Home Macity Opinioni Apple, il coraggio di ascoltare

Apple, il coraggio di ascoltare

Steve Jobs amava citare Henry Ford: la battuta era quella dei clienti, che se uno gli avesse dato retta avrebbe dovuto cercare di fornire carri e cavalli più veloci, anziché inventare le automobili. La filosofia di Steve Jobs era basata sull’idea che non fosse necessario mantenere la compatibilità con il passato (anzi, che deve essere cannibalizzato per poter innovare), liberandosi da uno dei grandi vincoli che hanno per esempio rallentato per decenni Microsoft e ancora la rallentano.

Ancora, fornire automobili anziché carri più veloci vuol dire anche lavorare sui progetti facendoli sviluppare, come accadde con l’iPhone, che doveva nascere come iPad ma poi, visto che la tecnologia lo consentiva e i limiti dei primi processori oltre ai costi dei componenti come lo schermo lo imponevano, nacque come telefono e solo successivamente come tablet. Questo perché Apple ha sempre avuto l’ambizione di fornire prodotti “finiti”, cioè cose che non sono a metà strada, in fase di “beta perenne”, e che poi non vanno bene e si tolgono di torno da un momento all’altro, anche anni dopo. Questo è il principale limite di Google, che offrendo servizi dal cloud non ha l’attrito delle installazioni nei client degli utenti (non ci sono ritardi o versioni diverse da mantenere) ma sembra non decidersi mai a lanciare seriamente e stabilmente un prodotto. Perennemente in questo stato di flusso, di beta permanente.

La strada di Apple

Apple realizza i suoi prodotti a questo punto lavorando su una eredità ventennale, a partire dalla nascita di macOS che all’epoca si chiama Mac OS X, che le permette di raffinare, arricchire, portare avanti ma anche fare svolte improvvise e innovare in maniera sorprendente e sicuramente non chiesta dagli utenti.

Quando Apple ha lanciato l’iPhone gli utenti volevano migliori iPod, certamente, ma volevano anche la compatibilità con i telefoni degli altri: poter usare magari un Motorola (successe, fu un tragico errore), un Nokia, un Blackberry (all’epoca i coreani e i cinesi avevano un ruolo molto marginale nel mercato) così come facevano gli utenti Windows. Oppure poter usare una suite come quella Palm Desktop con i piccoli tablet che venivano chiamati PDA (Personal Digital Assistant) e che, con un tentativo andato male, cercarono di sbarcare nel campo della telefonia con prodotti come il Palm Treo oppure con la derivata Handspring Ve la ricordate? Vuol dire che siete vecchi.

Apple ha creato un sistema operativo da zero, grazie a Scott Forstall, che è stata una delle operazioni di refactoring di Unix più belle e meglio riuscite nella storia dei sistemi operativi in generale e di Unix-Linux in particolare. Nessuno ce l’aveva fatta sino a quel momento a ricreare partendo da un sistema desktop (macOS) un sistema mobile così bilanciato, ricco e completo come iOS. E poi?

Arriva Safari e non piace

C’è un nuovo Safari che sta creando parecchie discussioni. È stato presentato durante l’ultima WWDC ed è la ciliegina sulla torta dei nuovi sistemi operativo per Mac, iPhone e iPad. È un Safari che può essere provato anche nella versione Technology Preview su macOS per chi sta utilizzando Big Sur (macOS 14) e ovviamente per chi utilizza le versioni beta pubbliche o sviluppatori di tutti e tre i sistemi versione 15.

Apple ci ripensa: macOS Monterey riporta le vecchie schede su Safari

Apple ha lavorato per fare qualcosa di nuovo, non per rendere più veloce il carro con i cavalli. Però l’esercizio di design, come le è già capitato un po’ di volte in passato, è stato eccessivo. Sullo smartphone la navigazione è stata spostata in basso, mandando in tilt un decennio di memoria muscolare e cognitiva, nell’encomiabile tentativo di aiutare a raggiungere i comandi del browser con una mano sola, esercizio sempre più difficile con gli odierni telefoni-bistecconi.

Tuttavia, il nuovo posto non piace. Così come non piace la sintesi estrema per la gestione delle tab e i comandi per attuarle: le schede scompaiono nella stessa fila della barra degli indirizzi, mentre i bottoni esposti per fare le differenti attività vengono compressi dentro un unico simbolo di tre punti (…) pigiato a lungo il quale si può accedere a funzioni come Condividi, Ricarica, Copia, Aggiungi a elenco lettura, Aggiungi segnalibro, Aggiungi segnalibri per XX schede. Tutto insieme appassionatamente.

