Diventa più ripida la strada scelta da Apple per ridurre il costo delle memorie. Un gruppo bipartisan di senatori americani, democratici e repubblicani, ha chiesto all’azienda di rinunciare ai chip prodotti dalle cinesi CXMT e YMTC.
La lettera, indirizzata a Tim Cook, chiede ad Apple di impegnarsi entro il 21 agosto a non utilizzare componenti delle due società, nemmeno nei dispositivi destinati esclusivamente al mercato cinese.
Apple cerca memorie per evitare nuovi aumenti
La vicenda è nota. Cupertino sta cercando alternative ai fornitori tradizionali, alle prese con la carenza mondiale di memorie DRAM e NAND che sta inevitabilmente spingendo verso l’alto i prezzi.
Per aumentare la disponibilità e ridurre la dipendenza dai fornitori tradizionali, Apple ha avviato trattative con ChangXin Memory Technologies, CXMT, specializzata nelle DRAM, e Yangtze Memory Technologies, YMTC, con l’idea di montare i chip cinesi almeno sui prodotti venduti in Cina, liberando forniture di Samsung, SK Hynix e Micron per gli altri mercati. Una soluzione che avrebbe offerto ad Apple maggiore potere negoziale sui prezzi e abbattere almeno in parte il costo dei componenti.
Prima Micron, adesso i senatori
Il piano ha però incontrato una crescente opposizione negli Stati Uniti. Nei giorni scorsi Micron, il principale produttore americano di memorie, aveva già fatto pressione sulla Casa Bianca per impedire ad Apple di rivolgersi ai concorrenti cinesi. Micron sostiene che l’ingresso di CXMT e YMTC nella catena di fornitura Apple danneggerebbe gli investimenti, una tesi condivisa anche dai senatori firmatari della lettera, molti dei quali provengono, non a caso, da Stati direttamente coinvolti nei grandi progetti americani sulle memorie.
New York, Indiana e Idaho ospitano o ospiteranno impianti di Micron e SK Hynix, sostenuti anche dagli incentivi pubblici del Chips and Science Act. L’ingresso dei produttori cinesi nella catena di fornitura Apple potrebbe quindi mettere sotto pressione investimenti da miliardi di dollari e la crescita della produzione americana.
I senatori contestano anche l’idea che il ricorso a CXMT garantirebbe automaticamente un risparmio. Nella lettera citano analisi secondo cui i prezzi praticati dall’azienda cinese sarebbero, in alcuni casi, persino superiori a quelli dei concorrenti.
Il punto più delicato riguarda però la qualificazione dei componenti. Anche se Apple utilizzasse inizialmente queste memorie soltanto nei dispositivi venduti in Cina, una volta superati i test per entrare nella catena produttiva potrebbe estenderne l’impiego agli altri mercati con una semplice decisione di approvvigionamento.
I senatori chiedono inoltre ad Apple di chiarire quali informazioni tecniche siano già state condivise con CXMT e YMTC durante i test. La lettera rende così molto più difficile per Cupertino portare avanti il progetto.
Il rischio è che il conto arrivi ai clienti
Rinunciare ai fornitori cinesi significherebbe per Apple continuare a dipendere quasi interamente da Samsung, SK Hynix e Micron, in una fase nella quale la disponibilità è limitata e i prezzi rimangono elevati.
Cupertino può assorbire una parte dei maggiori costi riducendo i margini, ma questa strada ha limiti evidenti. L’alternativa è trasferirli sui listini, come già avvenuto con diversi Mac, iPad e dispositivi per la casa.
Il blocco delle memorie cinesi non provocherà automaticamente un nuovo aumento, ma toglie ad Apple un’alternativa importante per contenere i costi. Se la carenza continuerà, per i clienti crescerà il rischio di prodotti più costosi, configurazioni di memoria sempre più care e aggiornamenti hardware rallentati.













