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Dieci anni di Mac OS X secondo chi insegna Sistemi Operativi: Franco Tommasi

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A dieci anni dall’uscita di Mac OS X Macitynet intervista il prof. Franco Tommasi (qui a fianco nella foto di Claudio Longo) da sempre appassionato cultore e pure insegnante del sistema operativo in campo universitario. 

Prof. Franco, come è cominciato il tuo interesse per Mac OS?

Be’, siccome dura da 25 anni, ti dico solo due parole se no la storia diventa troppo lunga. Incontrai un Macintosh Plus nell’86 allo CSELT di Torino (l’attuale Telecom Italia Lab) dove lavoravo come ricercatore nel campo della codifica di immagini con Leonardo Chiariglione (che ha avuto un ruolo primario nella definizione degli standard MPEG). Fu una folgorazione.

Fino a quel momento l’informatica non mi era piaciuta per niente (sono laureato in ingegneria elettronica e all’Università di Pisa e in quella di Gröningen dove svolsi la tesi l’avevo conosciuta solo da normale utente di computer). Mi era sembrata consistere principalmente nel mandare a memoria comandi, regole, istruzioni, un’attività decisamente lontana dalle mie aspirazioni del tempo. Quando vidi che menu, finestre e bottoni ricordavano per me, e che potevo usare l’intuito invece della memoria, mi accorsi invece che poteva essere gioco, creatività, divertimento.

E poi quando arrivò il primo “tuo” Mac?

Non passò molto prima che mi portassi sulle spalle dagli USA un Mac SE con una borsa apposita. Da allora credo di non aver mai atteso più di due anni prima di passare al modello seguente. L’altro giorno mi è capitato per le mani un vecchio listino Apple: erano davvero tanti soldi. Ma non li rimpiango, si è trattato sempre di investimenti redditizi. Se non altro mi hanno fatto entrare nell’informatica dalla porta principale.  Avevo l’opportunità di scoprire ogni novità prima degli altri e ciò, ovviamente, ha comportato concreti vantaggi nel corso degli anni.

Quindi devi al Mac se ti occupi di informatica?

Probabilmente si, ha avuto il merito di scatenare in me ammirazione, curiosità, divertimento, desiderio di emulazione. Tutti fattori importanti per impegnarsi in qualcosa. Prima di questa scoperta usavo i computer come strumenti per fare calcoli. Finii per appassionarmi e l’informatica diventò la mia occupazione principale. Dopo un’altra esperienza come ricercatore all’IRST di Trento nel campo della visione robotica (anche lì c’erano dei computer Apple) mi misi a cercare un lavoro che avesse a che fare direttamente con il Mac e andai a fare il responsabile dello sviluppo di una software house Mac-only.

Quale era la software house in questione? Non esistevano tanti sviluppatori ad occuparsi solo di Mac al quel tempo…

La software house era la Cigraph di Venezia che si occupava di CAD architettonico. Fu una bella esperienza di lavoro con dei programmatori di altissimo livello (ne venne fuori il programma CumTerra che ora si chiama ArchiTerra) ma ad un certo punto fui preso da un attacco di nostalgia per il mio Salento e mollai tutto per tornarci, direi al buio, senza rete. Non lo avevo affatto preventivato ma fui fortunato ed ebbi l’opportunità di collaborare con una facoltà di ingegneria informatica appena nata. Lì si trovò subito il modo di fare arrivare un certo numero di Mac Classic sui quali ricordo di aver fatto lezioni ed esercitazioni di programmazione.

Usavo il famoso THINK Pascal della Symantec.Un ambiente di programmazione che è rimasto per molti anni insuperato e non ha avuto rivali neanche sulle altre piattaforme (solo XCode, a mio parere, è riuscito a fare un vero salto di qualità dal punto di vista dell’interfaccia). Apple era ancora “Pascal-centrica” all’epoca. E io apprezzavo molto ciò.

Ricordo che alla MacApp Developer Conference del ’91 a Phoenix, mi misi a girare insieme a David Neal, autore di THINK Pascal, per raccogliere tra i partecipanti le firme che avrebbero dovuto convincere Apple a non abbandonare l’Object-Pascal in favore del C++ per il suo framework ad oggetti.

Nell’immagine qui sotto: Gianfranco Boccalon e Franco Tommasi, allora insieme alla Cigraph, nel giardino botanico di Phoenix, durante la MADA Conference del ’91

sCome è nata l’idea di usare Mac OS X per i corsi di sistemi operativi?

Guarda, io avevo avuto da poco l’incarico per quel corso (negli anni precedenti avevo insegnato Telematica, e, insieme a degli amici, anche avviato il primo ISP dell’Italia meridionale … ma questa è un’altra storia) e decisi, come è abbastanza comune per i corsi su questa materia, di basarmi su UNIX per i casi di studio e le esercitazioni. Avrei usato Linux, facendo accedere gli studenti ad una macchina centrale da una serie di iMac con System 9 che ero riuscito a mettere insieme grazie a dei progetti finanziati. All’epoca si usavano programmi tipo “Better Telnet” o “MacSSH” per disporre di un terminale.

