La possibilità che Google sia costretta a separarsi da Chrome, il browser più utilizzato al mondo, torna sul tavolo nella lunga battaglia antitrust americana. A rilanciare questa ipotesi è Public Knowledge, organizzazione no-profit che ha presentato una memoria alla corte sostenendo anche che a Google dovrebbe essere impedito di pagare Apple per ottenere il ruolo di motore di ricerca predefinito.
La distinzione è importante: la vendita di Chrome non è stata ordinata dal tribunale e, nell’attuale fase del procedimento, non è neppure una richiesta avanzata nuovamente dal governo statunitense. Public Knowledge interviene infatti come amicus curiae, cioè come soggetto esterno alla causa che presenta alla corte osservazioni ritenute utili per valutare il caso.
La questione va però ben oltre il browser. Al centro dello scontro ci sono il controllo dell’accesso alla ricerca online, i miliardi pagati da Google per essere impostato come motore predefinito su dispositivi e browser concorrenti e, sempre più, il rapporto tra Chrome, pubblicità, privacy e intelligenza artificiale.
Perché Public Knowledge vuole separare Chrome da Google
Secondo Public Knowledge, affidare Chrome a una società indipendente permetterebbe al browser di prendere decisioni senza dover contemporaneamente considerare gli interessi di Google nella ricerca online e nella pubblicità.
Per l’organizzazione, una «proprietà indipendente» di Chrome aprirebbe un canale di distribuzione oggi controllato direttamente da Google e consentirebbe al browser di operare maggiormente nell’interesse dei propri utenti, soprattutto quando si tratta di privacy, motore di ricerca predefinito e integrazione dell’intelligenza artificiale.
Il problema indicato da Public Knowledge nasce dalla posizione particolare occupata da Google: la società sviluppa Chrome e può quindi influenzare diverse regole tecniche del browser, ma allo stesso tempo possiede il principale motore di ricerca e uno dei maggiori business pubblicitari online.
Una decisione apparentemente tecnica presa all’interno di Chrome può quindi avere conseguenze anche sul mercato pubblicitario da cui Google ricava una parte rilevante dei propri ricavi.
Cosa aveva deciso il giudice nel 2025
Nel settembre 2025 un giudice della Corte Distrettuale degli Stati Uniti ha stabilito una serie di misure correttive nei confronti di Google. Tra queste c’è l’obbligo di condividere con alcuni concorrenti considerati «qualificati» determinati dati relativi alle ricerche degli utenti e di fornire risultati di ricerca e annunci pubblicitari attraverso accordi di sindacazione.
Il provvedimento ha inoltre vietato a Google, per sei anni, di concludere accordi di distribuzione esclusiva riguardanti Google Search, Chrome, Google Assistant e Gemini.
Il giudice non ha però proibito completamente gli accordi economici con i produttori di dispositivi e browser. Google può quindi continuare a versare denaro ad Apple, Mozilla e altri partner in cambio della condivisione dei ricavi pubblicitari legati alla ricerca o della distribuzione dei propri servizi.
È proprio questa parte della decisione ad avere un peso enorme per Apple e Mozilla.
Perché i pagamenti di Google ad Apple sono così importanti
Da anni Google versa ad Apple somme molto elevate affinché il proprio motore di ricerca sia proposto come scelta predefinita sui dispositivi della società di Cupertino. Per Google significa trovarsi immediatamente davanti a centinaia di milioni di utenti di iPhone, iPad e Mac; per Apple significa incassare ogni anno miliardi di dollari senza dover sviluppare e gestire un proprio motore di ricerca generalista.
Google ha presentato ricorso contro il provvedimento e sostiene di essersi affermata sul mercato in modo corretto. Nella memoria depositata presso la corte, la società afferma inoltre che Apple e Mozilla hanno scelto razionalmente Google come motore di ricerca predefinito perché garantirebbe una migliore esperienza ai loro utenti e, contemporaneamente, maggiori entrate pubblicitarie.
Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e diversi Stati americani hanno una posizione differente. Davanti alla Corte d’Appello hanno chiesto che venga confermata la decisione sulla responsabilità di Google e sostengono che alla società avrebbe dovuto essere impedito di pagare Apple e Mozilla per ottenere il posizionamento predefinito dei propri servizi di ricerca.
La vendita di Chrome era già stata chiesta dall’antitrust
Nella fase precedente del procedimento le autorità antitrust avevano proposto una misura ancora più radicale: obbligare Google a cedere Chrome. Il giudice aveva però respinto la richiesta.
Come riferisce MediaPost, nei documenti presentati ora alla Corte d’Appello il governo degli Stati Uniti non è tornato a chiedere la vendita del browser.
È invece Public Knowledge a riproporre autonomamente questa soluzione nella propria memoria come amicus curiae. Secondo l’organizzazione, un Chrome indipendente avrebbe incentivi economici differenti e il proprio successo dipenderebbe soprattutto dalla capacità di soddisfare chi utilizza il browser.
«La cessione farebbe sì che le decisioni venissero affidate a un’organizzazione il cui successo dipende principalmente dalla capacità di servire gli utenti del browser».
Chrome, cookie e privacy: il conflitto indicato da Public Knowledge
Uno degli esempi utilizzati dall’organizzazione riguarda i cookie e il tracciamento pubblicitario.
Public Knowledge richiama l’attenzione della Corte d’Appello sulla scelta compiuta da Google nell’aprile 2025 di mantenere i cookie utilizzati per il tracciamento, cambiando direzione rispetto al precedente progetto che prevedeva di bloccare per impostazione predefinita i cookie di terze parti.
La conseguenza pratica è evidente: Google partecipa alla definizione delle regole del browser attraverso Chrome e possiede contemporaneamente un’attività pubblicitaria direttamente influenzata da quelle regole.
«Google si trova nella posizione di decidere le regole di tracciamento di Chrome e, allo stesso tempo, gestisce il business pubblicitario che da tali regole è influenzato», osserva Public Knowledge. «Un Chrome indipendente potrebbe prendere queste decisioni esclusivamente nell’interesse degli utenti».
Mozilla avverte: senza i soldi di Google Firefox rischia grosso
Se per Apple i pagamenti di Google rappresentano una fonte di ricavi particolarmente importante, per Mozilla la questione potrebbe avere conseguenze ancora più profonde.
L’organizzazione che sviluppa Firefox ha presentato una propria memoria come amicus curiae sostenendo che il browser potrebbe essere costretto a «uscire dal mercato dei browser e dei motori di navigazione» se Mozilla non potesse più ricevere denaro da Google per proporre il suo motore di ricerca.
Le autorità antitrust federali e statali chiedono invece alla Corte d’Appello di eliminare proprio la parte del provvedimento che permette a Google di continuare a effettuare questi pagamenti.
Mozilla sostiene che la scelta del giudice sia supportata dalle prove raccolte durante il procedimento. L’organizzazione cita anche un proprio studio secondo il quale i ricavi diminuirebbero drasticamente se Firefox fosse obbligato a sostituire Google con Bing come motore di ricerca predefinito.
Per Mozilla il problema ha quindi una dimensione molto concreta: gli accordi con i motori di ricerca finanziano una parte significativa dello sviluppo di Firefox. Un divieto assoluto dei pagamenti di Google potrebbe indebolire uno dei pochi grandi browser rimasti fuori dal controllo diretto di Apple, Google e Microsoft.
Lo stesso rimedio potrebbe colpire Google e rafforzare i suoi concorrenti
Il caso mette così in evidenza un problema particolarmente delicato per la Corte d’Appello. Limitare i pagamenti di Google può ridurre uno degli strumenti con cui la società mantiene la propria posizione dominante nella ricerca, ma un divieto troppo ampio potrebbe contemporaneamente mettere in difficoltà Mozilla e ridurre la concorrenza nel mercato dei browser.
La possibile separazione di Chrome apre un fronte differente. Un browser indipendente dovrebbe decidere autonomamente quale motore di ricerca integrare, come gestire privacy e tracciamento e quali servizi di intelligenza artificiale offrire agli utenti. Per Google significherebbe perdere il controllo diretto di uno dei principali punti di accesso al Web.
Per Apple, invece, il passaggio più importante resta quello relativo agli accordi economici sul motore di ricerca predefinito. Per Firefox è in gioco una fonte di finanziamento che Mozilla considera essenziale per continuare a competere.
Google dovrebbe presentare alla Corte d’Appello nuove argomentazioni il prossimo mese. La decisione dovrà quindi tenere insieme tre questioni strettamente collegate: quanto limitare Google nella distribuzione della ricerca, se permetterle ancora di pagare i propri partner e fino a che punto intervenire sul controllo di Chrome.













