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Caso e-book: due economisti testimoniano a favore di Apple

Due economisti delle università CalTech e della NYU supportano Apple in termini di Amicus curiae ovvero un terzo soggetto che offre volontariamente il suo supporto a favore di una delle parti, nel processo sugli e-book supervisionato dal giudice Denise Cote. In più di 30 pagine, i due economisti affermano con documenti consegnati alla Corte d’Appello che concetti fondamentali delle legge antitrust, prove e ragionamenti cruciali sono stati “ignorati” dal giudice che ha esaminato il caso in questione.

Philip Elmer-Dewitt di Fortune riporta alcuni concetti espressi dagli economisti in alcuni paragrafi, evidenziando come questi siano riusciti a mostrare una visione “molto più chiara di quanto gli avvocati di Apple siano riusciti a fare” (e, per estensione, anche il Dipartimento di Giustizia statunitense) deliberatamente ignorando elementi chiavi che aveva provato la difesa, apparentemente senza una buona conoscenza sulle limitazioni del diritto antritrust e sulle dinamiche di mercato, “errori che rischiano di limitare la concorrenza, scoraggiando l’uso di tecniche della distribuzione contrattuale verticale, spesso essenziali per facilitare costosi e rischiosi investimenti necessari per entrare in mercati molto concentrati, un chiaro riferimento al precedente quasi-monopolio di Amazon nel mercato degli e-book.

Secondo gli economisti il giudice Cote ha omesso di considerare l’economia degli accordi verticali tra Apple e gli editori convenuti, nella quale “l’efficienza dei mercati è dipendente dalle imprese che agiscono nel loro indipendente interesse commerciale” e non ha mai considerato “prove e motivazioni economiche che accordi verticali erano nell’interesse commerciale di Apple per entrare nella vendita degli e-book, a prescindere che gli editori si fossero uniti in una cospirazione orizzontale”.

Studiosi di diritto e vari media concordano che il cardine dell’intero caso poggia su un malinteso della legge antitrust: che le parti “verticali” come i rivenditori (in questo caso, Apple), non possono far parte di una cospirazione “orizzontale” (quanto sospettato sia successo tra gli editori). Gli economisti affermano inoltre che “disposizioni degli accordi sulle questioni di agenzia, clausole MFN (la procedura secondo cui i paesi contraenti si impegnano ad accordare ai prodotti/beni provenienti da un paese estero condizioni doganali e dazi non meno favorevoli di quelle già stabilite negli accordi commerciali con un altro paese terzo) e massimali di pezzo possono essere strumentali nel facilitare le new entry in particolare nei mercati nei quali è presente una impresa dominante già radicata.

Gli economisti affermano che nel caso in questione la Corte Distrettuale ha “ignorato le prove economiche e il ragionamento che tali disposizioni erano nell’interesse di Apple per entrare nel mercato degli ebook, dove Amazon era un quasi monopolista”. Al momento del presunto complotto tra gli editori, Amazon (che vendeva volumi sottocosto per costruire un nuovo mercato per il Kindle) controllava oltre il 90% del nascente mercato, bloccando la concorrenza.

Dopo essere stata giudicata colpevole di avere tramato per alzare il prezzo dei libri elettronici, operando per colpire la rivale Amazon, Apple aveva subito affermato di voler ricorrere in appello. La sentenza della Corte distrettuale secondo la casa della Mela “soffoca l’innovazione, la concorrenza e danneggia i consumatori”. A suo dire l’arrivo di iBookstore ha “dato il via alla competizione in un mercato fortemente concentrato, aumentando i volumi, abbassando i prezzi e accelerando l’innovazione”. Portavoce di Apple avevano affermato che il giudice Cote aveva “ripetutamente” applicato norme giuridiche non corrette, portando a una “falsa conclusione” riguardo all’esistenza di una “cospirazione per stabilire i prezzi.

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