Ecco il primo chip bionico

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Pronto il primo chip bionico. La notizia e’ comparsa nell’edizione di sabato del San Francisco Chronicle che attribuisce ad un professore californiano dell’università  di Berkeley l’inclusione di una cellula vivente incorporata all’interno di un minuscolo circuito di silicio. L’inventore, il prof. Boris Rubinsky, ha
dichiarato che il chip bionico è uno strumento da laboratorio che sarà  di grande aiuto nel campo
della ricerca delle terapie genetiche, consentendo di suddividere i frammenti di DNA in cellule e
poter così, ad esempio, porre rimedio a particolari malformazioni genetiche.

“Quando si pensa a
bionico”, ha detto il prof. Rubinksy, “non bisogna pensare” a “L’uomo da sei milioni di
dollari” (una famosa serie di telefilm degli anni ’70), con questo termine s’intende che cellula è il
cuore del chip, e questo permette la definizione di bionico”. Gli scienziati sanno da tempo che
quando una cellula è soggetta a shock elettrici, la membrana esterna della cellula diventa porosa,
permettendo al DNA di sfilacciarsi o drogare l’intera cellula. Questa tecnica è definitia
“elettroporosi”. Fino adesso, però, la elettroporosi era una tecnica difficile da eseguire, poiché gli
scienziati non disponevano di un meccanismo che consentisse di determinare quanti “shock”
erano necessari per aprire la membrana della cellula. Il chip del prof. Rubinksy risolve il
problema. Con l’aiuto di uno studente laureando, Yong Huang, il prof. Di Berkeley ha realizzato
tre strati di silicio, grande un centesimo di pollice. Al centro del chip ha sistemato una cellula del
cancro alla prostata, che è nutrita tramite una goccia di acqua zuccherata. La cellula funziona come
una sorta di ponte o diodo elettrico. Quando è alimentata, la membrana della cellula si apre,
facendo passare l’elettricità  dall’alto al basso del chip bionico. Esaminando il voltaggio
necessario all’apertura della membrana, Rubinsky è riuscito a determinare con precisione
l’elettricità  necessaria per aprire vari tipi di cellule. E’ possibile, quindi, applicare voltaggi selettivi
e aprire i pori di ogni cellula senza danneggiarla. Il chip bionico ha suscitato grande interesse nei
laboratori e tra gli scienziati di tutto il mondo, per la precisione con la quale uno strumento simile
consente di lavorare nella terapia genetica. Il chip è trasparente e quindi le cellule possono essere
studiate al microscopio per vedere come rispondono alla terapia. L’università  di Berkeley sta
cercando di brevettare la nuova tecnologia e spera di fornirla in licenza a laboratori e industrie che
si occupano di biotecnologie. Grazie al chip bionico sarà  possibile studiare le conseguenze di
determinate terapie prima ancora che vengano sperimentate sugli animali o sugli uomini. Il prof.
Rubinksy, nel frattempo sta lavorando alla seconda fase del suo progetto, che consiste nel cercare
le “chiavi elettroniche” che consentono di aprire le cellule del corpo umano. La sua idea è quella
di creare un dispositivo che possa essere impiantato, ad esempio, nel fegato. Il dispositivo
potrebbe generare una carica, in grado di aprire le cellule del fegato e di inviare nello stesso tempo
un agente terapeutico che potrebbe arrivare velocemente alle membrane delle cellule aperte. Il
prof. Rubinksy ha detto che saranno necessari almeno altri tre anni di ricerche e che ad ogni
modo la strada da percorrere per la cura delle malattie genetiche è ancora molto lunga.

[A cura di Mauro Notarianni]