Recensione Affinity Photo, è nato il concorrente di Photoshop

Dopo anni di dominio incontrastato forse ci siamo: un rivale di Photoshop è pronto alla sfida. Ecco la recensione di Affinity Photo: seppur con differenze e qualche dettaglio da limare, abbiamo constatato che le previsioni sono confermate

Recensione Affinity Photo, è nato il concorrente di Photoshop

Photoshop ha compiuto 25 anni, celebrati anche dallo splashscreen della versione inclusa nella Adobe CC 2015: nonostante le fatiche iniziali, è divenuta l’App più importante per l’industria del fotoritocco e una icona nel mondo della moda, della comunicazione e dell’informazione (nel bene e nel male).

Sulle capacità di Photoshop si sono spese fior di pagine, e considerata la storia, la complessità, le interazioni e la raffinatezza degli strumenti, nessuno, sino a un paio d’anni fa, si sarebbe immaginato la nascita di un vero e proprio erede o di un competitor: ci avevano provato in tanti, da Gimp (un esperimento o poco più) a Corel PaintShop Pro (mai davvero importante) e Corel Painter (troppo dedicata al disegno e alla pittura digitale), passando per Fireworks (quando era Macromedia, troppo dedicato al web) a Pixelmator (buona proposta, ma con troppe mancanze dal punto di vista professionale), tutti senza una vera e propria possibilità, seppure più o meno abbiano trovato una piccola fetta di mercato.

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Invece nel 2013 è nato il progetto Affinity Photo, e dopo due anni di beta, durante i quali le chiacchere da corridoio hanno più volte elogiato gli strumenti messi a disposizione dagli sviluppatori, da poco è disponibile in versione definitiva attraverso Mac App Store a 49,99 euro. La redazione di Macity si è tuffata nella prova, e dobbiamo ammettere che, nonostante alcune ovvie diversità che vanno digerite, specie per chi utilizza Photoshop ormai a memoria da anni, si tratta di un prodotto destinato a fare epoca, che ha consolidato le chiacchere che lo vedevano sicuro protagonista e che promette ancora meglio, considerata la roadmap degli sviluppatori.

Potenzialità

Il primo aspetto positivo di Affinity Photo, se confrontato con Photoshop, è quello commerciale: essendo disponibile attraverso MacApp Store, Affinity Photo è acquistabile da chiunque a soli 49,99 euro, e installabile in modo perpetuo su tutti i propri Mac, senza la scocciatura di un abbonamento, come invece oramai richiede il diretto concorrente da più di due anni. La formula dell’acquisto, che qui in Italia è vista di buon occhio rispetto all’abbonamento, permette un investimento davvero minimo e, caratteristiche alla mano, offre a chiunque l’opportunità di utilizzare un ambiente lavorativo che va dal consumer al professionale.

L’App, che pesa appena 600 MB, al primo avvio si dimostra già molto veloce, nonostante la tenera età: sviluppare software solo per una piattaforma è un vantaggio molto importante in termini di ottimizzazione. L’ambiente di lavoro è costruito in modo abbastanza classico, quindi nonostante una ovvia e personale identità, gli sviluppatori hanno preferito optare per una interfaccia più in stile Adobe che Apple. Un pannello per gli strumenti, un altro insieme di pannelli per le opzioni più specifiche, una barra superiore che apre ai quattro ambienti operativi e una serie di pannelli per le foto aperte: sostanzialmente Affinity Photo è questo, tanto nero, non molti strumenti a dire il vero (ma molto potenti a guardar bene) e una sfacciataggine da chi sa che le armi per insediare il re ci sono e funzionano.

L’interfaccia si apre a quattro aree di lavoro, contraddistinte dalle quattro icone in alto a sinistra: Photo per il ritocco classico, che apre alla maggior parte degli strumenti, Develop per la preparazione dei file rasterizzati partendo dai Raw, Liquify sostanzialmente un filtro per la manipolazione fisica dei pixel infine Export dedicato all’esportazione ottimizzata.
Il passaggio da un ambiente all’altro chiude la sessione degli strumenti: a dire il vero la soluzione è ancora un po’ legnosa, seppur correttamente funzionante, come del resto le palette, che funzionano bene quando ancorate nella posizione di default ma poco avvezze a una personalizzazione maniacale.

