i server usati per tenere i dati dei cittadini dei vari Comuni: centralizzati o localizzati? E l’anagrafe si deve integrare con il sistema sanitario nazionale? E con l’anagrafe fiscale? E con altre realtà giuridiche come, ad esempio, i tribunali?

Le banche dati, il possesso dei dati, la loro organizzazione, è più sicura in mano pubblica o in mano privata? Chi fa la regia? Chi pensa a come trasformare (non semplicemente ricopiare) processi e strutture per il mondo digitale? Avere centinaia di app sembra più una vittoria della burocrazia selvaggia, impenetrabile, più che dei servizi leggeri con il cittadino al centro.

L’oggetto non identificato della PEC

Perché ad esempio abbiamo la PEC? Oltre all’Italia c’è solo Hong Kong che usa in piccola parte questo protocollo di posta certificata che ci siamo sostanzialmente inventati noi e che è diventata una trave portate del sistema di trasmissione dei documenti tra privati ma anche pubblici. È simmetrica ma assolutamente diversa e ortogonale dalla firma elettronica, ovviamente, che è una cosa altrettanto complicata e che, ancora una volta, abbiamo noi e nessun altro tranne forse i giapponesi. I quali, fino a poco tempo fa mandavano i fax, perché era l’unico modo per essere certi che il documento fosse stato siglato in originale, anche se teletrasmesso: ah, noi i fax li mandiamo ancora alla PA, è previsto per legge.

Stiamo tutti traslocando da una bella ma incasinatissima casa analogica per trasferirci in una casa digitale completamente nuova e vuota, in cui è ancora tutto da disegnare. Perché stiamo semplicemente ammassando e moltiplicando le pratiche, le procedure, le lentezze, le complicazioni che già c’erano? È una gigantesca occasione perduta.

E non fraintedeteci: le nuove app (IO e CIE Id) sono fatte molto bene, così come è ben strutturata anche Immuni. Però attenzione, serve più leggerezza anche dietro, nei servizi e nella struttura burocratica. Altrimenti non serve. L’app per la Carta di identità elettronica CieID per iPhone si scarica da questa pagina di App Store.

Tutti gli articoli di macitynet che parlano di iPhone sono disponibili nella sezione dedicata del nostro sito, invece per tutte le notizie sul mondo Android si parte da questa pagina.

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