Il Tirreno: così arrivò Apple in Italia

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Sul Tirreno, quotidiano toscano del Gruppo Espresso, un servizio su come arrivò la tecnologia Apple in Italia. A raccontarne Dario Conti, di Dataport, il più vecchio rivenditore della Mela ancora in attività nel nostro paese.

La storia del Mac sbarca sul Tirreno. Il quotidiano, una delle testate più popolari del centro Italia e della Toscana in particolare, parte del gruppo Espresso, parla del computer di Apple in un servizio sul primo rivenditore in Italia, Dario Conti di Dataport [sponsor] di Bientina.

Il lungo servizio, realizzato in forma d’intervista, prende spunto dal venticinquesimo di fondazione del rivenditore, pioniere nel nostro paese della Mela, per tracciare un vero e proprio piccolo profilo delle vicende che portarono allo sbarco del computer di Jobs nello Stivale italico.

Si apprende così che la storia di Apple in Italia, come tutte le storie appassionanti, prese il via quasi per caso e in maniera bizzarra, il giorno in cui Conti, uno dei primi laureati in informatica d’Italia, vide per caso un Apple II che un importatore di lavatrici di Reggio Emilia pensa di lanciare nel nostro paese. «Mi resi conto fin da subito – dice Conti al Tirreno – che stavo toccando con mano un oggetto rivoluzionario. Fino a quel momento, pensavo che l’informatica sarebbe stata sempre destinata ad addetti ai lavori. Quel computer però dimostrava che questa materia così affascinante poteva essere diffusa tra la gente. La storia ha dimostrato che quei computer hanno rappresentato un cambiamento culturale nell’informatica, così come Henry Ford ha rivoluzionato il mondo rendendo l’automobile uno strumento per le masse».

L’inizio non fu facile. Aperto il primo negozio Conti cominciò a portare in giro l’Apple II. «Ci rivolgevamo quasi esclusivamente alle università  – si legge ancora sul Tirreno – il primo computer, però, lo vendetti a un commerciante di stoffe di Prato. Ma fu un caso pressoché sporadico, perché per capire le potenzialità  di quelle macchine, tanto sofisticate eppure così semplici, occorrevano pur sempre esperti della materia». La tecnica di marketing era però molto diretta: «Non facevamo altro che portarci dietro un nostro prodotto e uno della concorrenza. Accendevamo le macchine e non dicevamo nient’altro. Per noi parlavano le icone e la videoscrittura da una parte e i codici e le scritte verdi su fondo nero dall’altra. L’Università  di Pisa fu la prima con la maggiore penetrazione di computer Apple in Italia, del resto era stata la prima anche a inserire un corso di laurea in informatica».

L’intervista non guarda però solo indietro, ma anche all’oggi. In particolare alla rivoluzione di iPod. «Un vero e proprio culto. I personaggi famosi – spiega Conti – li utilizzano e li mostrano in pubblico, finendo poi su giornali e riviste. Gli stilisti creano accessori correlati. Le case automobilistiche predispongono i loro impianti stereo per l’inserimento di questi apparecchi. Oggi poi se consideriamo il problema dei virus, che Macintosh non ha, che i prezzi si sono abbassati e che i due sistemi operativi, grazie anche a internet, dialogano tranquillamente, cosa che non avveniva in passato, la diffusione dei prodotti che noi vendiamo è senza dubbio superiore al recente passato»ù

Nel finale dell’articolo non manca però un pizzico di amarezza, in particolare per le pratiche commerciali applicate da Apple che, come spiega Conti, a volte «impediscono di soddisfare le richieste e facendoci perdere, fatalmente, clienti. La vendita di Apple attraverso internet, poi, ci impone prezzi con poco margine di guadagno, obbligandoci a lavorare molto su servizi altamente professionali». Vi sentite un po’ traditi dal grande innovatore Steve Jobs, chiede l’intervistatore, «Un po’ sì * è la risposta di Conti – ma rassegniamoci… è la globalizzazione».