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Apple contro Samsung: ecco perché Samsung deve 2,2 miliardi di dollari a Cupertino

Nel nuovo processo Apple contro Samsung gli esperti chiamati a testimoniare per Cupertino hanno spiegato al giudice e alla corte come si è arrivati a calcolare il totale di 2,2 miliardi di dollari richiesto come rimborso da Apple. Secondo John Hauser e Chris Vellturro, entrambi economisti del Massachussets Institute of Technology, la somma è in parte dovuta come pagamento delle royalties sui brevetti Apple di cui si contesta a Samsung l’infrazione, in parte come rimborso dei mancati profitti di Apple dovuti alla scelta di milioni di utenti di acquistare un dispositivo sud coreano invece di iPhone. La sequenza di botta e risposta, riportata da re/code, dimostra il profondo divario di posizioni tra le due multinazionali, impossibile da risolvere con un accordo extra giudiziale. Viceversa i due colossi hanno impiegato pochi istanti per risolvere insieme un problema tecnico relativo al collegamento di rete dell’aula del tribunale.

Hauser ha presentato i risultati di una ricerca realizzata intervistando 507 acquirenti di smartphone e 459 utenti di tablet che punta a dimostrare come i brevetti Apple contestati e in generale la facilità d’uso di un dispositivo, resa possibile proprie grazie a queste tecnologie, influenzano le scelte di acquisto dei consumatori. In sostanza lo studio di Hauser punta a dimostrare che la violazione dei brevetti di Apple ha permesso a Samsung di vendere un maggior numero di dispositivi.

Ricordiamo che in questo secondo nuovo processo Apple contro Samsung, Cupertino richiede il risarcimento per 5 tecnologie: elementi di un messaggio di testo che diventano link, sincronizzazione in background dei dati, ricerca universale in Siri, funzione di autocompletamento del testo infine la funzione scorri per sbloccare. Secondo lo studio di Hauser si stima che gli utenti pagherebbero in più una somma compresa tra 32 dollari e 102 dollari per poter disporre delle funzioni coperte dai brevetti Apple. Il legale di Samsung ha risposto alla presentazione sostenendo che si tratta di una somma eccessiva, inoltre che lo studio non tiene conto del marchio, della presenza della tecnologia LTE, della durata della batteria e altri fattori considerati fondamentali dagli utenti, ma non inclusi nella ricerca dell’esperto di Apple.

Successivamente è intervenuto Chris Vellturro che ha fornito la stima esatta dei danni e dei rimborsi richiesti da Apple, pari a 2,191 miliardi di dollari. Questa somma è stata calcolata in base al numero dei terminali Samsung venduti che secondo Apple violano le proprie tecnologie, che sarebbero 37 milioni nell’arco di tempo che va da agosto 2010 fino alla fine dell’anno fiscale del 2013. Velturro ha precisato che durante questo periodo il mercato degli smartphone è cresciuto sensibilmente, inoltre che la prima scelta di uno smartphone da parte di un utente condiziona molto anche la scelta del secondo terminale, incrementando così ulteriormente il mancato guadagno per Apple insieme ovviamente ai mancati ricavi per le possibili royalties.

Il quarto giorno delle testimonianza del processo ha registrato diverse interruzioni e sospensioni richieste dal giudice Lucy Koh a causa di continui malfunzionamenti del collegamento Wi-Fi dell’aula, dovuto all’elevato numero di smarpthone, tablet e computer tra i presenti. Un avvocato di Apple ha proposto alla corte che le due parti in causa si facessero carico delle spese per fornire collegamenti di rete via cavo per la giuria e gli avvocati, indispensabile per realizzare le trascrizioni del processo. La proposta è stata accettata: in breve tempo Apple e Samsung hanno trovato un accordo per risolvere i problemi di rete del tribunale di San José. Diverso il discorso per un accordo in grado di interrompere le ostilità in aula: l’enorme differenza dei rimborsi richiesti, 2,2 miliardi da Apple, solo 7 milioni di dollari da Samsung, e la diversa importanza attribuita alle tecnologie e ai brevetti oggetto della contesa, dimostrano ulteriormente l’enorme divario tra Cupertino e Seul.

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