La grande crisi della fotografia digitale

Come il settore dei PC, quello delle macchine fotografiche è entrato in una crisi tecnologica. Gli smartphone si stanno mangiando anche questo segmento di mercato come dimostra l'ultima edizione di Photokina, senza infamia e senza lode

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L’edizione 2016 di Photokina, la più importante fiera di fotografia al mondo che si sta tenendo in questi giorni a Colonia, in Germania, non è stata per niente di secondo livello. Anzi, ci sono molte novità di vario genere: dalla nuova Fujifilm GFX 50S medio formato alle edizioni speciali della nuova Hasselblad X1D, anch’essa medio formato digitale. Dalla stupenda mirroless Canon, vero mostro di velocità, alla macchina istantanea di Leica.

Dall’ottima Olympus OM-D E-M1 Mark II alla Sony Alpha 99 II, dalla compatta di Panasonic DMC-LX10 alla action camera di Nikon, KeyMission 360 che si era già intravista allo scorso CES di Las Vegas. Con una menzione speciale per il drone di GoPro, Karma. Una serie di novità interessanti che però non appassionano e non affascinano.

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Il settore della fortografia sta vivendo una ulteriore stagione di cambiamento e il merito, o la colpa, non sono sue. Questo Photokina lo dimostra: il cammino del digitale, che ha massacrato la tradizionale industria legata alla pellicola analogica (con buona pace di Kodak), adesso sta cannibalizzando il suo stesso mercato. Sono gli smartphone, a partire dall’ultimo arrivato iPhone 7, a dare un “morso” alle già risicate quote di mercato e soprattutto ai volumi di vendita delle aziende del settore fotografico.

Se erano state le compatte digitali a mettere in croce le costose e complicate reflex (che a lungo non volevano lasciare il mercato del film), oggi sono a loro volta spazzate via dall’ondata di apparecchi connessi che le stanno letteralmente mangiando vive. Inutile cercare di fare le fotocamere più smart, con interfacce touch stile telefonino (con tanto di pinch e zoom) perché il castigo è quello degli onnipresenti smartphone, che stanno riuscendo a schiacciare tantissima qualità all’interno di sensori grandi non più di un terzo di pollice.

Merito dell’ingegnerizzazione di questi apparecchi ma soprattutto merito della potenza dei processori: dopo il sensore, infatti, è il processore del segnale la parte più importante, che può avere (o no) la forza bruta per fare vari passagi e ridurre drasticamente il rumore che normalmente dovrebbe entrare in un apparecchio dalle dimensioni risicate come uno di quelli montati sui telefonini smart.

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I grandi cambiamenti dell’industria fotografica ormai non accadono più nel perimetro dei soli fabbricanti tradizionali di macchine. Uno dei motivi è il quasi monopolio da parte di Sony dei sensori. Mentre Canon è sostanzialmente l’unica a produrre i suoi, tutti gli altri pescano a piene mani dalle fonderie giapponesi di Sony, che tiene per se una buona parte della quota di produzione e però gira agli altri sensori su sensori. Questo fattore di omogenizzazione è un altro elemento che porta le macchine fotografiche di fronte al loro vero grande problema.

Come è successo per i computer con la legge di Moore, che si è arenata, le macchine fotografiche stanno patendo uno stop nella capacità di innovare. È un plateau, una secca nella quale si è arenato tutto il settore. Complici i telefonini, certo, ma complice soprattutto la rivoluzione al contrario del silicio, che adesso privilegia chi è in grado di compattare tutte le tecnologie chiave in spazi minimali.

Si diceva una volta che le nuove tecnologie restano indipendenti fino a quando non si trasformano in commodity, e a quel punto vengono assorbire da apparecchi dedicati a quelli generalisti. È quello che a quanto pare sta succedendo alla fotografia digitale per via dei telefoni smart.

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