Apple ascolta e cambia

Apple, come sapete, ha ascoltato e ha cambiato l’impostazione di Safari, recuperando alcune funzioni e modalità d’uso precedenti. La scelta è stata fatta ovviamente perché l’azienda ha ascoltato ed ha ascoltato perché questa è la fase di beta pubblica del suo prodotto. Cioè non il momento nel quale si fornisce agli utenti un prodotto in versione apparentemente instabile per anni, ma quella in cui si cerca di capire cosa funziona e cosa no, sia delle tecnologie che delle interfacce.

Apple insomma ha messo in piedi un meccanismo che permette di valutare e comprendere il risultato di alcune scelte e di portarlo a termine. È una scelta metodologicamente corretta e coerente, ma c’è un motivo se sembra “eccezionale” il fatto che Apple “abbia ascoltato” e addirittura “fatto retromarcia”. Per le tifoserie dei malpensanti sembra addirittura l’ammissione di una sconfitta, l’ammissione di uno sbaglio che quell’antipaticona di Apple è costretta ad ammettere a furor di popolo. Le cose non stanno così.

Cosa sono le aziende e cosa sono le persone

Ve lo ricordate Tom Hanks da solo sull’isola deserta, naufrago che trasforma un pallone nel suo miglior amico per non impazzire e si dispera quando non può portarlo con se? Tendiamo ad antropomorfizzare tutto. È un istinto naturale delle persone: proiettiamo empaticamente le nostre fantasie e i nostri sentimenti verso altre creature viventi (gli animali domestici, ad esempio) o addirittura verso creature inanimate: dalle case alle automobili, dagli oggetti della nostra vita quotidiana sino alle aziende.

Con le aziende, secondo gli antropologhi, ci viene più facile perché c’è il marketing aziendale, lo storytelling, le spinte a cercare di trasformare i marchi in qualcosa di amichevole e gradevole. Abbiamo addirittura creato una finzione giuridica, che crea la “personalità giuridica”, cioè riconosce alle società una dignità in quanto tali, non come somma della volontà di alcuni imprenditori.

Per questo, probabilmente, in questa epoca di marketing aggressivo, di competizione di mercato sempre più serrata (ma la vita non è una gara) e anche di consumerizzazione molto forte, ci schieriamo in tifoserie pro e contro qualcosa. Sollevando bandiere e trasformandoci in “fan” (fanatici) schierati su spalti e sempre meno ispirati alle regole del fair play e di un semplice apprezzamento di quello che ci piace e per il quale paghiamo non poco. Dopotutto se anche gli inventori del fair play oltre che del gioco del calcio si tolgono la medaglia d’argento mostrando di rifiutare l’idea stessa di competizione, cosa dovremmo aspettarci dalle folle su Internet?

Le aziende però non sono persone, sono muri, uffici e fabbriche. Oppure, se vogliamo vederle da un punto di vista funzionale, sono strutture estremamente complesse da studiare e in cui i processi decisionali avvengono in modalità ordinata e altre volte caotica- E noi antropomorfiziamo comportamenti su una scala che non ammette antropomorfizzazioni. Cosa c’è dietro il cambiamento dell’interfaccia di Safari?

Come “gira” una azienda

L’organizzazione e i processi decisionali interni, la catena di comando e il flusso delle informazioni in un colosso come Apple, e come altre aziende di pari dimensioni, non è una cosa che può essere banalizzata. Non è legata alle idiosincrasie di Tim Cook o a uno o due ingegneri e designer particolarmente recalcitranti e incapaci di pensare le “cose giuste”. Soprattutto, anche se ammettiamo per un attimo che noi che stiamo sul divano abbiamo “ragione” e Apple “torto” a fare questo o quello, il motivo per cui avviene è più complesso e difficile da instradare verso una direzione “giusta”.

Strutture, comitati, dirigenti, responsabilità, ciurme. Al massimo ci immaginiamo, forse, un veliero con un equipaggio che esegue gli ordini se molto spaventato o particolarmente motivato magari dal capitano di turno che fa un gran bel discorso. Non è così. Apple, come Microsoft e Google, stanno in piedi non per un caso o per un miracolo ma perché hanno leader che hanno lavorato duramente a creare la struttura funzionale e ogni giorno la tengono in piedi.

Dietro a un nuovo apparecchio

Le decisioni che vengono prese internamente nelle grandi aziende sono quasi sempre sbagliate per mille motivi (paradossalmente anche quando sono giuste) e solo un costante lavoro di aggiornamento e rimessa in linea è quello che permette di avere una risultante, cioè il frutto della combinazione di spunti e spinte diverse, che va più o meno in una direzione strategica (che non è neanche detto sia quella giusta) decisa dai grandi capi.

