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P2p: la fine del mito di Internet per tutti?

I maniaci del download a tutti i costi, quelli che non si perdono un’anteprima al cinema (in California) o una puntata di Desperate Housewives (sul network statunitense Abc), grazie ai software di Peer2Peer come Bit Torrent, rischiano di avere i giorni contati. Non ci sono solo, infatti, le cause promosse dalle associazioni di discografici e dell’industria cinematografica. Adesso anche i provider di connessione giocano le loro carte. E sono brutte carte per i consumatori più incalliti di nuove tecnologie.

Il paradosso è che proprio la capofila della società  coinvolta, cioè Tiscali italiana, fu quella che lanciò dalla Sardegna il modello di business rivoluzionario. Come per i telefoni cellulari tutto è nato grazie agli spagnoli e poi agli italiani che hanno introdotto le schede ricaricabili (svincolate cioè da un contratto post-pagato) così nell’Internet degli anni Novanta tutto è esploso grazie ai collegamenti in cui si paga solo lo scatto telefonico della connessione, senza abbonamento.

Questo modello, che è diventato anche uno dei modelli portanti delle soluzioni “free” di Adsl (oltre a quelli flat prepagati) è adesso sottoposto a una forte revisione. In Gran Bretagna Tiscali UK (ironia della sorte) sta buttando fuori gli utenti che “usano troppo il servizio”, scaricando più di 30 Gigabyte di dati al mese, secondo quanto riporta The Register.

A parte il fatto che qualunque ragazzino vi direbbe che 30 GB sono una briciola in un mese, il problema che si pone non è solo nel modo in cui vengono pubblicizzate le tariffe del servizio Adsl in quel paese, ma anche negli effetti. Alcuni commentatori hanno voluto vedere più che un problema tecnico di gestione del traffico (secondo Tiscali UK meno dell’uno per cento degli utenti producono il 30% del traffico) la longa manus dei detentori dei diritti di riproduzione di audiovisivi attualmente “bistrattati” e copiati a profusione dai software p2p come Bit Torrent.

Lo scontro nel settore del diritto d’autore e della riproducibilità  ha prodotto, come scritto qui e qui in relazione anche a quel che succede nelle nostre Università , conflitti di notevole portata. Durante la stagione natalizia molti dei principali siti fornitori di banda per la negoziazione delle connessioni di Bit Torrent erano stati “tirati giù” pare in parte con azioni legali e in altri momenti da veri e propri commando di hacker agli ordini delle grandi multinazionali della distribuzione di film e musica.

Se adesso, dopo aver a lungo pubblicizzato i servizi in larga banda come la rivoluzione dell’Internet, si dovesse apprendere che la rivoluzione c’è, sì, ma solo quella predisposta da chi detiene il controllo dei contenuti, non è difficile immaginare che gli effetti sul mercato saranno deprimenti. Il traffico di materiale coperto da copyright è illegale, ma forse, se proprio tutti sono coinvolti, c’è da chiedersi se non sia piuttosto in atto una rivoluzione del mercato della distribuzione grazie alle nuove tecnologie. iTunes Music Store dimostra che per la musica è così. Per film e telefilm?

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