Inutile nascondersi, molti strumenti sono più che ispirati da Photoshop, ma è anche vero che in alcuni casi la cura delle dinamiche di utilizzo e dei particolari li rende addirittura superiori all’originale: ad esempio i metodi di fusione, che Affinity mostra in anteprima quando scorriamo il menu oppure l’utilizzo della taglierina, più sciolto e meno complicato della controparte, così come la palette Effetti (che lavora su regolazioni di livello), che mostra una piccola anteprima con il risultato direttamente nella palette, prima di essere applicata. Piccole cose, certo, ma per chi lavora e si trova ad affrontare strumenti che non sa come dominare è un gran bell’aiuto.

Alcuni filtri sono addirittura miracolosi: basti pensare a Frequency separation che in Photoshop non è un filtro, ma una serie di operazioni da effettuare in sequenza con vari strumenti (quindi difficili da regolare) mentre Affinity lo applica dinamicamente in tempo reale, dividendo in due la foto e lasciando l’utente libero di editare i parametri osservando i cambiamenti applicati in tempo reale. Il numero dei filtri è largamente ridotto, ma i principali ci sono tutti e funzionano alla grande, spesso con velocità di applicazioni molto alte, anche su immagini di dimensioni importanti.

Anche il modulo Develop, dedicato alla modifica dei Raw è davvero ben fatto: basterebbe aggiungerci un database e ci sarebbe spazio per l’erede di Aperture o di Lightroom: gli strumenti ci sono tutti (anche se il modulo riduzione rumore non funziona bene come quello di Camera Raw o di Lightroom, ma forse è solo questione di tempo) con anche la possibilità di gestire la geolocalizzazione (anche inversa) delle foto. Il modulo Liquify è sostanzialmente un filtro ingrandito ed infine l’area Export, con un pannello che permette la scelta del formato e, chicca da non poco, automatizza la creazione di nomi con suffissi tipo (x2, x3) che stanno diventando fondamentali per chi sviluppa per il mondo delle App o del Web. Esiste comunque il comando Salva come oppure Esporta per le conversioni veloci.

Prova sul campo

Abbiamo impostato Affinity Photo come Editor fotografico di default per un paio di settimane, dapprima alternandolo a Photoshop ed infine come unico editor. Il nostro ambiente di lavoro opera nello sviluppo software, editing fotografico e piccoli lavori sulle foto domestiche: seppure il prodotto si sia dimostrato più volte perfettamente all’altezza della più famosa controparte, è innegabile che chiunque inizi a provare Affinity debba pagare un (piccolo) scotto nella meccanica di alcune operazioni.

Alcuni passaggi apparentemente semplici hanno necessitato di ulteriori approfondimenti, perché mancava uno specifico comando oppure perché il comando non si trovava (un esempio tra tutti, il comando Appiattisci immagine che si trova dentro il menu Document invece che nel menu Layer, oppure il comando Ritaglia, relativo ad una selezione, che, se c’è, noi non l’abbiamo trovato). Altri strumenti funzionano in modo diverso, come i filtri o lo strumento Taglierina, ma per lo più si tratta di un adattamento alle meccaniche, non uno stravolgimento. Chi ha passato anni a capire le meccaniche dietro a Photoshop invece che imparare i comandi in sequenza non avrà di certo problemi, per chi inizia invece si tratta di un ottimo trampolino.

Il passaggio tra i moduli è talvolta difficoltoso, perché qua e la il programma richiede di completare alcune operazioni o di selezionare alcuni livelli: in questo senso però gli unici problemi li abbiamo avuti cercando di “esplorare” il programma e non eseguendo dei compiti. Per il resto la totalità delle operazioni quotidiane sono già parte del DNA di Affinity, come il supporto pieno di ambienti di lavoro in RGB, CMYK e LAB. Molto bello il pannello iniziale che permette di scaricare alcuni esempi realizzati dai produttori (o da chi per loro), in modo da aprirli nel formato proprietario (.afphoto, ma è possibile anche convertirli nel formato PSD o TIFF) e scrutare all’interno dei livelli, delle regolazioni e dei filtri per capire come ci sono arrivati. Anche nella gestione dei file l’App si rivela essenziale ma matura: pieno supporto per PSD, TIFF (sino a 16bit), JPEG, PNG, SVG, PDF e EPS, mentre i file AI sono aperti e rasterizzati al volo.

