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Gli SMS si rifiutano di andare in pensione

Per le vecchie generazioni, quelle che usavano i Nokia e i Motorola con tastiera basata sul sistema di scrittura T9, erano una croce e una delizia. Nati per caso (erano un sistema di comunicazione di servizio in formato broadcast) gli SMS sono diventati “i messaggini” che hanno rivoluzionato le nostre vite. Con un messaggino ci si metteva insieme e ci si lasciava, si stringevano contratti o si terminavano situazioni lavorative. Eppure sembravano cotti e finiti. Poi sono arrivati WhatsApp, iMessage, Signal e tutti gli altri. Ma gli SMS sono stati i primi e gli unici, per lunghissimo tempo. Oggi dovrebbero estinguersi, lasciare il posto alle versioni multimediali volute da Google (nonostante i tonfi degli MMS). Eppure non vogliono mollare.

Il messaggino che voleva solo sopravvivere

Cominciamo dall’inizio, perché la storia degli SMS vale la pena di essere raccontata. Il Short Message Service nacque nel 1992 come protocollo di servizio, un canale laterale nelle reti GSM pensato per la comunicazione tra operatori e dispositivi, non certo per diventare il mezzo di comunicazione interpersonale più diffuso del pianeta. Il primo SMS della storia fu inviato il 3 dicembre 1992 da un ingegnere della Vodafone britannica, Neil Papworth, a un dirigente dell’azienda: il testo che ci è stato tramandato è “Merry Christmas”. Nessuno immaginava che quella piccola stringa di 160 caratteri avrebbe poi plasmato il modo in cui un’intera generazione avrebbe corteggiato, litigato, tradito, riconciliato e comunicato con il mondo.

Proprio la limitazione tecnica dei 160 caratteri, nata da una scelta di compromesso tra capacità delle reti e costo dei dati, divenne paradossalmente una virtù. Ha costretto generazioni di scriba della mobilità a essere sintetici, a scegliere le parole con cura, a inventare un codice quasi telegrafico fatto di abbreviazioni, numeri al posto di sillabe, punteggiatura creativa. Fu una forma di scrittura nuova, giovanile, trasgressiva. La Treccani ci ha scritto letteralmente delle enciclopedie sopra: una nuova lingua.

In Italia il fenomeno esplose nei tardi anni Novanta e raggiunse il culmine nei primi anni Duemila. Si calcolano 77,78 miliardi di SMS inviati nel 2013, l’anno del picco storico. Una cifra che fa girare la testa, soprattutto se confrontata con quanto accade oggi. Erano gli anni del Nokia 3310, del Motorola Razr (il primo, quello bellissimo e avveniristico), del culto del T9 che trasformava la digitazione in una forma di atletica delle dita.

Senza contare che con le tastiere fisiche, che non piacevano a Steve Jobs, si poteva però fare una cosa che con i moderni smartphone è quasi impossibile: scrivere “a memoria” senza guardare. Telefono in mano e via, un messaggio dopo l’altro, come stenografi-bonsai di un mondo interiore e silenzioso che in realtà era al centro di una rete invisibile fatta di celle radio.

L’arrivo degli assassini seriali

Poi arrivò WhatsApp, nel 2009. Poi iMessage, nel 2011. Poi Telegram, nel 2013. Il paradigma cambiò radicalmente: messaggi gratuiti, illimitati, con foto e video, con le spunte di ricezione e lettura, con la possibilità di fare chiamate vocali e poi video. Gli SMS a pagamento sembrarono d’un tratto preistoria. Gli operatori telefonici iniziarono a perdere miliardi di euro di ricavi che erano stati per anni una rendita sicura. Il crollo fu verticale e inesorabile.

