È durata meno di ventiquattr’ore la nuova funzione di Google Earth basata su Nano Banana 2. Presentata come uno strumento capace di ricostruire il passato o immaginare il futuro di qualsiasi luogo del pianeta, è stata rapidamente disattivata dopo che giornalisti, ricercatori e analisti hanno dimostrato quanto fosse semplice creare immagini satellitari false ma estremamente realistiche.
Google ha confermato di aver sospeso la funzione, annunciata solo poco tempo fa e che permetteva di modificare qualsiasi punto della Terra con una semplice descrizione testuale, dopo aver rilevato la diffusione di contenuti che violavano le proprie politiche sui deepfake.
Doveva stimolare la creatività
L’idea di Google era semplice: permettere agli utenti di esplorare il mondo in modo nuovo. Bastava selezionare un punto della mappa, premere il pulsante Create Image e descrivere ciò che si desiderava vedere.
Tra gli esempi suggeriti dall’azienda figuravano la ricostruzione dell’antica Pompei, la trasformazione del campus di Mountain View in una città fantascientifica oppure la possibilità di immaginare come apparirà un quartiere tra cento anni.
Le immagini venivano generate partendo dalle fotografie satellitari, aeree e tridimensionali reali di Google Earth, ottenendo risultati di qualità sorprendente.
In poche ore è diventato un generatore di fake
La comunità di giornalisti e ricercatori ha iniziato immediatamente a mettere alla prova il sistema. The Atlantic, ad esempio, è riuscito a generare immagini di grattacieli in fiamme, devastazione nel centro di San Francisco e perfino un enorme cratere al posto della Torre Eiffel, semplicemente seguendo l’invito di Google a «scegliere un punto della mappa e dare vita alle proprie idee».
Il ricercatore olandese Henk van Ess, esperto di Open Source Intelligence, ha dimostrato come fosse possibile generare immagini di una centrale nucleare inesistente in Iran, un ospedale bombardato nella Striscia di Gaza e l’immagine di una città di confine americana assediata dai immigrati clandestini.
Tonight I typed just one sentence into Google Earth and put refugees near the Mexican border. Then I planted a nuclear plant in Iran. What on earth is Google doing? Check my latest post here: https://t.co/N0h6CVECqS pic.twitter.com/WSjdcEXWJx
— 𝚑𝚎𝚗𝚔 𝚟𝚊𝚗 𝚎𝚜𝚜 (@henkvaness) July 30, 2026
Quello che fino a ieri avrebbe richiesto ore di lavoro con software professionali era diventato possibile scrivendo una sola frase generando un processo distorsivo gravissimo nell’orizzonte dell’informazione e nei sempre problematici flussi dei social.
Perché il problema è così serio
In gioco c’è la credibilità di Google Earth. Da oltre vent’anni il servizio viene utilizzato da giornalisti investigativi, governi, ricercatori e analisti per verificare eventi realmente accaduti, documentare guerre, individuare modifiche del territorio e smascherare campagne di disinformazione.
Uno degli episodi più celebri riguarda l’abbattimento del volo Malaysia Airlines MH17 nel 2014. Il ministero della Difesa russo diffuse immagini satellitari per sostenere la propria ricostruzione dei fatti, ma il collettivo investigativo Bellingcat dimostrò, confrontandole con Google Earth e con altri dati geospaziali, che quelle immagini erano state manipolate.
È proprio questa reputazione di strumento affidabile e imparziale ad aver reso così delicata la vicenda. Le immagini create dall’intelligenza artificiale riproducevano infatti prospettiva, illuminazione e colori del territorio reale, rendendo molto difficile distinguerle da quelle autentiche con un semplice colpo d’occhio.
Google spegne tutto
Google ha spiegato in una nota di aver osservato utilizzi professionali molto interessanti, ma ha pure ammesso la condivisione di immagini che sembravano violare le proprie politiche.
Sebbene le immagini generate non sostituissero quelle ufficiali di Google Earth e riportassero un watermark digitale che ne indicava chiaramente l’origine artificiale, l’azienda ha deciso di ritirare la funzione.
Bastava infatti realizzare uno screenshot perché quel contrassegno sparisse dalla maggior parte delle immagini condivise sui social network.
La funzione è stata quindi disattivata in attesa di nuovi sistemi di protezione destinati a limitarne gli abusi.
Una lezione che va oltre Google Earth
La vicenda dimostra quanto il tema dei deepfake stia cambiando rapidamente. Fino a poco tempo fa creare una falsa immagine satellitare credibile richiedeva competenze tecniche, software specializzati e molto tempo. Oggi può bastare una semplice frase.
La differenza, però, non è soltanto tecnologica. Quando un’immagine nasce all’interno di una piattaforma come Google Earth, eredita automaticamente parte della fiducia costruita dal servizio in oltre vent’anni di utilizzo. È questo che rende particolarmente pericolosa la combinazione tra intelligenza artificiale generativa e strumenti considerati autorevoli.
Il caso dimostra anche che watermark e filigrane digitali non bastano se possono essere aggirati con un semplice screenshot. È probabile che, in futuro, le piattaforme dovranno introdurre sistemi molto più sofisticati per distinguere i contenuti autentici da quelli generati dall’IA.
L’intelligenza artificiale continua a diventare sempre più potente, ma ogni nuovo passo avanti aumenta anche il rischio che immagini, video e documenti apparentemente autentici vengano utilizzati per manipolare l’opinione pubblica. La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto creare contenuti sempre più realistici, ma soprattutto preservare la fiducia in ciò che vediamo online.











