Violenza sulle donne, quando a uccidere è la rete

La nuova arma per uccidere è la rete: il 70 per cento delel vittime di cyber bullismo è una donna. Ecco i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza e Skuola.net

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La nuova arma per uccidere è la rete: il 70 per cento delel vittime di cyber bullismo è una donna. I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza e Skuola.net, resi noti proprio in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, segnano i contorni di una violenza che non è solo fisica: oltre agli abusi, alla violenza fisica e a quella psicologica, ora c’è una nuova arma per uccidere e annientare ed è proprio Internet.

L’indagine, condotta attraverso l’intervista a circa 4mila studenti delle scuole superiori, fa emergere numeri preoccupanti sulla diffusione di materiale privato online che colpisce in prevalenza il sesso femminile, e una crescente relazione tra violenza in rete e suicidi. Un quadro allarmante, ancora di più se inserito in una realtà che vede le ragazze come le vittime prevalenti di cyber bullismo.

I numeri della ricerca

Le vittime di cyberbullismo sono complessivamente l’8,5% del campione – dato in netta crescita rispetto allo scorso anno, quando si fermava al 6% – e il dato sconvolgente è che circa il 70% di queste è di sesso femminile. E se il 12% degli intervistati è stato oggetto di diffusione di informazioni false e foto private sui social, la maggioranza di loro (58%) è donna.

Il cyberbullismo, tuttavia, non è il solo modo in cui la violenza sulle donne si sta esprimendo in rete. Il revenge porn, ovvero la diffusione sul web di foto intime o di video pornografici per motivi di ricatto o vendetta, è un’altra minaccia reale e continua. Una ricerca parallela realizzata lo scorso anno scolastico nell’ambito della collaborazione di Skuola.net e Osservatorio Nazionale Adolescenza, svolta su circa 7mila ragazzi tra i 13 e i 18 anni, chiariva che la percentuale di revenge porn minacciata o subita è del 17%. Anche qui, si rilevava che – di nuovo – sono soprattutto le ragazze a correrne i rischi (si tratta del 52% delle vittime).

“La stessa ricerca è stata illuminante per capire le conseguenze della violenza in rete su chi ne è oggetto. Tra le vittime di cyberbullismo – come illustrato, in prevalenza femmine – ben 1 su 10 ha tentato il suicidio, mentre quasi 4 su 5 si è dichiarato depresso e triste. In più, circa il 50% ha praticato autolesionismo e pari percentuale, seppure non ci abbia mai provato realmente, ha pensato di togliersi la vita, spiegano i responsabili del progetto di Skuola.net. La minaccia invisibile della persecuzione in rete, che può scatenare sentimenti di panico, umiliazione o vergogna, ha perciò una stretta correlazione con depressione e istinti suicidi o autolesionisti. Si dimostra così come una vera e propria “arma”, sottile ma efficace, nelle mani di chi – per gelosia, capriccio o odio – voglia fare del male a chi è (o si sente) indifeso”.

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Uso consapevole della Rete: investire nella prevenzione

“Dai dati raccolti dall’Osservatorio emerge chiaramente: le ragazze sono le più esposte ai nuovi fenomeni online di violenza privati – dichiara Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net – data la pervasività della Rete, non può bastare una norma per arginare questi fenomeni. Dobbiamo necessariamente investire in prevenzione, che si traduce in formazione degli studenti fin da piccoli all’uso consapevole della Rete”.

“Quella che subiscono le ragazze oggi è una violenza che sta cambiando forma, sempre più subdola, sempre più mirata a ledere la privacy e colpire nell’intimità- sostiene Maura Manca, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza – scatti rubati, momenti intimi che diventano pubblici, la propria vita messa in vetrina e alla gogna mediatica. Critiche, giudizi, una diffusione che non si riesce a fermare. Lo schermo deresponsabilizza e disinibisce, bisogna lavorare sul far capire agli adolescenti che anche se si tratta di un’immagine o di un video, dietro c’è una persona fisica con emozioni e sentimenti e soprattutto far comprendere a chi condivide e alimenta la diffusione in rete, che è colpevole quanto chi pubblica”.

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