L’ambiente di lavoro di Jonathan Ive

Vogue ha intervistato Jonathan Ive, Senior Vice President Design di Apple, incontrandolo nel suo ufficio e svelando alcune curiosità sul suo modo di lavorare

Jony Ive

Quando Jonathan Ive, Senior Vice President Design di Apple, si mette a lavorare su un nuovo design, la musica di sottofondo è la techno. “Quando scrivo, ho bisogno di calma; ma quando comincio a progettare, non sopporto il silenzio”. Jony Ive lo spiega a Robert Sullivan di Vogue che ha ottenuto accesso al Sancta Sanctorum dei designer che lavorano per la Casa di Cupertino. Pare che il team avesse l’abitudine di alzare il volume quando il defunto Steve Jobs era nei paraggi (noto per i suoi modi bruschi), in modo da rendere le sue sfuriate meno… udibili.

Sullivan scrive che nello studio di Ive e dei suoi collaboratori traspare calma; tutto sembra quasi Zen e l’ambiente è un po’ un salotto a cielo aperto, descritto come una sorta di lussuoso centro termale per irriducibili nerd, con il bianco che domina in tutto il quartier generale.

Nativo di Chingford, sobborgo residenziale a nordest di Londra, Ive si è occupato di design spinto dalla passione del padre, Michael Ive, un argentiere che spingeva il più possibile il figlio in conversazioni su questa materia. Da piccolo, si racconta nella biografia di Leander Kahney dedicata a Ive, amava comprendere il funzionamento degli oggetti, affascinato dai meccanismi interni e smontava e rimontava con cura tutto. Quando Ive era un ragazzino, il padre lavorava per il governo britannico come Ispettore del Ministero dell’Istruzione, con il compito di valutare la qualità dell’insegnamento negli istituti del suo distretto, occupandosi in particolare di design e tecnologie. Quando Ive padre creava qualcosa per suo figlio, ad esempio una piccola casa su un albero, chiedeva a Jony di progettarla sempre su carta prima di iniziare. “Oggi la disegnerei diversamente” dice Ive, con gli occhi che gli s’illuminano e dando la sensazione che da un momento all’altro trascuri tutto e si metta a disegnarla davvero.

Entrato in Apple nel 1992 stava quasi per lasciare la società cinque anni dopo, disilluso e deluso dal lavoro che svolgeva in quel momento. Fortunatamente Jobs tornò in Apple nel 1997 per salvare l’azienda che aveva co-fondato e fu il rimpianto CEO il primo a comprendere il potenziale del progettista. “C’è stato un click”, dice Ive, “Quando senti che il tuo modo di interpretare il mondo è singolare, a volte ti senti solo e ostracizzato”. “Ritengo” dice ancora riferendosi a Jobs, “che avevamo lo stesso modo di vedere il mondo”.

Nel tempo le modalità di progettazione in Apple si sono evolute, mettendo il design e la cura nei dettagli sempre al primo posto. “Penso sia prima di tutto necessario essere chiari, avere curiosità e vedere punti di vista non necessariamente dettati dalle indagini sui consumatori”.

Le fasi concettuali e di prototipazione sono momenti di “affascinanti conversazioni” con il suo team; “Una modalità di lavorare che pratico da decenni, ma che ancora mi meraviglia”. Per Ive è essenziale riuscire a fare le cose, e non solo immaginarle. “Ritengo sia fondamentale per gli studenti di design imparare a progettare, fare le cose, comprendere le proprietà dei materiali con cui stanno lavorando”.

Parlando di lui e Marc Newson (il designer australiano ora anch’egli in Apple), Bono, il cantante e frontman degli U2, li ha descritti come “due gemelli identici ma separati alla nascita”: basta un’occhiata per capire se sono in sintonia o no quando progettano qualcosa.

Nell’intervista di Vogue si parla ovviamente anche dell’Apple Watch, oggetto che l’intervistatore ha avuto modo di provare (segretamente) prima dell’annuncio ufficiale. Ive spiega che il design ha richiesto tre anni di lavoro, descrivendo orgogliosamente i materiali, il peso, cinturini, fibbie, fermagli, la modalità di interazione unica. “Abbiamo cercato di perseguire la purezza e la semplicità”. L’attenzione per i dettagli arriva a descrivere aspetti che altri non noterebbero, come ad esempio il suono del meccanismo di chiusura di uno dei cinturini. “Un fantastico k-chit”, un rumore quasi impercettibile se non si prestasse attenzione.

Jonathan Ive fotografato da David Sims, Vogue, ottobre 2014
Jonathan Ive fotografato da David Sims, Vogue, ottobre 2014