La saga dell’iPhone [3]

Sta per arrivare il modello 3G, il secondo iPhone di Apple. E tutti ne stanno parlando. Però vale la pena ricordarsi anche quello che è successo nei mesi (e negli anni) passati, perché la storia del telefono di Apple è davvero molto lunga e viene da lontano. A partire da quello di cui parliamo in questa terza puntata, vale a dire l'attesa del lancio negli Usa.

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Adesso non ce lo ricordiamo più. Ma è stato un periodo davvero particolare.
Quei mesi, s’intende dire, che separano l’annuncio dell’iPhone, il 9 gennaio 2007, rispetto alla sua commercializzazione il 29 giugno del 2007.
Cinque mesi e venti giorni che paiono una vita: sui giornali, nei siti web e in mille altre occasioni si inseguono le notizie relative agli avvistamenti.

Intanto che gli esperti si scervellano sulle caratteristiche viste o intuite durante le presentazioni (dopo la prima di Steve Jobs ci saranno altre due occasioni per vedere l’iPhone dimostrato pubblicamente da Apple), comincia anche la caccia agli avvistamenti. Infatti, per il lancio di iPhone sulla rete di At&T è necessario che i tecnici effettuino gli ultimi rodaggi e rilevamenti.

Lo stesso apparecchio non è ancora perfettamente completato e il lavoro di decine e decine di tecnici in giro per gli Stati Uniti entra sotto il mirino della stampa e soprattutto degli “osservatori casuali”, gli appassionati della casa della Mela.

Sono settimane e mesi di grandi discussioni su molto poco di concreto.
C’è chi discetta sulla legittimità  del nome scelto da Apple, che pare invece * come in effetti poi risulta * essere già  stato registrato da un’altra società . àˆ di Cisco il “brevetto” di iPhone (del termine i giornali soprattutto non anglosassoni faticheranno ancora a lungo a capire la grafia con la “i” minuscola e la “P” maiuscola, seguendo la stessa logica di iMac e di iPod), che giungerà  ad un accordo con Apple nelle successive settimane. Ci penserà  tuttavia Time, a fine anno, a capire come si scrive mentre gli dedica il titolo di “Invenzione dell’anno”.

Cominciano anche le critiche pur senza aver potuto provare di prima mano l’apparecchio.
C’è chi si mette ad attaccare la fotocamera, limitata a due megapixel. Oppure chi protesta per il sistema basato sulla connettività  Gsm-Gprs-Edge, cioè senza la connessione Umts (per via del consumo energetico eccessivo di questa seconda tecnologia).
E poi quelli che protestano “a scatola chiusa” per la tastiera touch, che si immaginano scomoda e difficile da gestire magari con una mano sola mentre si guida. Senza contare la batteria stile iPod, cioè non sostituibile direttamente dall’utente (ci pensa Apple, ha già  chiarito Jobs, ricordando anche che ci sarà  entro la metà  del 2008 una versione Umts non appena la tecnologia lo consentirà  con consumi ragionevoli).

E la mancanza di Mms, i messaggi di testo con anche le immagini. Oppure gli Sms organizzati a fumetti, con i balloon stile iChat. Senza contare le applicazioni “di terze parti” che possono essere raggiunte attraverso il web, cioè Safari, anziché attraverso un SDK, tool di sviluppo, come viene annunciato durante la World Wide Developer Conference del 2007, tra le perplessità  di molti sviluppatori. Non c’è un aspetto dell’iPhone (tra quelli conosciuti sulla carta e dalle presentazioni) che non sia passato al setaccio. L’ipotesi che agita queste critiche, che arrivano dopo anni e anni di attesa di un apparecchio di questo genere da parte di Apple, è che il lancio possa essere un flop.

Steve Jobs durante la presentazione del 9 gennaio 2007 è stato abbastanza conservativo. Parla di conquistare una quota minima del mercato dei telefoni intelligenti. Una quota pari a 10 milioni nel 2008.
Una quota che appare singolarmente conservativa o eccezionalmente ampia a seconda di chi si metta dalla parte degli analisti e cerchi di capire cosa succederà . Gli analisti sono allenati a questo tipo di calcoli, perché con il loro servizio preventivo devono dare un’idea agli investitori di Borsa per capire se l’azienda manterrà , supererà  o resterà  al di sotto delle previsioni e di conseguenza il valore del titolo quotato.

