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Il Mac è meglio del PC: questione di hardware, software o c’è qualcosa di più?

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Steve Jobs diceva che il design non è come è fatta una cosa ma come funziona. E forse il segreto del design dei Mac è proprio questo: non come sono fatti il sistema operativo o l’hardware, ma come funzionano assieme. Lo dimostra anche la cronaca degli ultimi tempi. La NFL, la lega del football americano, abbandona Surface. Chi usa il Mac invece lo tiene ben stretto: nelle aziende infatti il Mac prende sempre più piede. E IBM conferma: possedere un Mac costa alle imprese fino a 500 dollari in meno. Si risparmia dal punto di vista del TCO, il costo totale di possesso, che fa suo non solo il prezzo di listino ma anche assistenza, manutenzione, costi accessori.

mac vs PC apple vs windows icon 640Quello che negli anni è stato considerato sempre in maniera piuttosto contraddittorio, con privati e aziende schierati dalla parte del PC e altre schierate dalla parte del Mac, adesso sta diventando una tendenza piuttosto chiara ed uniforme. C’è un motivo dietro questo e sta sotto gli occhi di tutti dall’inizio del Duemila, quando la Apple di Steve Jobs ha investito più di tutti per integrare verticalmente i propri sistemi: hardware e software.

Prendendo a prestito quel che diceva Alan Kay e che Steve Jobs citò più volte, chi vuole fare sul serio con il proprio software deve occuparsi anche del proprio hardware. Una lezione che Microsoft sta capendo adesso e che Google inizia ad applicare anche a suo modo della telefonia Android. In entrambi i casi si tratta di due aziende di enorme successo ma di qualità complessivamente bassa dell’esperienza d’uso dei prodotti, a causa di una fortissima frammentazione degli OEM che realizzano gli hardware sui quali far girare i sistemi operativi delle case madri.

Pochi giorni fa, come abbiamo riportato anche qui, nel corso della conferenza dedicata alle “aziende che decidono di passare a Mac” organizzata negli Stati Uniti da Jamf, società specializzata nell’integrazione dei computer di Apple nei processi aziendali, tra gli ospiti si è presentata anche IBM con un suo manager. Che ha messo un punto fermo a un dibattito antico, cioè se convenga il Mac o il Pc, macOS o Windows.

Tim Cook (CEO di Apple) con Ginni Rometty (CEO di IBM)
Tim Cook (CEO di Apple) con Ginni Rometty (CEO di IBM)

«Il costo totale di possesso dei Mac in azienda, calcolando il prezzo di acquisto, la manutenzione, l’integrazione e tutto il resto, è inferiore di 535 dollari all’anno rispetto all’equivalente PC», hanno spiegato gli uomini in nero, con una serie di slide a contorno per illustrare il punto di vista nel dettaglio che non hanno mancato di sollevare numerosi applausi dalla platea del Guthrie Auditorium dove si è conclusa la Jamf Nation User Conference (Jnuc).

Lo scontro è prevalentemente sui prodotti hardware portatili: MacBook Air 13 e MacBook Pro di ultima generazione, che hanno dettato le specifiche di una categoria di prodotti, cioè gli Ultrabook. Mancano all’appello invece gli all-in-one come gli iMac sostanzialmente perché nel segmento equivalente dei Pc c’è ancora pochissimo. Quell’area nel mondo Windows è saldamente presidiata infatti dagli assemblati di terze parti, che non possono competere nella sfera dei portatili ma invece riescono a fare molto in quella dei prodotti da scrivania.

Il vicepresidente di workplace as a service di IBM, Fletcher Previn, ha mostrato la trasformazione interna di IBM: più di 400mila dipendenti in 2.800 locations. Dal 2015 possono scegliere se Mac o Pc, con un obiettivo chiaro: aumentare l’efficienza e la capacità lavorativa diminuendo i costi. Nel corso del 2015 sono stati installati 30mila Mac e poi il numero è cresciuto, arrivando a 90mila con soli 5 amministratori di sistemi in carico di gestirli. Il più grande deployment di Mac sul pianeta. Interi paesi passati ad Apple, come il Giappone, che dal punto di vista di IBM adesso è totalmente “Mac oriented”.

mac-ibm
Verrebbe da dire: il Mac è costoso, un lusso inutile. No. Secondo IBM non solo i PC generano il doppio di chiamate per l’assistenza, ma sono anche tre volte più costosi in termini di TCO, total cost of ownership. A seconda del modello di Mac si risparmiano da 273 a 543 dollari in un ciclo di vita di quattro anni. Se si moltiplica questo numero per 100mila pezzi, si capisce perché IBM è stata molto interessata a usare i Mac nonostante abbia prodotto fino a pochi anni fa dei PC (poi ceduti a Lenovo) e abbia mantenuto una mentalità da azienda ingegneristica.

Ogni settimana, ha spiegato il manager, vengono installati altri 1.300 Mac nelle varie filiali e uffici dell’azienda in tutto il mondo. C’è uno strumento software, il Workstation Asset Management Tool e una intranet disegnata per essere pienamente compatibile con i Mac, ma tutto questo non fa che aumentare l’autonomia degli impiegati, che praticamente non hanno bisogno di alcun aiuto da parte dei sistemisti per gestire la rete. Il passaggio ai Mac sta avvenendo anche all’interno di LEGO, la multinazionale danese celebre per i mattoncini assemblabili.

È un cambiamento epocale, che a chi guarda agli anni Ottanta e Novanta con l’occhio non solo dello storico ma anche dell’utente che non trovava mai spazio per un Mac in azienda o anche tra privati, adesso appare quasi paradossale. Le fotografie di platee tutte di MacBook, come quelle che ciclicamente compaiono sui giornali e online, fanno pensare a qualcosa di più che non alla semplice democratizzazione del design. In realtà il Mac è un cambiamento di cultura importantissimo nella storia dell’informatica personale. E se anche iOS e gli apparecchi Post-PC hanno un posto di primo piano da questo punto di vista, va detto che il Mac rivendica una sua significativa fetta del successo complessivo di Apple. E merita un futuro luminoso, come i suoi affezionati utenti sperano in prospettiva per l’evento di giovedì prossimo, che Macity seguirà come sempre in diretta.

Apple e IBM

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