Ho fatto un sogno: accendevo il Mac e dentro c’era Windows

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Cosa succede adesso che Steve Jobs ha portato nella casa degli appassionati della Mela il regalo di compleanno, cioè Boot Camp? Cosa cambia per gli utenti? Quali opportunità  offre a quelli nuovi? Quale sforzo di comprensione chiede a quelli vecchi?

Cominciamo subito chiarendo tre cose. Primo, questo pezzo è un commento, non un articolo di cronaca. Secondo, chi scrive è convinto che gli 86 MB (praticamente un’inezia, che con l’Adsl si scaricano gratuitamente in pochi minuti) della versione beta di Boot Camp siano una delle più grosse rivoluzioni che Apple abbia messo in campo da sempre. Terzo, che non lo userò mai. Perché? Non serve a me, serve al resto del mondo, quello che usa il Pc.

Sembra lapalissiano, forse eccessivo, ma l’entusiasmo di queste ore adesso rischia di far perdere di vista il senso di una tecnologia che è ancora in fase beta, appena annunciata, e il cui senso strategico è talmente chiaro, talmente ovvio, talmente scritto nelle stelle scelte da Apple per navigare il mare del mercato, che il rischio di fraintendere diventa per paradosso sin troppo chiaro.

Apple ha un sogno: diventare come la somma di due aziende. Microsoft più HP. Microsoft più Dell. O forse, Sony, se Sony si fosse comprata Microsoft a suo tempo. Insomma, il piano di Steve Jobs non è quello di sopravvivere. E’ quello di dominare il mercato, completamente e senza fare prigionieri.

Boot Camp non è una mossa difensiva. Virtual Pc era una mossa difensiva, oppure le mille utility per rendere più “compatibile” il Mac. Una strategia di contenimento, insomma. Boot Camp, figlio di una strategia che ovviamente passa attraverso la conversione a Intel, è una strategia aggressiva che mira a fare chiaro un concetto nella mente dei consumatori: “Vi piace? Adesso non avete più scuse”. E’ una mossa quasi arrogante, di sicuro coraggiosa, probabilmente l’unica possibile per continuare a sparigliare il mercato, facendo una scelta genuinamente innovativa e in grado di cambiare le carte in tavola. Talmente ovvia che adesso sembra quasi scontata.

Però, a 18 ore dall’annuncio, chi vi scrive stamani si è anche svegliato dopo un sogno. Quello per cui si è reso conto che non ha bisogno di Boot Camp sul suo computer. No, perché Boot Camp serve a chi usa, deve usare o vuole usare Windows. E chi scrive, non lo usa, molto semplicemente.

Boot Camp è pensato in maniera intelligente: è pronto anche un Cd con i driver già  preparati per i Mac (senza bisogno di andarseli a cercare in rete), è pronto tutto per fare in modo che al momento dell’avvio si possa scegliere Windows o Mac. Il problema è che chi scrive non riavvia mai il suo portatile (non è un Intel, ma ammettiamo per ipotesi che lo sia) e avrebbe probabilmente preferito la possibilità  casomai di utilizzare “pezzettini” di Windows dentro il più confortevole ambiente MacOsX.

Ma il sogno, dopo l’illusione, porta alla comprensione: Boot Camp serve al resto del mondo, a quello costretto a utilizzare Windows (oppure, che preferisce utilizzarlo) perché così vanno le cose. Per loro, adesso, c’è una scelta. Una scelta più logica che non installare MacOsX su un assemblato dalla compatibilità  complessiva delle componenti abbastanza dubbia. Questa parte del mondo è la maggioranza (di gran lunga, attualmente). E adesso, se vuole, può passare dall’altra parte, questa di qua. Per chi già  usa il Mac, dalla mattina alla sera e senza bisogno di Pc, il problema non si pone. Così come non si pone quello, una volta che lo si è messo davanti alla porta, di abitare sullo zerbino, accogliente, sul quale sta scritto “Welcome”.

Non è una perdita di legame con la comunità  Mac che esiste e che è anche aumentata. Ma un invito al resto del mondo, una rivoluzione in due tappe. Un abbraccio circolare.