I numeri parlano da soli. Da 77,78 miliardi di SMS nel 2013 si è scesi a circa 4,1 miliardi nel 2023: un calo di quasi il 95% in dieci anni. L’utente medio italiano, che all’apice inviava circa 70 messaggini al mese, oggi ne spedisce poco più di quattro. Quasi uno a settimana. Una frequenza che ha più del rituale che dell’abitudine.

Eppure, nonostante questo crollo verticale, gli SMS non sono morti. Google ci ha provato con l’RCS (Rich Communication Services), il protocollo che avrebbe dovuto essere il successore moderno del messaggino classico, capace di gestire immagini, video, ricevute di lettura e crittografia. Apple ha resistito per anni all’adozione dell’RCS trasformando la questione in una battaglia culturale tra le bolle verdi degli utenti Android e le bolle blu degli iPhone, con Google che arrivò addirittura a coinvolgere il rapper Drake in una campagna di pressione pubblica. Alla fine Apple ha ceduto, integrando il supporto RCS con iOS 18. Ma gli SMS classici sono ancora là, imperterriti, a fare quello che hanno sempre fatto.

Notifica sullo smartphone

Ventitré milioni di italiani non possono sbagliarsi

Arriva qui la sorpresa che la ricerca condotta dall’istituto mUp Research per conto di Facile.it su un campione di mille individui racconta con precisione. Gli sms sono ancora vivi e lottano insieme a noi. Il 59,9% degli intervistati dichiara di usare ancora gli SMS, pari a circa 23 milioni di italiani. Non sono tutti anziani nostalgici del Nokia 3310: tra questi, 3,6 milioni li usano abitualmente. Gli altri in modo sporadico, ma li usano.

La motivazione principale è curiosa e un po’ strana al tempo stesso: il 47,2% dei rispondenti li usa perché il destinatario non è raggiungibile in altro modo con un messaggio di testo. Seconda ragione, la comodità delle risposte preimpostate come il sempiterno “ti richiamo” (31,2%). Terza, la comunicazione con persone anziane che non hanno dimestichezza con le app di messaggistica (21,8%). Gli SMS, insomma, sono diventati il canale di comunicazione di ultima istanza, la rete di sicurezza tecnologica per chi rimane indietro o per i contesti in cui le app non arrivano.

È una metamorfosi profonda. Strumento di socialità primaria negli anni Duemila, canale di corteggiamento e di litigio, di accordi e rotture, il messaggino si è ritirato in posizioni più difensive ma strategicamente solide. Le banche (e non solo) lo usano per l’autenticazione a due fattori. La pubblica amministrazione lo usa per le allerte e le comunicazioni ai cittadini. Gli operatori sanitari per i promemoria degli appuntamenti. L’intelligenza artificiale integrata in WhatsApp e Messenger sta ridefinendo la messaggistica istantanea verso nuovi paradigmi, ma gli SMS restano là, silenziosamente operativi, come il sistema di pompaggio dell’acqua di una città: invisibile finché funziona, insostituibile quando tutto il resto si inceppa.

Il galateo dell’era digitale

La ricerca di Facile.it fa molte altre cose oltre a raccontare i numeri degli SMS. Racconta infatti anche qualcosa di più interessante: come gli italiani usano la messaggistica istantanea e quali comportamenti non tollerano. Emerge un galateo informale che si è sviluppato senza che nessuno lo scrivesse, condiviso da milioni di persone che non si sono mai incontrate.

La ragione principale per cui si preferisce scrivere piuttosto che telefonare è che il messaggio è percepito come meno impegnativo di una chiamata (55,5% in media, con picchi del 72,7% tra i più giovani). Seconda motivazione: dare al destinatario il tempo di rispondere con i propri ritmi (45%). Terza, il principio che i latini avrebbero approvato senza riserve: verba volant, scripta manent (22,3%). C’è anche chi dichiara esplicitamente di odiare il parlare al telefono (17%), percentuale che schizza al 28% nella fascia 25-34 anni. Una generazione di millennial e generazione Z che ha cresciuto la propria vita sociale attraverso schermi e tastiere e che, alla voce, preferisce decisamente il testo.