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Il giudizio

Durante il test tra l’altro abbiamo avuto la possibilità di parlarne anche con Alessandro Bernardi, fotoritoccatore professionista ed esperto di correzione del colore e post-produzione, che ci ha dato il suo personale punto di vista: “Nonostante utilizzi Photoshop da oltre 20 anni, ho sempre guardato con interesse i suoi concorrenti, salvo poi abbandonarli per un motivo o per un altro. Affinity Photo invece è stata pensata anche per i professionisti dato che ci sono alcuni strumenti che vanno molto al di là delle esigenze amatoriali. La Separazione di frequenza ne è un chiaro esempio, oppure l’utilizzo della Trasformata veloce di Fourier (spesso nota con l’acronimo FFT) per l’eliminazione del moiré, che non si può nemmeno fare in Photoshop”.

“Per non parlare poi della possibilità di salvare la storia di tutte le modiche apportate insieme al documento stesso e vederle riapparire alla sua riapertura: un sogno che diventa realtà!” continua Alessandro, “Certo, è necessario un certo tempo di adattamento alla sua interfaccia, ma gli strumenti necessari per un professionista ci sono già tutti e per giunta la sua velocità è sorprendente. Oltre al preview in tempo reale dei filtri, il programma è utilizzabile al 100% con i file a 16 bit per avere il massimo della qualità. Per non parlare poi della possibilità di avere più maschere bitmap sullo stesso livello. Se a tutto questo uniamo il fatto che il colore viene gestito correttamente e che esistono tutti gli strumenti di controllo professionali, dalla palette delle info a quelle dedicate al video, direi che questa App rappresenta per la prima volta un’alternativa davvero valida a Photoshop. Il tutto partendo con 25 anni di svantaggio e ad un costo veramente esiguo. Difficile chiedere di più”.

Aria nuova?

Nelle due settimane di prova, l’aspetto che più ci ha impressionato è la sensazione “ordine” e robustezza insoliti per un programma appena nato. Tenendo conto che i test sono stati realizzati a cavallo tra un MacBook Pro 13” del 2014 e di un iMac 27” del 2011, i risultati sono più che apprezzati sia in termini di resa che di scioltezza nelle operazioni più semplici.
L’utilizzo anche intenso delle regolazioni, dei metodi di fusione, dei filtri, della regolazione Raw, della selezione (anche complessa) è pane quotidiano per chi con il fotoritocco ci guadagna, ma molti passaggi prima difficili da dominare (primo fra tutti la Separazione di frequenza per ammorbidire, ad esempio, la pelle) sono con Affinity alla portata anche di chi con le foto ci fa poco e di tanto in tanto.

Il prezzo al pubblico è, obiettivamente, molto basso sia considerando la concorrenza sia le potenzialità del prodotto: certo mancano ancora parecchie cose per pareggiare le straordinarie capacità di Photoshop (come il 3D, il pieno supporto al vettoriale, alcuni filtri e la possibilità di registrare Azioni in sequenza) ma si tratta più che altro di didattica, perché le armi ci sono tutte e, se Adobe non cambia politiche commerciali o dà una svolta ad un software che da troppo tempo latita con novità più di facciata che di sostanza, possiamo dire che siamo di fronte a un irreversibile cambio di rotta. Un mercato considerato inossidabile sino ad un paio d’anni fa è di fatto aperto. Che vinca il migliore.

Pro:
Veloce, potente ed economico
Indicato per utenti professionali e appassionati

Contro:
L’App è solo in inglese
Alcune routine dell’interfaccia potrebbero essere più elastiche

Prezzo e disponibilità
Affinity Foto è disponibile su Mac App Store a 49,99 euro.