Apple smonta la tesi di Spotify sulle tariffe dell’App Store

Spotify paga ad Apple una commissione del 15% soltanto per lo 0,5% dei suoi 100 milioni di abbonati. La Mela smonta le accuse della piattaforma di streaming musicale: ostacoli che favorirebbero l'app della Casa di Cupertino.

Spotify doppia Apple Music con 100 milioni di abbonati paganti

Spotify paga ad Apple una commissione soltanto del 15%  per lo 0,5% dei suoi abbonati complessivi. È la risposta di Apple alle lamentele di Spotify sulle commissioni per l’App Store.

A marzo di quest’anno Spotify ha presentato denuncia alla Commissione Europea, accusando Apple di concorrenza sleale, in virtù delle regole dell’App Store che, a suo dire, penalizzerebbero alcuni sviluppatori privilegiando altri (Apple stessa).

La Commissione era in attesa della replica ufficiale di Cupertino, che prima ha risposto con un lungo e appassionato post pubblicato il 15 marzo e ora con nuovi dettagli che smontano in vari punti le affermazioni di Spotify.

Apple – riferisce C-Net – spiega che Spotify non paga il massimo della commissione pari al 30% per nessuno dei suoi abbonati ma  una tariffa inferiore, pari al 15%, per soli 680.000 abbonati al servizio premium del servizio di musica in streaming. La Mela in pratica evidenzia il contributo quasi nullo in termini di commissioni e la continua crescita di Spotify con le attuali policy previste dall’App Store.

Spotify paga una commissione ridotta perché (come Netflix) ha rimosso la funzionalità che permette di abbonarsi direttamente dall’app. Ad aprile di quest’anno  ha annunciato di avere 100 milioni di clienti paganti e i 680.000 abbonati che hanno attivato abbonamenti tramite l’app di Apple rappresentano in pratica solo lo 0.68% degli utenti paganti. Apple ricorda che la distribuzione del profitti è pari al 30% nel primo anno di iscrizione, ma viene dimezzata, scendendo al 15%, dal secondo anno.

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In risposta alle affermazioni di Spotify, Apple aveva già spiegato di avere collaborato in vari modi con l’azienda concorrente per aiutarla a portare il suo servizio su più dispositivi e piattaforme, riferito che l’azienda è liberissima di sviluppare app per i prodotti e le piattaforme di Apple e anche di fare concorrenza alla Mela.

Apple ha ricordato ancora che per l’84% delle app dell’App Store non riceve alcuna commissione per il download e l’utilizzo, che le app che generano guadagni esclusivamente tramite annunci pubblicitari –  come alcune delle più note app di gioco gratuite – non pagano nulla. Ancora: Le app per transazioni commerciali, che prevedono la registrazione dell’utente o l’acquisto di strumenti digitali al di fuori dell’app, non pagano nulla a Apple e che anche le app che vendono beni materiali, inclusi, tra i tanti, servizi di consegna a domicilio e trasporto privato, non pagano nulla.

La Mela ha già ribadito che la maggior parte dei suoi clienti usa la versione gratuita di Spoitfy, supportata dagli annunci, senza dare alcun contributo all’App Store. Una parte significativa dei clienti di Spotify proviene da partnership con operatori di telefonia mobile. In questo modo non viene generato alcun contributo per l’App Store, ma Spotify paga una commissione simile a rivenditori e operatori telefonici.

“Solo una minima parte degli abbonamenti a Spotify rientra nel modello di distribuzione dei profitti di Apple e Spotify chiede che quel numero venga azzerato”, aveva già spiegato la Mela. “Apple mette in contatto Spotify con i nostri utenti. Noi forniamo la piattaforma attraverso cui gli utenti scaricano e aggiornano l’app, condividiamo strumenti fondamentali per lo sviluppo di software al fine di supportare la realizzazione dell’app Spotify, e abbiamo costruito un sistema di pagamento sicuro (il che non è un impegno da poco) che fa sì che gli utenti si fidino delle transazioni in-app. Spotify chiede di mantenere tutti questi vantaggi tenendo per sé il 100% dei ricavi. Spotify non sarebbe quello che è oggi senza l’ecosistema dell’App Store, ma ora cerca di sfruttare la propria portata per evitare di contribuire al mantenimento di quello stesso ecosistema. Noi pensiamo che sia sbagliato”.