Ecco perché Leica fa rivivere gli MTF

Con il lancio della Leica CL la casa di Wetzlar torna ai fondamentali della fotografia e spiega perché i suoi prodotti sono superiori

Erano anni che non si sentiva parlare di MTF e di potere di risolvenza di un obiettivo o di una macchina fotografica più in generale. Leica, con il lancio della nuova CL, il sistema compatto con APS-C e con lenti a baionetta L (compatibile quindi con Leica T/TL APS-C e con Leica SL full frame) invece ha deciso di tirare fuori questo discorso altamente tecnico per dimostrare una superiorità che la casa di Wetzlar sostiene di avere già da tempo.

La strategia qui è chiara: presentando un nuovo corpo basato su APS-C dalle ambizioni meno “casual” della Leica TL (dedicata a un pubblico più punta e clicca), Leica ha voluto spiegare perché ritiene che il suo APS-C sia diverso da quello di tutti gli altri. E per farlo non ha aumentato il numero dei megapixel del sensore Cmos (che infatti sono sempre 24, come nella maggior parte dei concorrenti dell’attuale generazione) o nel processore Maestro II, che rimane lo stesso della Leica SL e della Leica M10. Invece, è andata all’essenza delle fotografia, come da promesse, e ha cercato di risolvere in modo nuovo un vecchio problema che continua a riproporsi.

Leica MTF

Come la vorrebbe Oskar Barnack?

Il ragionamento di Leica è stato: Oskar Barnack ha inventato il piccolo formato a pellicola, quello che noi oggi chiamiamo “full frame”, perché voleva qualcosa di estremamente compatto ma di alta qualità. Pellicola di derivazione cinematografica (35 millimetri ovvero 24 x 36), precisione nel sistema meccanico dei corpi delle “Leica a vite” o “Leica terze”, e ottiche di altissima qualità. Barnack oggi cercherebbe di fare lo stesso: non una full frame ma un APS-C di grande qualità che sia all’altezza del formato pieno. E giocherebbe non tanto sui megapixel, ma sulla qualità dell’ottica (e del software che la sostiene).

Ma da cosa si vede la qualità di una ottica? Non è il valore di F, che indica la quantità di luce che entra nell’obiettivo. Quest’ultimo, per comodità lo rispieghiamo, è il rapporto tra lunghezza focale e diametro dell’obiettivo: a numeri più bassi corrispondono obirettivi più luminosi; un obiettivo che arriva a F/3.5 non è particolarmente luminoso, mentre sotto F/2 comincia ad essere capace di catturare molta luce, con effetti di sfocato o bokeh sempre più interessanti.

Invece, quello che determina la qualità ottica di un obiettivo ai fini di avere fotografia di qualità su un supporto di dimensioni sempre più piccole è il suo potere di risolvenza. Cioè la capacità dell’obiettivo di “vederci bene”. Vecchi obiettivi di prima o subito dopo la guerra (o di macchine economiche) utilizzavano un trucco per compensare la scarsa capacità di risolvere una immagine: scattavano sul medio formato (6 x 6 centimetri del fotogramma in pellicola) perché avevano uno scarso potere di risolvenza e, con una pellicola più grande, catturavano più particolari. Se anziché fotografie fossero disegni, disegnare la stessa immagine su un foglio più grande con la stessa matita permette di cogliere meglio i particolari. È il motivo per cui i disegnatori di fumetti, ad esempio, disegnano le loro tavole a una grandezza superiore a quella della stampa del prodotto finale: sono più “dense” e ricche di particolari. Hanno una maggiore risoluzione.