I comportamenti insopportabili sono rivelatori quanto le motivazioni. Al primo posto, con il 47,6%, c’è il destinatario che visualizza il messaggio senza rispondere, fenomeno noto come “ghosting digitale” che tra le donne raggiunge il 53,5% e tra i giovanissimi addirittura il 63,6%. Medaglia d’argento per le catene di Sant’Antonio e gli schemi piramidali (44,6%), bronzo per i messaggi politici o commerciali non richiesti (32,2%). Seguono: la disattivazione della spunta blu (29,8%), l’essere aggiunti a gruppi senza consenso (29,3%), i messaggi spezzettati in micro-frammenti (26,2%), tutto in maiuscolo (23,5%), gli audio troppo lunghi (20,5%). Il “pollice in su” come risposta a un messaggio chiude la classifica con il 18,6% (per i boomer all’ascolto: no, non si fa, non serve).

Sessantadue miliardi di messaggi in meno

Il punto di fondo è questo: in dieci anni gli italiani hanno smesso di mandare oltre 73 miliardi di SMS. Quella massa di testo, di pensieri sintetizzati in 160 caratteri, di confessioni d’amore abbreviate, di accordi lavorativi compressi, si è semplicemente spostata altrove. Su WhatsApp, su Telegram, su iMessage. Le bolle verdi e blu di iPhone restano ancora oggi uno dei simboli più visibili della frammentazione dell’ecosistema della messaggistica moderna, con Apple che ha usato il protocollo proprietario iMessage come strumento di fidelizzazione di una generazione intera.

La messaggistica istantanea ha vinto. Ma ha anche cambiato profondamente i tempi e i codici della comunicazione quotidiana. La messaggistica istantanea ha portato con sé la tirannia della presenza, l’aspettativa della risposta immediata, la spunta blu come forma di pressione sociale. Gli SMS, paradossalmente, avevano un galateo più rilassato: erano lenti per natura, costosi per struttura, e quella lentezza imponeva una selezione dei contenuti. Si mandava solo ciò che valeva davvero la pena di mettere per iscritto.

Lo zombie che gestisce le banche

Quello che gli SMS hanno perduto in volume lo hanno recuperato in funzione strategica. Sono diventati il protocollo dell’infrastruttura critica: il canale attraverso cui le banche inviano i codici di autenticazione a due fattori, gli ospedali comunicano gli appuntamenti, la protezione civile lancia le allerte. Una funzione invisibile ma capillare, che sfrutta la caratteristica fondamentale che nessuna app può replicare: gli SMS funzionano su qualunque telefono, senza connessione dati, senza applicazioni installate, senza account registrati.

È per questo che i 23 milioni di italiani che ancora li usano non sono un’anomalia nostalgica ma il segnale di qualcosa di più strutturale. La tecnologia non muore quando arriva il successore. Muore quando non ha più nessuna funzione che il successore non svolga meglio. E gli SMS, per quanto strano possa sembrare, continuano ad avere funzioni che WhatsApp non può replicare: non richiedono Internet, non richiedono un account Meta, non sollevano interrogativi sulla crittografia e sulla gestione dei dati privati.

Sono, insomma, il vero maratoneta della tecnologia della comunicazione. Stanchi, affaticati, dati per finiti dopo chilometri e chilometri di strada deserta. E invece sono ancora lì che corrono, un passo dopo l’altro, segnando il tempo. La differenza è che un maratoneta alla fine arriva al traguardo. Gli SMS si accontentano di sopravvivere. Ed è un risultato che, a ben guardare, non è affatto male.

La fonte dell’articolo è una indagine demoscopica condotta da mUp Research per Facile.it su un campione di 1.001 individui rappresentativo della popolazione italiana adulta, età 18-74 anni, interviste condotte dal 16 al 19 marzo 2026.

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