Apple progetta computer e apparecchi PostPC la cui scocca deve andare avanti per tre anni, perché questo è il tempo necessario ad ammortizzare l’investimento sulle componenti e sulla linea di produzione. Non assembli una linea di produzione per fare 90-100 milioni di smartphone e sei mesi dopo la smantelli. Ogni passaggio a un paradigma diverso è un trauma che deve essere gestito e richiede tempo. Progettazione. Persone. Idee. Soluzioni.

Per questo quando esce un tablet o un telefono troppo sottile, o un Mac con una soluzione che non va bene, quel tablet, quel telefono o quel Mac rimane in produzione per altri due anni. Non pensiate che non ci sia gente che non si mangia le mani quando vede che ad esempio un MacBook Pro 15 ha una termica troppo schiacciata e non riesce a performare come si vorrebbe (e infatti poi è stato cambiato per il MacBook Pro 16, che è una delle macchine Intel più riuscite di sempre e speriamo anche di quelle Apple Silicon). Correggere un errore, correggere un prodotto che è cresciuto, come una pianta, in modo non ottimale, richiede tempo, soldi, fatica.

Dietro a un nuovo software

Il discorso cambia solo parzialmente quando si parla di tecnologie di base. I sistemi operativi in Apple durano 2-3 anni, anche se cambiano ogni anno. In realtà ci sono aggiornamenti più radicali e aggiornamenti più orientati a una ottimizzazione e affinamento. Tic-toc, come le lancette di un orologio. Senza contare che i sistemi operativi devono anche integrarsi tra loro (computer, tablet, telefono e cloud, perché iCloud è un vero sistema operativo con funzionalità e applicazioni cloud, anche se poco usate rispetto ad altri). Questo richiede un lavoro di progettazione e di scelte tecnologiche importanti.

Ogni pochi anni poi Apple ci mette una migrazione: passare da Intel ad Apple Silicon vuol dire riscrivere da zero e con logica diversa milioni di righe di codice, mantenendo al tempo stesso gli aggiornamento per la versione Intel. È estremamente complesso. Un gigantesco Sudoku che richiede un modello di pianificazione paragonabile a quello richiesto per lo sbarco in Normandia, solo che viene gestito costantemente, tutto l’anno.

E questo accade anche per i singoli prodotti, che sono modulari (le API esistono proprio per questo) ma nonostante tutto hanno altrettante complessità “relative”. Chi sviluppa questo tipo di cose deve prendersi carico di molti aspetti diversi, di possibili complessità difficili da risolvere, sbagli, false partenze. Quando una buona idea prende forma internamente non è detto che funzioni sul campo, che vada veramente dove si vuole che vada. Come diceva il generale Von Moltke, il migliore piano di battaglia poi si scontra con la realtà sul campo. Per fortuna che il software permette di fare qualcosa che per l’hardware non e possibile.

L’importanza delle beta pubbliche

Con il software si possono realizzare versioni funzionanti internamente, prive di orpelli ma giusto per verificare che il codice stia assieme: sono le versioni alpha. Chi le produce può così rendersi conto di come “gira” il nuovo software. E poi versioni “beta” che sono invece complete delle funzionalità principali ma ancora in uno stato liquido. Il senso della versione beta è vedere se non ci sono problemi, se le scelte prese sono giuste, se il software in questione ha tutto quel che serve. E soprattutto possono essere girare a chi si occupa di QA e agli utenti che vogliono fare da beta tester. Ecco la beta pubblica.

Non si cercano però solo dei bug tecnici ma anche problemi funzionali. E l’interfaccia di Safari è venuto fuori che è un problema funzionale per molti utenti. Al punto che Apple, dopo aver creato internamente una nuova versione del suo linguaggio visivo e averla declinata sul browser, adesso rimette in discussione quello che gli utenti forniscono come feedback e riprogetta elementi funzionali dell’interfaccia. Il tutto senza drammi e senza licenziamenti, senza atleti che si buttano per terra a piangere perché sono stati sconfitti o che rifiutano la medaglia del secondo posto.

È solo una interfaccia costruita attorno a una serie di metafore e un layout grafico che non piace e che per questo, in fase di beta testing, viene rivista. È tutto normale, non abbiate paura. Sul serio. Perché in realtà questo vuol dire che Apple utilizza correttamente l’idea di beta testing: propone delle tecnologie e delle interfacce per capire se funzionano come devono e, se i beta tester dicono che non vanno bene, li ascolta e prende provvedimenti.

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