L’uscita di Mac OS X mi offrì l’opportunità di prendere due piccioni con una fava e la colsi immediatamente. Gli studenti accedevano ancora al server Linux, ma potevano svolgere le stesse operazioni sul sistema locale della macchina.

Come prendevano la cosa gli studenti?

Non me ne parlare, dovevo far ricorso a tutta la mia fantasia per far digerire la scelta di insegnare Mac OS X. Stiamo parlando del 2001, cioè di un periodo in cui Jobs aveva già invertito la tendenza negativa per Apple ma ancora non tutte le cose erano tornate a posto. Per cui la visibilità della piattaforma era piuttosto scarsa. D’altra parte io sono sempre rimasto convinto che, anche nei suoi momenti peggiori, Mac OS fosse rimasto sempre superiore ai rivali. Magari non era forte negli “internals” ma, d’altra parte, chi lo era all’epoca? A meno di non rivolgersi ad una workstation Sun, ma con un ordine di grandezza più in su come costi.

Gli studenti all’inizio erano perplessi ma pian piano si appassionavano. In anni più recenti la musica è cambiata e mi capita spesso di avere studenti di altre facoltà che vengono a seguire anche senza voler sostenere l’esame. Per non parlare poi di coloro che arrivano perché desiderano muovere i primi passi nella materia spinti dall’interesse ai dispositivi mobili come iPhone e iPad (ma quello è un tema più vicino all’altro corso che tengo).

Le lezioni di qualche anno fa con protagonisti pure i “vecchi” iMac a schermo catodico

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Ci racconti come è organizzato il tuo corso?

Prima di tutto devo dire che attualmente tengo due corsi. Il primo è un corso della laurea triennale in “Ingegneria dell’Informazione” che si chiama “Sistemi Operativi”. Il secondo è un corso della laurea magistrale in “Ingegneria Informatica” che si chiama “Programmazione di Sistema e di Rete”. Nel primo introduco i concetti fondamentali dei sistemi operativi, dalla prospettiva di un utente che usa i tool offerti dal sistema per esplorarli. Mentre nel secondo espongo nel dettaglio l’interfaccia tra programmatore e kernel (le “system calls”).

Credo che il primo dei due corsi abbia un approccio alla materia relativamente originale. Normalmente i corsi di base nei sistemi operativi hanno un taglio molto teorico. Anche perché presuppongono che in seguito si abbia l’opportunità di passare alla pratica. In un ordinamento abbastanza compresso come il nostro (è ing. dell’informazione e non informatica, dunque devono trovare posto diverse materie non informatiche) questa opportunità è ridotta e l’approccio tradizionale rischierebbe di trasmettere ai ragazzi tanti discorsi ma pochi agganci alla realtà concreta della materia.

Fin dalla prima lezione metto gli studenti davanti al computer e gli mostro come usarlo per capire come è organizzato il sistema. Va da sè che questo approccio richieda la scelta a priori di un determinato sistema operativo su cui basarsi. Da questo punto di vista non credo di aver fatto niente di particolarmente originale scegliendo UNIX. La scelta, come dico sempre nella prima lezione, ha motivi tecnici, didattici ed etici. E’ anche piuttosto naturale che ci si orienti sugli UNIX più diffusi in ambito desktop (Mac OS X) e in ambito server (Linux). Il risultato è che i ragazzi si portano a casa non solo dei concetti astratti ma anche la capacità di fare concretamente delle cose, e questo li aiuta molto in altre materie e nella vita professionale.

In pratica come funziona questa combinazione tra teoria e sviluppo concreto? 

Mi spiego con un esempio. Mentre parlo dei processi, insegno ad usare i comandi ps, top, sample, vmmap, lsof ecc. per esplorarne le caratteristiche. Si potrebbe accostare la cosa alla differenza che ci sarebbe in un corso di chimica tra il trattare la struttura di un composto usando solo la lavagna o delle immagini e il portarne una quantità su un banco di laboratorio per osservarlo e analizzarne composizione e proprietà, in aggiunta alle descrizioni teoriche. In una seconda parte del corso poi mostro come utilizzare questi concetti e questi strumenti per raggiungere degli obbiettivi concreti (mediante lo scripting bash) e approfondire così ulteriormente la comprensione della materia.

Ecco l’aula in cui oggi si impara tutto sui sistemi operativi all’Università del Salento

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Che ruolo ha nei tuoi corsi Mac OS X?

