Per vent’anni Apple ha goduto di un privilegio raro nel mondo corporate americano: essere amata dalla sinistra. Difesa della privacy contro i governi, posizioni nette sui diritti civili, Tim Cook dichiaratamente gay, negozi nelle grandi città liberal come presidi culturali oltre che commerciali. Un edificio costruito mattone dopo mattone, ma quella costruzione mostra le prime crepe serie.
Il negozio sindacalizzato che chiude
La vicenda più recente riguarda il negozio di Towson, Maryland, che Apple chiuderà il 20 giugno insieme agli store di Trumbull, Connecticut e Escondido, California. Sarebbe una notizia di ordinaria amministrazione, se non fosse che quello di Towson è il primo store Apple retail negli Stati Uniti ad essersi sindacalizzato, nel 2022. Ai dipendenti degli altri due negozi in chiusura Apple ha offerto il trasferimento automatico in store vicini. A quelli di Towson, no: possono solo candidarsi per posizioni aperte, senza garanzia di ricollocazione.
Il sindacato IAM ha presentato un’accusa di comportamento antisindacale all’NLRB, definendo la chiusura un tentativo mascherato di smantellare l’unico avamposto sindacale dentro Cupertino.
Nove parlamentari democratici del Maryland hanno scritto a Tim Cook chiedendo spiegazioni. Apple risponde che sta rispettando il contratto collettivo esattamente come siglato dal sindacato, il che è tecnicamente vero. Ma il sospetto che quel contratto fosse stato scritto tenendo già in mente una via d’uscita è difficile da scrollarsi di dosso.
Lo smoking, l’oro e il pragmatismo
La questione sindacale, però, non è che l’ultimo capitolo di una storia più lunga e più scomoda, che contribuisce al sospetto che alcuni principi progressisti del passato siano oggi diventati negoziabili.
Il caso più clamoroso risale al 25 gennaio 2026. Mentre a Minneapolis gli agenti ICE uccidevano Alex Pretti, un infermiere di 37 anni del VA hospital, Cook indossava lo smoking per partecipare, con una tempistica discutibile, alla proiezione privata alla Casa Bianca del documentario “Melania”.
Alle dure critiche interne Cook ha risposto con un memo con cui invocava genericamente la “de-escalation”, senza citare mai il nome di Pretti, lodando anzi la disponibilità di Trump al dialogo suscitando una recrudescenza delle critiche.
Qualche dipendente, impietoso, ricordava come nel 2020, dopo l’omicidio di George Floyd, Cook avesse scritto una lettera aperta pubblica con parole molto diverse e citando esplicitamente la vittima: “Non possiamo avere una società che valga la pena celebrare se non possiamo garantire la libertà dalla paura per ogni persona che dà a questo paese il proprio amore, il proprio lavoro e la propria vita.”
Per Pretti la risposta è arrivata tardi, era troppo prudente e vaga nei riferimenti, e soprattutto arrivava da un CEO che poche ore prima mangiava tartine in smoking alla Casa Bianca.
Il “nuovo corso” di Apple era per altro già finito nel mirino anche ad agosto 2025. Dopo avere donato un milione di dollari a titolo personale al comitato per l’insediamento presidenziale di Trump, Cook, in occasione dell’annuncio di 600 miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti in quattro anni, aveva consegnato al presidente nello Studio Ovale un frammento di vetro americano su una base in oro da 24 carati, definendolo “un oggetto unico”. Un’immagine da vassallo che porta il tributo al sovrano, che diede spunto a South Park per costruirci sopra un’intera puntata.
Va detto che la logica di fondo di Cook e di tutta l’industria americana è quella del pragmatismo: solo nel trimestre di giugno 2025 Apple ha pagato 800 milioni di dollari di dazi, con altri 1,1 miliardi previsti nei tre mesi successivi. Di fronte a questi numeri Cook è stato esplicito: “non faccio politica, mi occupo delle questioni che influenzano l’attività di Apple”.
La posizione è comprensibile ma il risultato è una dissonanza col passato sempre più difficile da ignorare. Da un lato l’azienda che ha sfidato l’FBI sull’iPhone di San Bernardino, il cui CEO ha fatto del proprio profilo identitario una bandiera pubblica. Dall’altro un’azienda che corteggia sistematicamente un’amministrazione che su quelle libertà è in aperto disaccordo, e che chiude l’unico negozio sindacalizzato trattando i suoi lavoratori in modo diverso dagli altri.
Amazon vende a tutti, Zoom alle aziende, AMD fa chip che quasi nessuno vede. Ma Apple si era venduta come qualcosa di diverso, e Cook aveva fatto di sé il volto di quella differenza. Quel che è accaduto non può certamente cancellare tutto il passato. Quanto peserà sull’immagine del futuro, è ancora da vedere.