Ma sono ancora più allenati i manager, e nella fattispecie Steve Jobs, a prevedere come andranno le vendite. Perché devono ordinare le componenti, far lavorare le fabbriche, preparare le confezioni e spedirle. Sperando di non aver sbagliato né per eccesso né per difetto le previsioni, altrimenti sono occasioni di vendite perse o centinaia e centinaia di scatole che si accumulano nei negozi, nei magazzini e nei viaggi, creando una perdita economica.

La data di lancio dell’iPhone si avvicina, la gente comincia a parlarne sempre più di frequente. L’attesa è palpabile, non solo negli Usa. Cosa succederà ? Come andrà  a finire l’atteso lancio del telefono di Apple? Microsoft, nella persona del suo amministratore delegato Steve Ballmer, lancia tutti gli strali possibili e immaginabili contro l’iPhone.

Ma a soffrire realmente è un’altra azienda: Research In Motion, la società  canadese che produce il BlackBerry, cioè la macchinetta per la posta elettronica che sta vivendo un’incredibile crescita da un paio di anni. àˆ un’azienda dedicata al mondo business, delle imprese, dei manager, ma ha l’ambizione di allargare il suo mercato sino a coprire anche quello dei consumatori con apparecchi sempre più semplici da usare e più multimediali. I suoi fondatori, nei loro sogni persi nella neve di Waterloo, la cittadina canadese dove la città  ha sede e dove si tiene la festa della birra (l’Oktoberfest) più grande al di fuori della Germania a causa della storica immigrazione in quell’area, immaginano di poter sconfiggere Nokia, Microsoft, Motorola, i coreani, Windows Ce, persino i nuovi fabbricanti di Taiwan e di Hong Kong. Non immaginano che sia proprio la Apple nel loro destino la società  che sta per trasformarsi nella loro bestia nera.

Facciamo un rapido salto in avanti. Dimentichiamoci il giorno del lancio, le code infinite, il tutto esaurito in contemporanea tra gli Apple store e i negozi di At&T.
Dimentichiamo tutto, per un attimo. E lasciamoci portare avanti. Lasciamoci trasportare da quello che è successo in quei giorni rapidissimi in cui l’iPhone ha venduto 270 mila apparecchi in 30 ore. Coperto da più di 300 brevetti, ammantato da un’aurea di mistiscismo che lo ha preceduto per 170 giorni, l’iPhone emerge all’improvviso nel radar del mercato di massa.
E centra un obiettivo che Steve Jobs spiegherà  pochi mesi dopo: ha conquistato un quinto del mercato dei telefoni intelligenti partendo dal niente. Davanti solo Rim con il BlackBerry, dietro tutti gli altri la cui somma è di poco superiore alla quota di mercato raggiunta da Apple. Il lancio dell’iPhone è stato un trionfo, appena intorbidito dalla manovra di ritocco del prezzo verso il basso di duecento dollari (con cento restituiti sotto forma di vaucher ai primi acquirenti oltre alla cancellazione del modello da 4 Gigabyte) a poche settimane dall’esordio.

Però, come vedremo fra poco, c’è un fenomeno inedito e forse imprevisto che sta per emergere. Un fenomeno che mette nel vocabolario di milioni di persone una coppia di parole: jailbreaking e bricking. Sbloccare o rendere l’iPhone inutilizzabile come un mattone. Un fenomeno che concorrerà  a trasformare in maniera profonda il modello di business dell’iPhone, almeno tanto quanto l’iPhone stesso sta cambiando il mercato della telefonia mobile, gli usi e i servizi che stanno comparendo proprio in quei mesi negli Usa. Una battaglia a tutto campo con tante variabili diverse, impossibili da controllare e che rendono molto incerta qualsiasi previsione sull’esito finale. La vera battaglia dell’iPhone il cui esito è ad oggi tutto da scrivere.