In pratica, fin dal primo momento gli studenti hanno una finestra terminale aperta sul Mac OS X della propria macchina e una su di un server Linux. Ogni volta che spiego un concetto o un comando, sono invitati a sperimentarli in entrambi gli ambienti. Da questa pratica emergono le affinità e le differenze (e il fatto che le prime siano di gran lunga superiori rispetto alle seconde). Giacché ci sono, metto sempre in evidenza quanto ciascun aspetto sia o meno aderente agli standard del settore (SUSv3 e LSB nel nostro caso).

Sono convinto che questo confronto tra due varianti di UNIX abbia un certo valore. UNIX è il sistema più diffuso nell’informatica di fascia alta ed uno dei problemi di cui ha sempre sofferto è stata la frammentazione in famiglie differenti. L’abitudine a trattare con tale eterogeneità arricchisce il bagaglio professionale in maniera significativa.

Per il corso della magistrale, fatta salva la differenza dei contenuti, l’impostazione è essenzialmente analoga. Sempre a proposito del ruolo di Mac OS X nei miei corsi, concedimi un piccolo spazio alla vanità: mi piace mostrare agli studenti che dentro Mac OS X c’è una traccia del nostro lavoro. Se vai nel terminale e dai il comando “grep srdp /etc/services” vedrai che la risposta ti mostra il protocollo per la distribuzione multicast affidabile via satellite che abbiamo progettato nel mio laboratorio (SRDP, Satellite Reliable Distribution Protocol) che appunto è noto, attraverso il numero di porta e il nome, a Mac OS X.

Bel risultato!

Non quanto un’altra nostra grande soddisfazione: quella di essere stati i primi universitari italiani a firmare un Official Internet Protocol Standard (l’RFC 2961, http://tools.ietf.org/html/rfc2961, proprio nell’anno di introduzione di Mac OS X) che invece trova posto nei sistemi operativi dei principali router (cominciando da Cisco).

Torniamo all’organizzazione tecnica dell’aula: come vengono gestiti client e server?

Per quanto riguarda Linux tutto è remoto, di fatto si accede alla CPU di una macchina server e, se si vuole, si monta la propria home remota come volume Mac OS X sulla macchina locale.

Per Mac OS X gli studenti usano il sistema e la CPU della macchina che hanno davanti. Anche in questo caso la loro home è collocata fisicamente su di un server Mac OS X comune a tutti (ma è montata in /Users invece di /Volumes). Poi attraverso Apple Remote Desktop ho il controllo di tutte le macchine degli studenti. Sia quelle dell’aula in cui faccio lezione che quelle di un’altra aula nella quale vanno metà degli studenti per mancanza di spazio. Da quell’aula vedono quello che io vedo sul computer che uso per la lezione (e me, se occorre, in un angolino della schermata) proiettato su un maxischermo.

Qual è il ruolo di Mac OS X adesso nella tua università?

E’ una bella soddisfazione per me osservare che oggi la maggioranza dei tecnici informatici dell’Università del Salento lavorano con un Mac (e ho l’impressione che la stessa cosa valga per i miei colleghi di ingegneria). Tra loro c’è un buon numero di quegli studenti dei primi anni che allora, appena entrati in classe alla prima lezione, pensarono di essere capitati nelle mani di uno stravagante eccentrico. Prova a proporgli ora di lavorare con un altro sistema operativo! Ti guarderebbero storto. Probabilmente usano Linux per allestire dei server e Mac OS X per configurarli, manutenerli e qualunque altra operazione. Questa constatazione mi ripaga delle prevedibili critiche subite all’inizio, quando Mac e Linux erano i preferiti di pochi “fissati”, come si diceva allora. Va bene così: quando non si segue la maggioranza, quando si raccontano cose nuove, si paga spesso un prezzo. Anche questo è fare cultura e un’Università ha la missione di diffonderla, anche se ho l’impressione che chi ci governa non l’abbia chiaro (o, come qualcun altro pensa, che l’abbia anche troppo chiaro).

A quando i tuoi corsi su iTunes U?

La faccenda ha un sapore ironico per me. Come probabilmente tu stesso ricordi perché all’epoca lo pubblicaste su Macity, mettemmo online dei corsi su Mac OS X e tanti altri argomenti informatici ben prima che esistesse iTunes U (di questo ci ha dato atto anche Alberto Pian nel suo libro pubblicato da Laterza “Didattica col Podcasting”).
Poi però, all’uscita di iTunes U nella nostra università ci furono delle perplessità a riguardo del pubblicarvi dei corsi. La motivazione era che andava bene dare dei servizi “extra” ai nostri studenti, ma chi dall’esterno voleva accedere a tali servizi, avrebbe dovuto iscriversi da noi. Così non se ne fece nulla. Quest’anno però registrerò nuovamente il corso e chissà che l’orientamento non sia cambiato. Staremo a vedere.

Quando comincia il prossimo corso di Sistemi Operativi?

Mercoledì 30 Marzo alle 15.

In bocca al lupo a te e ai tuoi studenti!

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