Non una storia di spionaggio industriale, ma una catena di pasticci commessi dalla stessa Apple. È questa la ricostruzione con cui OpenAI prova a smontare la causa avviata da Cupertino contro alcuni ex dipendenti accusati di aver portato con sé informazioni riservate.
Secondo la società di Sam Altman, la vicenda sarebbe nata almeno in parte da una gestione approssimativa degli account iCloud e degli accessi interni, rimasti disponibili anche dopo l’uscita dei dipendenti. A questo si aggiungerebbe un avvio della controversia legale altrettanto confuso, con una comunicazione inviata alla persona sbagliata e il riferimento a una telefonata mai avvenuta.
Gli accessi lasciati aperti da Apple
Il punto principale della difesa riguarda Chang Liu, ex ingegnere Apple passato a OpenAI. Cupertino sostiene che abbia continuato ad accedere a informazioni riservate dopo aver lasciato l’azienda.
OpenAI ribatte che Liu non avrebbe aggirato clandestinamente i sistemi di sicurezza: sarebbe stata Apple a non revocare completamente gli accessi. È lo stesso problema emerso nell’inchiesta sulla gestione degli account iCloud degli ex dipendenti, che in alcuni casi avrebbe lasciato documenti aziendali sincronizzati sui loro account personali.
A sostegno della propria tesi, OpenAI ha pubblicato alcuni iMessage nei quali dipendenti Apple continuano a chiedere a Liu aiuto per recuperare file e chiarire dettagli tecnici anche dopo la sua uscita dall’azienda.
In uno degli scambi, Liu autorizza un collega a lasciare temporaneamente collegato il suo account iCloud per completare il trasferimento dei documenti, suggerendo però di scollegare iMessage per evitare che sul computer compaiano comunicazioni della sua nuova azienda.
Per OpenAI, questi messaggi dimostrerebbero che gli accessi erano conosciuti e utilizzati dagli stessi dipendenti Apple, e non costituiscono quindi la prova di un’operazione condotta di nascosto.
La falsa telefonata degli avvocati
OpenAI contesta anche il modo in cui Apple gestì i primi contatti legali.
Nel febbraio 2026 un avvocato esterno di Cupertino scrisse al responsabile legale di OpenAI, Che Chang, ringraziandolo per una telefonata appena conclusa e per la disponibilità a collaborare.
Quella telefonata non era mai avvenuta. Il messaggio era destinato a un’altra persona coinvolta nella vicenda, ma era stato inviato per errore alla conversazione sbagliata. Il legale di Apple ammise l’equivoco il giorno successivo e si scusò.
OpenAI sostiene inoltre che Apple non abbia discusso con la società le accuse specifiche poi finite nella causa e che, dopo quel contatto confuso, abbia atteso circa cinque mesi prima di rivolgersi al tribunale.
Apple avrebbe creato parte del problema
La risposta di OpenAI non dimostra che nessun segreto industriale sia stato sottratto. Questo resta il punto centrale che dovrà essere valutato dal tribunale.
La società prova però a indebolire la ricostruzione di Cupertino sostenendo che alcuni elementi presentati come prova di una condotta illecita derivino in realtà da problemi creati dalla stessa Apple: account lasciati aperti, documenti rimasti accessibili e un avvio della controversia segnato da errori.
Apple continua invece a sostenere che la causa non riguardi file rimasti accidentalmente sincronizzati su iCloud, ma la sottrazione intenzionale di informazioni su prodotti, tecnologie e processi non ancora resi pubblici.











