Il Mac compie 25 anni ma il suo papà  non ci sarà  alla festa

Il 24 gennaio il computer più importante per la storia di Apple arriva al traguardo del quarto di secolo. Però la festa di compleanno che tutti si aspettavano, cioè il Macworld che comincia martedì, non vedrà sul palco Steve Jobs. Forse, però, un'altra piccola festa lo aspetta poco più avanti

Steve Jobs ha tanti pregi ma di certo non è un nostalgico. L’uomo ama guardare al futuro, non parla del passato (soprattutto del suo) e cerca in qualche misura di vivere momento per momento quello che la vita ci porta. La filosofia è ottima e sicuramente pagante, visti i successi che Apple è riuscita a raccogliere a partire dal 1997 quando il suo co-fondatore è tornato sul ponte di comando e ha ripreso le redini di una delle più importanti case mondiali di informatica ed elettronica di consumo. Peccato però per il buon vecchio Mac.

Sì, perché – sicuramente ai più appassionati non sarà  suffito – quest’anno segna un traguardo simbolicamente importante. Il Mac, anzi il Macintosh compie 25 anni. Un quarto di secolo per il computer che ha saputo rivoluzionare il modo in cui viene concepita l’informatica personale dandole quella forma che, grazie ai copioni di Microsoft, è diventata la norma. Un quarto di secolo e ancora tutta la voglia di andare avanti che Apple sta manifestando da 11 anni a questa parte, dopo il suo “Medio Evo”, il suo secolo buio durato 12 anni a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

Adesso il Macintosh compie un quarto di secolo e volendo guardare indietro pare incredibile il numero di trasformazioni che ha saputo compiere, sempre seguendo lo stesso filo coerente. In queste pagine digitali abbiamo più volte stigmatizzato gli errori di Apple, soprattutto nel periodo in cui alla guida dell’azienda c’erano uomini di valore che però non hanno saputo farla fruttare a dovere. Gli Amelio, gli Sculley e gli altri che hanno visto scivolare tra le dita il patrimonio costruito da Apple nei primi, rocamboleschi anni dell’Apple II, fino al lancio nel 1984 del Macintosh, lo strumento che è costato il posto a Steve Jobs ma che ha consentito alla compagnia di andare avanti per due lustri, primeggiando comunque nel mercato.

Spezziamo una lancia a favore del “Medio Evo” di Apple. Ricordiamoci che per molti di noi – tra quelli più “anziani” – la scoperta del Macintosh è avvenuta non sotto l’egida di Steve Jobs ma sotto quella di qualcuno dei suoi epigoni. Chi ha comprato Lc II, Lc III, Performa, Quadra e via dicendo lo ha fatto acquistando in realtà  nipoti e nipotini di quel primo Macintosh 128k lanciato nel 1984 grazie agli insegnamenti del mitico Xerox Parc, il laboratorio di Palo Alto dove alcuni tra i migliori scienziati informatici al mondo avevano concepito nei principali dettagli l’interfaccia a finestre, menu e icone e l’utilizzo del mouse inventato da Douglas Engelbart. Ma non è finita.

Come si potrebbe pensare di festeggiare i 25 anni del Macintosh senza ricordare anche il suo “padre naturale”, cioè Jef Raskin, il padre vero e proprio del Mac, quello che più di ogni altro, Jobs compreso (che allora fantasticava di un super-computer personale chiamato Lisa, dall’avvenire breve e non molto fortunato)? Antonio Dini ne aveva tracciato un profilo nel giorno della sua scomparsa e a quello rinviamo i nostri lettori.

Il Macintosh però non è stato solo una intuizione iniziale. Dietro al computer simbolo della casa della Mela c’è molto di più. Ad esempio, una filosofia che Steve Jobs ha saputo concepire e riprendere come se non si fosse mai interrotta, quando è tornato alla guida di Apple. Lui aveva fatto da levatrice al primo Macintosh, un computer “compatto” e trasportabile, dalle incredibili capacità . Una scatoletta potente adatta ai geni della nascente informatica (ah, quanti debiti ha la moderna cultura degli hacker verso Jobs e Steve Wozniak!) che addirittura parlava, e le sue prime parole furono di saluto per Steve Jobs e di avvertimento per il pubblico riunito il 24 gennaio di 25 anni fa in una sala dell’hotel Marriot di San Francisco: non vi fidate di un computer che non potete trasportare.

