Microsoft e Connectix, non solo VirtualPC

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La notizia dell’acquisto di VirtualPC da parte di Microsoft sta facendo parlare il mondo Mac. Ma la preoccupazione per le prospettive dell’applicazione corrono il rischio di far dimenticare che la strategia di Redmond ha risvolti molto più ambiziosi e toccano tutto l’universo informatico e in particolare quello dei server. Ecco perché

La notizia “della settimana” è sicuramente l’acquisto da parte di Microsoft di VirtualPC e del suo team di sviluppo. Non appena si è appreso della vicenda l’intero mondo Mac è stato messo in subbuglio. Immediata la preoccupazione di chi teme che il vero scopo di Redmond si quello di affossare un’applicazione che rappresenta una pietra d’angolo del software per Macintosh.

Anzitutto sgomberiamo il campo da un facile equivoco: MS non ha certo comperato VPC per affossarlo. Si tratterebbe di una azione assolutamente sproporzionata rispetto ai possibili benefici. La realtà  è molto più banale: Connectix detiene una tecnologia collaudata e matura, utilissima a MS: quella della virtualizzazione dei processori. Non è un caso che, con la acquisizione, dovrebbero passare a Redmond, oltre che le proprietà  intellettuali, anche una serie di sviluppatori.

Ma a cosa serve questa tecnologia? Quale è lo scopo finale di MS? E’ presto detto: la battaglia per il desktop è vinta da tempo, visto che Windows detiene il 95% circa dell’installato, mentre sul versante dei server, che è poi quello più redditizio in prospettiva, la lotta è ancora aperta.
In questa area MS si scontra ovviamente con Linux (nella parte bassa del mercato), ma inizia a minacciare pesantemente anche i “grossi ferri” di Sun, HP, SGI e IBM: non è un caso che tutti gli Unix proprietari (che normalmente girano su piattaforme RISC) stiano cedendo terreno nei confronti proprio di Linux e delle versioni server di Windows.

Sui grossi server, dotati di processori e OS proprietari, da sempre si pratica la cosiddetta “virtualizzazione della macchina”: in sostanza, un computer di grande potenza viene partizionato logicamente, astraendone le risorse, in modo da poter far girare sopra di esso varie “macchine virtuali”, tutte con il proprio OS.
In particolare, IBM propone l’installazione di Linux dentro alle macchine virtuali.

I vantaggi di una pratica di questo genere sono evidenti: grossi risparmi sull’hardware, sulla complessità  di gestione e sugli spazi, affidabilità  e flessibilità ; c’è ovviamente necessità  di grandi potenze di elaborazione, ma queste non sono più un problema, visto che ormai Itanium (il processore-monstre a 64 bit di Intel) è alle porte, e le versioni a 64 bit di Windows sono in testing.

Alla luce di queste considerazioni, risulta ovvia la scelta di MS di accaparrarsi un asset strategico come quello degli emulatori, ma perché proprio VirtualPC e non, ad esempio, VMware, che gira decisamente più velocemente e ha già  un ottimo mercato proprio nel settore del consolidamento dei server?

Possiamo immaginare che l’acquisto di VPC sia stato decisamente più economico di quello che sarebbe stato con VMware, ma, in ogni caso, c’è un motico tecnico.
VPC è capace di girare su piattaforme hardware differenti, creando delle vere e proprie emulazioni di processore, mentre VMWare gira solo su x86, tramite delle virtualizzazioni del processore, che “smistano” le richieste all’hardware reale (per questo riesce ad essere più veloce, ma perde in portabilità ).

Così, in un solo colpo, MS cerca di contrastare Linux sui grossi server, entra in un mercato redditizio e pone le basi per migliorare la portabilità  dei suoi software (sistemi operativi o software generici) su nuove piattaforme (siano esse evoluzioni a 64 bit dell’attuale x86 o radicalmente nuove).

Cosa può succedere sul versante Apple? Come detto, pare assai improbabile una dismissione dei VPC per Mac, ma le ultime mosse di Cupertino, che ha portato una sua versione di X11 su Mac, e ha utilizzato il codice di KHTML per Safari, chissà  se esiste l’idea di sfruttare i recenti miglioramenti dell’emulatore open source BOCHS, in modo da distribuire su ogni Mac venduto la possibilità  di aprire un buon numero di .execon un semplice doppio click (e un pò di pazienza, visto che l’emulazione non è proprio fulminea)

[A cura di Marco Centofanti]