Apple vuole migliorare Siri usando i contenuti dei siti Internet, ma vuole farlo senza discussioni e polemiche che sono giunte a strascico della nascita di motori IA predatori di contenuti: pagando gli editori.
Secondo il Wall Street Journal, Apple sta infatti discutendo accordi pluriennali per permettere alla nuova Siri di accedere a notizie e informazioni aggiornate, migliorando la qualità delle risposte del suo assistente virtuale. La società avrebbe contattato diversi editori negli ultimi mesi e starebbe valutando compensi variabili legati all’effettivo utilizzo dei contenuti, con pagamenti effettuati quando il materiale dei partner viene impiegato per fornire le risposte di Siri.
È un modello diverso da molti accordi già stipulati tra grandi società dell’intelligenza artificiale ed editori, che generalmente prevedono compensi garantiti in cambio di un accesso più ampio ai contenuti. Per questa operazione Apple avrebbe discusso un budget complessivo nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari.
Perché Apple è pronta a spendere centinaia di milioni
La strategia è legata alla natura stessa della nuova Siri basata sull’intelligenza artificiale. Per rispondere a domande sull’attualità non bastano modelli linguistici e capacità di ragionamento. Servono informazioni recenti, affidabili e continuamente aggiornate, prodotte da redazioni che sostengono i costi di giornalisti, verifiche, fotografie, inviati, archivi e infrastrutture.
Apple ha inoltre già sperimentato quanto possa essere rischioso affidare all’AI la sintesi delle notizie. Alla fine del 2024 alcune notifiche generate automaticamente attribuirono agli editori informazioni errate, costringendo l’azienda a intervenire sulla funzione. Accedere direttamente a contenuti professionali significa quindi procurarsi materiale aggiornato, ma anche ridurre rischi legati ad affidabilità, copyright e attribuzione delle fonti.
Non sarebbe neppure la prima volta che Apple paga gli editori ottenendo diritti legati all’intelligenza artificiale. Secondo il Wall Street Journal, precedenti accordi comprendevano già diritti per l’addestramento AI. A questo si aggiunge l’esperienza di Apple News+, avviata nel 2019, attraverso la quale Cupertino remunera gli editori per la distribuzione dei loro contenuti. Alcune testate hanno successivamente abbandonato il servizio, ma per alcuni gruppi editoriali gli accordi hanno rappresentato una fonte significativa di ricavi.
Il problema non nasce oggi. Quando OpenAI iniziò a utilizzare GPTBot per raccogliere informazioni sul Web, numerosi editori decisero di impedirgli l’accesso tramite robots.txt. Google introdusse successivamente Google-Extended, offrendo ai proprietari dei siti uno strumento per limitare alcuni utilizzi dei contenuti nell’AI.
In altri casi si è arrivati direttamente ai tribunali. Il New York Times ha accusato OpenAI e Microsoft di avere utilizzato senza autorizzazione i propri articoli, mentre Encyclopaedia Britannica ha citato OpenAI per violazione del copyright. Anche Google è finita nel mirino di editori e autori che accusano Gemini di essere stato addestrato utilizzando libri protetti dal diritto d’autore.
Il lato predatorio dell’intelligenza artificiale
È qui che emerge una delle questioni cruciali dell’AI attuale. Il valore delle risposte generate deriva spesso dal lavoro svolto da qualcun altro. Un editore paga per produrre un articolo, una guida o un’inchiesta; un sistema di intelligenza artificiale può utilizzare quelle informazioni, sintetizzarle e restituirle direttamente all’utente.
Google rappresenta il caso più evidente. Con la trasformazione della ricerca attorno a Gemini e all’AI, il motore non si limita più a indicare dove trovare un’informazione, ma tenta sempre più spesso di fornirla direttamente. Le AI Overviews raccolgono informazioni provenienti dal Web e le sintetizzano nella pagina dei risultati.
Per chi produce quei contenuti il rischio è evidente. Google utilizza il loro lavoro per costruire una risposta, ma quella stessa risposta in larga parte elimina la necessità di visitare la fonte originale. Gli editori europei hanno già contestato questo meccanismo, accusando Google di sfruttare i loro materiali nelle Panoramiche AI senza offrire una reale possibilità di sottrarsi senza conseguenze sulla presenza nel motore di ricerca.
Si spezza così il rapporto sul quale il Web si è sostenuto per decenni. I siti permettevano ai motori di indicizzare i propri contenuti e in cambio ricevevano visite. Con l’AI il contenuto può invece essere assorbito, rielaborato e utilizzato per trattenere l’utente sulla piattaforma, sottraendo traffico e quindi ricavi proprio a chi ha sostenuto i costi necessari per produrre l’informazione.
Apple sceglie un’altra strada
Le trattative di Apple assumono quindi un significato che va oltre il miglioramento di Siri. Cupertino sembra riconoscere un principio che l’industria dell’intelligenza artificiale non ha ancora risolto: le informazioni professionali hanno un costo e il loro utilizzo genera un valore economico che dovrebbe essere condiviso con chi le produce.
Pagare gli editori non risolve ogni problema del rapporto tra AI e copyright, ma introduce un modello molto diverso dall’idea secondo cui tutto ciò che è pubblicamente accessibile sul Web possa diventare gratuitamente materia prima per un’intelligenza artificiale. E potrebbe diventare una distinzione sempre più importante mentre le AI smettono di limitarsi a trovare i contenuti e cominciano a sostituirli.