Era una frase densa di riferimenti, una vera e propria dichiarazione d’intenti a favore dell’informatica personale e contro quella dei colossi “Mainframe” soprattutto di Ibm, il vero cattivo di 2001 Odissea nello spazio (provate a cambiare Hal 9000 spostando le lettere del suo nome in avanti di una posizione nell’alfabeto, e ottenete Ibm 9000…). Una dichiarazione accompagnata poi dallo spot storico di Ridley Scott, il regista che era “esploso” con Blade Runner e che firmò lo spot trasmesso solo durante la finale del Super Bowl negli Usa. Quel mitico “1984” in cui si scopre che il 1984 non sarà  come il “1984” di George Orwell, perché un alato personaggio femminile, la lanciatrice del martello, scaglierà  il suo maglio contro lo schermo che ipnotizza le classi lavoratrici della nascente economia della conoscenza. Quello stesso spot che venne ripreso solo una volta, dallo stesso Steve Jobs, dopo un rapido maquillage di Pixar che ne aveva accorciato un paio di passaggi e inserito digitalmente un iPod alla cintura della ragazza, per festeggiare cinque anni fa i 20 anni del Mac e il successo del suo primo figlioletto, appunto l’iPod.

Il Macintosh ha avuto una brillante carriera scientifica (ad oggi è ancora uno dei computer più amati nei laboratori di biologia, chimica e fisica) e una altrettanto fantastica carriera cinematografica e televisiva. A partire dal quarto film per il grande schermo di Star Trek, Rotta verso la terra, nel 1986, in cui il compianto James Doonhan (cioè il signor Scott), inscenava un teatrino niente male cercando di dare ordini al computer di Apple parlando nel mouse, allo scopo di fabbricare quell’alluminio trasparente necessario alla costruzione del serbatoio con cui trasportare le balene megattere nel futuro, il Mac è stato protagonista di centinaia se non migliaia di pellicole. Usato grazie ad una straordinaria capacità  del marketing dell’azienda di lavorare gomito a gomito con Hollywood, innovando l’idea stessa di product placement, e grazie anche alla passione che molti registi e sceneggiatori hanno sempre avuto per il “loro” computer (non a caso, i primi software per scrivere specificamente sceneggiature sono apparsi proprio su Mac).

Il divorzio di Apple e Steve Jobs, durato 12 anni, è stato un momento particolare nell’evoluzione del piccolo computer della casa con la Mela. Lui è cresciuto un po’ selvaggio e sofferente, disperso senza più una figura paterna che lo indirizzasse, mentre Jobs si è “rifatto una famiglia”, anzi due. La seconda, Pixar, è stata un successo straordinario e oggi, dopo l’acquisizione da parte della Walt Disney ha fornito agganci e comprensione della filosofia con cui si lavora nel mondo dell’industria culturale di massa a Steve Jobs che vengono sfruttati ampiamente per iTunes store. La prima è stata la NeXT, dove Jobs ha cercato di rifare, anzi di continuare a fare quello che avrebbe voluto con il Macintosh. Il successo di pubblico proprio non c’è stato, ma quelli sono stati anni di maturazione che l’uomo ha saputo sfruttare in maniera costruttiva. E quando è tornato ad Apple, anziché sedersi al suo posto abituale con i soliti commensali, ha creato una inedita famiglia allargata dell’informatica, ibridando la tecnologia più esclusiva – cioè quella di Apple – con il codice di Unix nella sua variante open di Bsd, ovverosia Mac Os X. Una famiglia allargata che ha trovato nel sangue nuovo e nelle vecchie abitudini e nei vecchi pregi la capacità  di ibridare e innovare sempre di più.

Una leva sostanziale per questo salto di qualità  che è il nuovo Mac, nato dopo il ritorno di Steve Jobs, è stata la penna che ne ha disegnate le forme, cioè Jonathan Ive. “Jony”, come adesso ama farsi chiamare, è un minimalista più minimalista del re. Cioè di Steve Jobs. E ne ha saputo interpretare in maniera eccellente la filosofia che si rispecchia anche nel nitore e nella semplicità  essenziale del suo software. Linee pulite e materiali gradevoli al tatto, niente fronzoli od orpelli. Il Macintosh, sia esso fisso o portatile, risplende della capacità  di essere semplice ed essenziale. Vale la pena ricordare qui in conclusione quello che si diceva poco sopra: quando Steve Jobs nel 1997 è tornato ad Apple ha ripreso il filo del discorso esattamente da dove lo aveva lasciato. L’azienda era in crisi, lui ha chiuso tutte le linee di prodotti non essenziali (ad esempio, il Newton) e ha lanciato un nuovo Mac. Anzi, l’iMac: l’evoluzione naturale del Macintosh originario. