La capacità di sopravvivenza e poi di prosperare di un’azienda è legata alla sua velocità. Velocità di analisi, velocità di comprensione e velocità di esecuzione sia in senso positivo (fare qualcosa di nuovo) sia in senso negativo (smettere di fare qualcosa che non va più bene).
Facebook/Meta, per esempio, è stata un esempio illuminante in questo: è passata da sito web sul pc ad app in mobilità già nel 2008, e poi ha sposato nuove strategie, nuove tecnologie (visori VR, occhiali AR), addirittura nuovi nomi (Meta quando Facebook non andava più bene per motivi di immagine) in un battito di ciglia.
Microsoft invece non è mai stata veloce: anzi, ha sempre cercato di fare del suo apparato “ministeriale” un punto di forza. Però ha sposato alcune tecnologie chiave in tempi relativamente brevi: cloud, big data, AI. Circa quest’ultima, va aggiunta una serie di considerazioni. Forse questa volta Microsoft sta esagerando, presa com’è da non perdere il treno dell’AI, a scapito del suo prodotto-chiave: Windows. Ammesso che sia ancora il suo prodotto chiave, che poi è il vero problema che analizziamo in questo articolo.
Il paradosso della piattaforma dominante
Windows controlla ancora quasi tre quarti del parco desktop mondiale. Nonostante la proliferazione degli smartphone, l’arrivo dei tablet e i ripetuti tentativi dei concorrenti, nessuno è mai riuscito a scalzarlo dalla posizione dominante che occupa dal 1995. Eppure in questo momento l’azienda che lo produce sembra guardare altrove, attratta da orizzonti più luminosi e potenzialmente più remunerativi.
Il paradosso è evidente: Satya Nadella ha preso le redini di Microsoft nel 2014 con un titolo intorno ai 35 dollari e lo ha portato oltre i 400 al picco, ristrutturando l’azienda attorno al cloud (Azure), alle sottoscrizioni (Microsoft 365) e infine all’AI con Copilot. Una trasformazione spettacolare, per certi versi ammirevole. Il problema è che nel frattempo Windows, la piattaforma su cui tutto questo si appoggia, ha accumulato un debito tecnico e un’incuria gestionale difficili da ignorare.
La dimostrazione più plastica di questo disinteresse strutturale è una coesistenza che dura da tredici anni: il Pannello di controllo, introdotto nel 1985, e la nuova app Impostazioni, arrivata nel 2012 con Windows 8, convivono ancora oggi in Windows 11 senza che nessuno abbia ritenuto necessario unificarle. Tredici anni di duplicazione, di utenti rimbalzati da un’interfaccia all’altra, di logiche diverse mai riconciliate. Non si tratta di un problema tecnico irrisolvibile: è semplicemente una scelta, visibile nella sua incompletezza.
Patch Tuesday, l’aggiornamento che spaventa
L’aggiornamento di ottobre 2025 identificato come KB5066835 ha disattivato tastiera e mouse nella console di ripristino di Windows (WinRE, Windows Recovery Environment), cioè l’ambiente di emergenza che dovrebbe aiutare l’utente a recuperare il sistema quando va in crash. Lo stesso aggiornamento aveva già rotto le connessioni localhost, fondamentali per chi sviluppa software. Due problemi gravi introdotti da un singolo aggiornamento di sicurezza, la categoria di patch che Microsoft raccomanda esplicitamente di non saltare.
A gennaio 2026 un aggiornamento di sicurezza ha causato blocchi al boot su alcune macchine con Windows 11, con Microsoft costretta ad ammettere che il problema derivava da una patch di dicembre 2025 che aveva lasciato i dispositivi interessati in uno stato definito, diplomaticamente, “improprio”. A ottobre 2025 un altro aggiornamento aveva compromesso le reti VPN per gli utenti aziendali che usano OpenVPN e Cisco Secure Client, con il bug rimasto irrisolto per settimane. Quando la patch è indistinguibile dal problema che dovrebbe correggere, il rapporto di fiducia con gli utenti ha già ampiamente superato la soglia del semplice inconveniente.
C’è poi la questione delle scelte commerciali sempre più aggressive. Windows 11 mostra pubblicità nelle app di sistema, spinge l’integrazione con servizi Microsoft a pagamento e ha trasformato il browser Edge in una presenza insistente, difficile da rimuovere (ricordate Internet Explorer? Ecco…). Nel frattempo, l’interfaccia si arricchisce di funzioni legate all’AI che in molti casi richiedono hardware recente, con i Copilot+ PC come requisito per le funzionalità più avanzate, escludendo di fatto centinaia di milioni di macchine ancora pienamente funzionanti.
L’AI come distrazione o come leva?
Parliamo proprio del copilota intelligente. Il vero progetto di Microsoft in questo momento si chiama Copilot, e il 17 marzo 2026 l’azienda ha annunciato una riorganizzazione profonda della struttura interna dedicata all’AI, unificando sotto un’unica leadership commerciale e consumer con quattro pilastri: esperienza Copilot, piattaforma Copilot, applicazioni Microsoft 365 e modelli AI. Una mossa che definisce le priorità con una chiarezza rara nelle comunicazioni corporate. Windows non è tra i quattro pilastri.
I numeri di Copilot raccontano una storia più complessa di quella che ci viene raccontata. Secondo dati di inizio 2026, siamo a un uso intorno al 60% per ChatGPT, intorno al 15% per Gemini e 13% per Copilot, in calo dal 18/19 per cento del luglio precedente. Quando i lavoratori hanno accesso contemporaneamente a Copilot e a ChatGPT, meno di un quinto sceglie Copilot, mentre i tre quarti preferiscono ChatGPT. La fedeltà degli utenti enterprise, dove Microsoft vanta una posizione strutturalmente dominante grazie ai più di 400 milioni di abbonati Microsoft 365, è in realtà un’adozione spesso forzata dalla disponibilità del tool, non da una preferenza spontanea.
Il paradosso si chiude su se stesso: Microsoft ha una piattaforma che il mondo usa (Windows), sta costruendo servizi AI che il mondo non sceglie spontaneamente (Copilot), e nel frattempo sta trascurando la prima per inseguire i secondi. Non è detto che la strategia sia sbagliata nel lungo periodo, ma nel breve il prezzo lo pagano gli utenti comuni, quelli che usano Windows per lavorare e che si trovano a fare i conti con aggiornamenti che rompono le macchine, interfacce mai completate e un sistema operativo che sembra progettato più per vendere servizi che per funzionare bene.
Il precedente Nokia e il rischio della distrazione strategica
C’è un precedente che Nadella conosce bene e che cita spesso come monito: la vicenda Nokia, l’acquisizione da 7,2 miliardi di dollari completata nel 2014 che si rivelò quasi immediatamente un disastro, con svalutazioni miliardarie e licenziamenti di massa. Nadella liquidò quella storia in tempi relativamente rapidi, una delle sue mosse più apprezzate. Il rischio oggi è speculare: non un’acquisizione sbagliata, ma una distrazione strategica prolungata, un’intera piattaforma lasciata deteriorare mentre l’attenzione è altrove.
Windows gira su circa un miliardo e mezzo di dispositivi attivi, secondo le stime più attendibili. È il sistema operativo dei pc delle aziende, degli ospedali, delle pubbliche amministrazioni, delle scuole di mezzo mondo. La sua stabilità non è una questione di preferenze consumer, è infrastruttura critica. Non c’è un’alternativa, perlomeno, non in tempi ragionevoli. Il problema, però, è che ogni aggiornamento che rompe qualcosa, ogni funzione di sicurezza che smette di funzionare proprio nell’ambiente di ripristino di emergenza, ogni interfaccia duplicata e mai unificata è un piccolo tassello che si allenta in una struttura molto più grande.
Il vero problema non è se Microsoft debba investire nell’AI: chiaramente deve, e lo sta facendo con una velocità e una determinazione inusuali per un’azienda di quella dimensione. Il problema è se possa permettersi di farlo dimenticando Windows. La risposta, guardando i dati di diffusione e le dipendenze strutturali di imprese e istituzioni pubbliche, è no. Ma guardando le scelte degli ultimi anni, sembra che qualcuno a Redmond la pensi diversamente. O forse, più semplicemente, non ci stia più pensando affatto.













