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Google OS, rapporti tesi con l’Open Source

La risposta tecnica il cronista l’ha già  avuta più e più volte direttamente dai protagonisti. I grandi scienziati di Google hanno sempre detto, off the record, che il problema non esiste. Nel mondo di Internet bisogna mettere a disposizione le API, le interfacce per la programmazione, piuttosto che il sottostante codice. Peccato però che sia esattamente quello che fanno Microsoft, Apple e tutti gli altri campioni del software proprietario.

Adesso, mentre lo scontro tra Google e Microsoft si sposta dalla rete su piano dei conflitti su quel che bisogna installare sul computer (e mentre le grandi applicazioni “in the Cloud” cioè in rete di Google diventano definitive e non più in beta), comincia ad emergere una scomoda novità  che nessun moderno Jonathan Swift digitale riesce a mettere in luce neanche con un paradosso. Google usa l’open source, ma non ne è amica.

La sensazione proviene dall’idea che Google prende, prende fin dal primo giorno, ma non restituisce perché ha imparato molto bene a muoversi nel rispetto formale delle licenze. Ma una cosa è il rispetto delle forme, un altro quello della sostanza: proprio qui casca l’asino e anche il motore di ricerca con tutto quel che ne consegue, compresa la spaventosa ricchezza accumulata in Borsa. In buona parte grazie agli strumenti forniti dall’open source.

A partire dalla “speciale” distribuzione Linux che fa girare i server super-economici di Google, i cluster che amministrano dal primo giorno le risposte rapidissime del motore di ricerca, e che non è mai stata “restituita” alla comunità , fino ai codici sorgente di tutte le applicazioni che girano nella nuvola di Internet: Google Docs, Gmail e via dicendo. Nessuno conosce il codice, eppure sono costruite in buona parte usando application server e tecnologie open source.

àˆÂ tutto perfettamente lecito: chiunque può prendere un software open source e usarlo per i suoi scopi aggiungendo cose ma nel rispetto dei termini di licenza. Le cose sono così anche per quanto riguarda Android e adesso il futuro Google Chrome OS: entrambi basati su Linux ed entrambi hanno e avranno una serie di librerie e sistemi proprietari anche per le applicazioni. Android ha uno strato al di sopra del kernel Linux che è tutt’altro che open: librerie C sviluppate da Google e sistemi comprese applicazioni che sono tenute ben separate dal resto per evitare gli effetti della licenza Gpl e i possibili pezzi di codice di proprietà  della Free Software Foundation.

Android per questo motivi non è completamente analogo agli altri Linux e si muove come ennesimo fork (differenziazione come ramo dal tronco principale) e così sarà  anche per Google Chrome OS (ma non potevano trovare un nome più breve?). Con GCOS sarà  ancora più visibile, perché i progetti legati alle distribuzioni Linux diventano parte di consorzio di grandi aziende quando vengono “tirate fuori” dal normale sviluppo. GCOS sarà  una piattaforma come Android: una piattaforma che prende una serie di pezzi da Linux ma che non è come Linux e che non restituisce realmente alla comunità  quel che ha fatto.

Il problema, sta riflettendo la comunità  dell’open source, è che in parecchi si stanno nutrendo del pasto gratuito, mentre i singoli tutto sommato, anche per motivi generazionali, vorrebbero venire all’incasso in qualche modo o diventare più protagonisti. Nel breve circola la voce e lo stato d’animo, tra i membri della comunità , che lo scambio sia invece reciproco perché questi “grandi egoisti” come Google invece fanno un gran servizio nel far scomparire il Grande Satana Microsoft. Il punto è, chi sarà  il sostituito nel lungo periodo: un nuovo, Peggiore Satana di nome Google?

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