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“Apple ha evaso tasse su 9 miliardi di dollari in 10 anni”: in Australia scoppia l’inchiesta iTax

In Australia scoppia il caso iTax: Apple non ha pagato le tasse su 8,9 miliardi di dollari di profitti. E’ questa la conclusione a cui arriva una approfondita indagine realizzata dall’Australian Financial Review: la testata finanziaria sostiene che per la prima volta è stato possibile esaminare registri e documenti contabili di Apple, esame che ha permesso di stimare l’importo dell’elusione fiscale effettuata da Cupertino dal 2002 al 2013.

Il meccanismo impiegato da Apple sarebbe lo stesso già emerso nelle precedenti indagini effettuate in USA e anche in diversi paesi dell’Unione Europea, tra cui Spagna, Francia e anche in Italia. Nessuna frode o comportamento illegale: Apple ha adottato un complesso meccanismo fiscale che imputando costi di ricerca, di marketing e imprenditoriali alla filiale Apple Sales International basata in Irlanda, e qui soggetta a un regime fiscale particolarmente favorevole, permette di trasferire i profitti generati dalla operazioni in vari paesi del mondo prima che vengano sottoposti alla tassazione locale. Il regime fiscale di Apple non violerebbe così nessuna legge ma riuscirebbe comunque ad eludere gran parte delle tasse dovute ai vari stati nazionali in cui opera con le proprie filiali, uno schema comune impiegato anche da altre multinazionali non solo del comparto ICT.

Senza entrare nell’esame dettagliato negli importi calcolati e stimati per ogni anno che va dal 2002 al 2013 per il business di Apple in Australia, il risultato finale del consistente divario reso possibile da questo schema fiscale non ortodosso, risulta evidente dall’ingente divario tra le tasse versate da Apple negli Stati Uniti e tra quelle invece versate per le operazioni a livello mondiale, in relazione al fatturato.

Apple ha dichiarato che nel 2013 ha versato in USA tasse per 12 miliardi di dollari, risultando così anche uno dei maggiori contribuenti del Paese, viceversa però le tasse corrisposte sulle operazioni all’estero, quindi per le attività in tutto il mondo (USA esclusi), ammontano a solamente in 1,1 miliardi di dollari. Non occorre essere esperti di finanza e contabilità per notare il divario oggettivo: negli ultimi bilanci di Cupertino il fatturato è generato per il 40% in USA mentre il restante 60% nel resto del mondo.

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Secondo i calcoli dell’Australian Financial Review la filiale in Irlanda che raccoglie i profitti di tutte le operazioni di Apple in tutti i paesi del mondo, negli ultimi 5 anni ha generato 112 miliardi di dollari di profitti: secondo i documenti consultati per questa indagine emerge che Apple ha pagato meno di 50 centesimi per ogni 1.000 dollari di reddito. Antony Ting, senior lecturer in materie fiscali all’Università di Sydney, ha già pubblicato una ricerca sul regime fiscale di Apple e ha soprannominato l’indagine in Austalia iTax, per sottolineare l’estrema semplicità che Apple ha adottato anche per l’elusione fiscale.

Apple Sales International e Apple Operations International non pagano tasse in Irlanda, secondo la legge locale, perché sono gestite e controllate in California. Le tasse però non vengono pagate nemmeno in USA perché qui non conta dove una società è gestita ma solo dove è legalmente registrata. Così i profitti che in Irlanda arrivano dall’Australia, ma anche da tutti gli altri paesi del mondo, non sono tassati o lo sono per una percentuale ridottissima. L’emendamento irlandese per chiudere questa falla permette comunque ancora alle società di poter scegliere la propria residenza fiscale, permettendo così una nuova scappatoia, indicando per esempio le Bermuda o un altro paradiso fiscale.

E’ certo che sentiremo ancora parlare dell’indagine iTax su Apple del dottor Ting perché verrà pubblicata entro marzo sulla British Tax Review. Nel frattempo l’iniziativa che finora è stata gestita dai singoli stati con indagini separate e, per il momento, nessun risultato, così come è avvenuto in USA, Irlanda e in diversi paesi dell’UE, sembra sia destinata a scalare presto a livello internazionale, forse con esito diverso. Da una riunione dei G20 avvenuta a Sydney, in preparazione per il summit di novembre a Brisbane, Australia, è partito un primo ultimatum: Apple, Google e Microsoft devono rivedere il loro regime fiscale. La scandeza temporale sembra piuttosto ravvicinata: “”Dal vertice di Brisbane (a novembre, ndr), inizieremo a praticare misure efficaci, concrete e sostenibili” contro l’elusione fiscale internazionale.

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