Leica MTF

Le coppie di linee per millimetro

Convenzionalmente l’unità di misura del potere di risolvenza di un obiettivo è indicata dalle coppie di linee per millimetro, cioè dalla capacità dell’obiettivo di riconoscere i cambiamenti spaziali di contrasto tra una linea bianca e una linea nera con un certo livello di luminosità (il 50%). La risoluzione della nitidezza e la risoluzione del contrasto fra linee chiare e linee scure (con orientamenti diversi: sagittali quelle parallele, meridionali quelle perpendicolari) viene analizzata scattando foto a un foglio stampato con questo tipo di segni in un ambiente controllato (su cavalletto, con una certa illuminazione, etc) e poi guardando il risultato finale che viene trasposto in un grafico piuttosto complesso, su cui le varie curve mostrano gli andamenti della risolvenza ad aperture e in zone differenti dell’obiettivo (il centro, i bordi, per linee parallele, per linee perpendicolari, etc).

Il grafico in questione, croce e delizia degli appassionati di fotografia quando ancora la fotografia era considerata uno sport per pochi, anziché uno sport di massa con sistemi sempre più automatici che richiedono pochissime competenze tecniche, è “scientifico” nel senso che riporta i risultati di un test che non è assoluto ma empirico (ci possono essere variazioni da uno scatto all’altro) e che è molto difficile da leggere.

Leica MTF

La misura della risolvenza: MTF

Il grafico si chiama MTF, (Modulation Transfer Function) funzione di trasferimento della modulazione, e permette di valutare i diversi livelli di nitidezza e contrasto forniti dagli obiettivi fotografici. Una lettura obbligatoria durante gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, nel pieno dei fotoamatori di macchine fotografiche reflex, divenuto una rarità negli anni Duemila e oggi praticamente ignorato visto che le macchine fotografiche attuali sono completamente in balia del software e perché i sensori sono apparentemente (ma solo apparentemente) una cosa diversa dalla pellicola.

Attenzione, però, perché il fatto che il grafico MTF sia orientato agli obiettivi non cambia niente con il discorso del sensore digitale. Nel campo della fotografia analogica si utilizzavano determinate pellicole dai tempi di esposizione più lunghi (da qui il cavalletto, per evitare il mosso e il micromosso) composte da combinazioni di sostanze chimiche il cui potere di risolvenza già si conosceva. In questo modo, sapendo quanta definizione era possibile con la pellicola, la differenza in peggio era imputabile all’obiettivo (in meglio non era misurabile perché la pellicola non la registrava).

Oggi, con un sensore che è in grado di “scalare” la sensibilità a partire dall’ISO base (perché sia in più che in meno la sensibilità dei sensori viene modificata amplificandola o attenuandola tramite algoritmi dedicati), è il software a fare da “colla” tra gli obiettivi e il sensore stesso. Ma questo non significa che non ci sia in realtà ancora bisogno di misurare il potere di risolvenza di una macchina fotografica. Solo che nessun produtture pubblica più i grafici MTF volentieri, o se lo fa li limita a valori molto bassi e con poche spiegazioni.

La strategia pensata a Wetzlar

Leica, con la CL, ha deciso invece di giocare con decisione questa carta: il suo lavoro (e quello già fatto con la Leica SL, come vedremo tra un attimo) è stato quello di trovare un modo per compensare la differenza di formato. Perché un sensore più piccolo “vede” una parte più piccola attraverso la lente, a tutti gli effetti sta facendo uno zoom digitale. E infatti il fattore di crop mostra chiaramente questo livello di zoom dell’immagine scattata attraverso l’ottica: è il motivo per cui un obiettivo con focale 18mm per il full frame diventa un 28mm su un APS-C e un 36mm su un micro quattro terzi.

Qui il ragionamento è molto semplice e facile da capire, una volta sentita la premessa. Secondo i tecnici di Wetzlar, infatti, se obiettivi e software risolvono immagini a 40 coppie di linee per millimetro (la capacità di “vedere con chiarezza” della macchina fotografica obiettivo+corpo) con un sensore full frame, quello stesso potere di risolvenza perde un terzo su un sensore APS-C (più piccolo di un terzo), perché le immagini di quest’ultimo, a parità di stampa su un foglio A4 per esempio, sono zoomate digitalmente appunto di un terzo. Le coppie di linee diventano più grandi e quindi in un millimetro ce ne stanno un terzo in meno. Cosa fare, allora?

