Muse, il nuovo agente personale basato sull’intelligenza artificiale di Meta, è diventato in pochi giorni uno dei fenomeni tecnologici del momento negli Stati Uniti. L’app ha raggiunto il primo posto tra quelle gratuite sull’App Store americano, superando ChatGPT, e sta registrando un ritmo di adozione particolarmente elevato anche su Android.
Secondo i dati di Sensor Tower riportati da CNBC, Muse aveva già raggiunto circa 2,5 milioni di download negli Stati Uniti entro il 19 settembre, meno di due settimane dopo il lancio dell’8 settembre. Su iPhone, nei primi dodici giorni, avrebbe registrato circa 1,43 milioni di installazioni, leggermente più delle 1,37 milioni ottenute da ChatGPT nello stesso periodo dopo il debutto della sua applicazione mobile.
Il confronto va però letto nel modo corretto: Muse sta superando il ritmo iniziale di crescita di ChatGPT e lo ha scavalcato nelle classifiche dell’App Store statunitense, ma questo non significa che abbia già una base di utenti complessiva superiore a quella del servizio di OpenAI.
Il successo ha avuto riflessi anche sui mercati finanziari. Il 21 settembre le azioni Meta sono salite di oltre l’11%, con gli investitori che hanno iniziato a considerare Muse come una possibile applicazione di massa dell’intelligenza artificiale agentica.
Che cos’è Muse e perché è diverso da un normale chatbot
Muse appartiene alla categoria degli agenti AI, sistemi progettati non soltanto per rispondere a una domanda o generare un testo, ma per eseguire concretamente attività per conto dell’utente.
È un passaggio che Macitynet aveva già analizzato parlando dell’arrivo degli agenti AI: l’intelligenza artificiale non rimane confinata nella finestra di una chat, ma può utilizzare strumenti, aprire siti web, compilare moduli e interagire con servizi esterni.
Meta presenta Muse come un assistente al quale si può affidare un obiettivo e lasciare che sia il sistema a suddividerlo in attività più piccole e a portarle avanti autonomamente.
La differenza diventa evidente nell’uso quotidiano. Si può chiedere a Muse di organizzare un viaggio, prenotare un ristorante, compilare un modulo, controllare la posta elettronica, cercare un’offerta, negoziare una tariffa o acquistare un prodotto.
Alcune attività possono continuare anche dopo la chiusura dell’app. Quando arriva il momento di compiere un’azione considerata sensibile, come inviare una email o completare un acquisto, Muse torna invece dall’utente per chiedere l’autorizzazione.
Un computer virtuale lavora al posto dell’utente
Per rendere possibile questo tipo di automazione Meta ha realizzato Muse Secure VM, una macchina virtuale dedicata che dispone di un proprio browser.
In pratica Muse può navigare sul web in maniera simile a una persona: apre le pagine, individua pulsanti e campi da compilare, inserisce informazioni e porta avanti le diverse fasi di un’operazione.
Un secondo agente, denominato Sentinel, controlla le azioni che Muse tenta di eseguire verso Internet. Meta afferma inoltre che l’utente può decidere quali servizi collegare e quali permessi concedere.
È proprio qui che emerge contemporaneamente il vantaggio e il principale punto delicato di questo genere di strumenti. Più account vengono collegati, più Muse diventa utile, perché può mettere insieme calendario, posta, pagamenti e altri servizi. Ma cresce anche la quantità di dati e autorizzazioni che vengono concentrati intorno allo stesso agente.
Muse può infatti essere autorizzato ad accedere, tra le altre cose, a posta elettronica, calendario, pagamenti, dati di fitness e salute, musica, eventi e servizi per gli acquisti.
Muse può anche fare acquisti
Lo shopping è uno degli esempi più immediati delle differenze tra un chatbot e un agente.
ChatGPT e altri assistenti possono già aiutare a confrontare prodotti e prezzi; un agente come Muse può invece cercare l’articolo, visitare il negozio, compilare i dati necessari e arrivare fino alla fase di pagamento.
È una direzione che riguarda anche altri operatori. Su Macitynet abbiamo ad esempio visto come Visa stia preparando i pagamenti effettuati dagli agenti AI di ChatGPT e come la stessa Amazon abbia sviluppato Compra per me, il sistema che acquista prodotti da siti esterni per conto dell’utente.
Per Muse, Meta utilizza inizialmente Link di Stripe. Il sistema può generare una carta virtuale monouso, evitando di comunicare al negozio i dati della carta reale.
La rete di pagamento si sta però rapidamente ampliando. Shopify ha annunciato l’integrazione di Shop Pay con Muse, mentre PayPal ha comunicato una partnership con Meta che consentirà ai propri clienti di effettuare acquisti tramite l’agente presso i commercianti che utilizzano PayPal.
È inoltre previsto il supporto a 1Password, che permetterà a Muse di utilizzare le credenziali già conservate nel gestore di password senza costringere l’utente a configurare nuovamente ogni servizio.
Amazon chiude la porta all’agente di Meta
Non tutte le piattaforme sono però disposte ad accogliere agenti esterni.
Amazon ha bloccato l’accesso di Muse al proprio negozio online dopo avere chiesto senza successo a Meta di escludere volontariamente Amazon dalle attività di shopping dell’agente.
Secondo Amazon, Meta non avrebbe preventivamente concordato l’accesso al servizio e Muse non si identificherebbe chiaramente come agente automatico durante la navigazione. Amazon ha inoltre sollevato dubbi sulla gestione delle credenziali dei clienti e sulle possibili conseguenze per privacy e sicurezza.
Gli utenti che provano a utilizzare Muse per acquistare su Amazon ricevono un messaggio che segnala che l’accesso continuato da parte di un agente AI non autorizzato viola le condizioni d’uso del servizio.
Meta sostiene invece che Muse sia progettato in modo che password e metodi di pagamento rimangano all’interno di un archivio protetto e non siano direttamente visibili all’agente.
Lo scontro è importante anche oltre il caso specifico. Se gli agenti AI diventeranno il punto dal quale iniziano gli acquisti online, siti e negozi dovranno decidere se permettere a software esterni di cercare prodotti e completare ordini al posto dei clienti.
Per Amazon c’è inoltre un elemento economico evidente: un agente che confronta direttamente prodotti e prezzi può ridurre l’importanza di pubblicità, raccomandazioni e percorsi di acquisto costruiti all’interno del sito.
Amazon aveva già cercato di limitare l’attività di altri agenti esterni, entrando in contrasto anche con Perplexity e con strumenti di shopping automatizzato sviluppati da altre società.
La falla di Muse per Mac e perché è particolarmente delicata
Quasi contemporaneamente al successo dell’app è emerso anche un problema di sicurezza nella versione di Muse per macOS.
Il ricercatore Patrick Wardle ha individuato una vulnerabilità che permetteva a un processo già in esecuzione sul Mac di modificare un’impostazione nascosta dell’app e dirottare verso un server controllato dall’attaccante il traffico utilizzato per la trascrizione dei comandi vocali.
Questo poteva permettere di ottenere il token di autenticazione dell’account Muse e sfruttare successivamente i privilegi già concessi all’agente. Nelle dimostrazioni effettuate dal ricercatore è stato possibile utilizzare Muse per eseguire operazioni sul computer e accedere ad alcune risorse collegate.
La distinzione è però importante: non si trattava di una vulnerabilità capace da sola di entrare da remoto in un Mac protetto. L’attaccante doveva già essere in grado di eseguire codice con l’account dell’utente, ad esempio attraverso un malware o inducendo la vittima a eseguire un comando.
Meta ha successivamente distribuito un aggiornamento correttivo per eliminare il problema.
L’episodio rimane interessante perché evidenzia una conseguenza pratica degli agenti AI: comprometterne uno può essere più grave rispetto a compromettere un’app tradizionale. Un agente può infatti avere contemporaneamente accesso a posta, calendario, file, browser e altri servizi che l’utente gli ha esplicitamente autorizzato a utilizzare.
Per ora Muse non è disponibile in Italia
Muse è stato lanciato per il momento soltanto negli Stati Uniti e per utenti maggiorenni. È disponibile su iPhone, Android, web, WhatsApp e Mac, mentre Meta ha già anticipato l’arrivo dell’integrazione con i suoi occhiali dotati di intelligenza artificiale.
Non è stata ancora comunicata una data per la disponibilità in Italia o negli altri paesi dell’Unione Europea.
Per gli utenti italiani il fenomeno rimane quindi per ora qualcosa da osservare dall’esterno, ma il successo iniziale di Muse mostra in modo piuttosto concreto dove si sta spostando la competizione nell’intelligenza artificiale: dalle applicazioni che rispondono alle domande a quelle alle quali possiamo affidare direttamente un lavoro.
Anche all’interno di Meta questa evoluzione è già visibile in altri settori: la società ha infatti sviluppato Muse Code, l’agente AI dedicato alla programmazione.
La vera questione diventa quindi quali attività siamo disposti a delegare e, soprattutto, quali account, dati personali e autorizzazioni siamo pronti a mettere nelle mani di un software che può agire autonomamente per nostro conto.
Tutte le notizie dedicate all’Intelligenza Artificiale sono disponibili nella sezione dedicata di Macitynet.