Il segreto? È la maggiore qualità

Semplicemente: Leica ha lavorato per fare in modo che i suoi obiettivi con baionetta L e il software della CL fossero in grado di risolvere immagini fino a 60 coppie di linee per millimetro. Un terzo in più, esattamente quanto basta per compensare il fattore di crop e avere l’effettiva risolvenza anche di un APS-C. E questo funziona anche con la Leica SL, che invece è un full frame, e che quindi aumenta il suo potere di risolvenza di un terzo rispetto alla concorrenza.

Quindi, mantenendo lo stesso numero di megapixel, la Leica CL risolve come una full frame, e la differenza, a detta dei tecnici di Wetzlar, si vede chiaramente sia rispetto ai concorrenti con APS-C che alle stesse full frame. Ancora, la Leica SL risolve praticamente come una macchina medio formato con obiettivo da 40 coppie di linee per millimetro, perché lei ne ha 60 coppie per millimetro e quindi “vede con più chiarezza”.

La migliore qualità ottica degli obiettivi Leica L e dei corpi macchina SL e CL (della TL in effetti non si parla ma dovrebbe essere su questi risultati) è molto interessante perché indica ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che i megapixel non sono l’unica unità di misura possibile per la qualità di una macchina fotografica. E che un sensore con annesso processore, per quanto buono, non fa molto se l’obiettivo che ha davanti è un fondo di bottiglia. E, infine, che gli obiettivi non si valutano basandosi sulla loro luminosità, cioè il numero di F/, ma sulla loro qualità ottica (assenza di distorsioni ottiche e aberrazioni cromatiche) e sul potere di risolvenza, cioè i valori indicati dal grafico MTF.

Quella di Leica è una piccola lezione di ottica fotografica, materia astrusa e che richiede una grande conoscenza della matematica per essere realmente compresa, ma che dimostra il coraggio e la determinazione dell’azienda ad essere non solo rilevante, ma un punto di riferimento nel mercato della fotografia, nonostante i piccoli numeri e gli alti prezzi dei suoi prodotti.

Post scriptum analogico

Un piccolo post scriptum, per gli amanti dei particolari e per chi ama gli obiettivi vintage: prima abbiamo detto che il potere di risolvenza di una pellicola è fisso e che si usavano pellicole speciali ad alta risolvenza. Sopra la qualità di una pellicola, sopra cioè la dimensione dei grani dei sali d’argento, non è possibile avere punti e quindi quello era il limite analogico della capacità di di risolvere una immagine nel mondo analogico.

Gli obiettivi giustamente non eccedevano (o se lo facevano, eccedevano comunque di poco) il potere di risolvenza delle migliori pellicole da test. Leica era famosa per questo, come la sua connazionale tedesca Zeiss. Ma erano comunque valori molto più bassi di quelli ottenibili oggi con i moderni sensori digitali. Per questo motivo valori di 40 o 60 coppie di linee per millimetri devono essere messi in proporzione anche con il potere risolvente degli obiettivi del mondo analogico.

Indicativamente, 30 coppie di linee per millimetro era già un grande risultato. I valori di oggi sarebbero quasi da fantascienza, anzi sostanzialmente inutili perché nessuna pellicola avrebbe mai potuto fermare immagini con questa risoluzione. Se oggi ha senso, tramite adattatori, utilizzare sul digitale i vecchi obiettivi vintage, non è tanto per la risoluzione, ma anche e soprattutto per la firma e il timbro unici, dettati da altre proprietà ottiche (i tipi di vetri impiegati, il livello di trasparenza, il tipo di aberrazioni e correzioni). Un mondo affascianante, ma estremamente complesso.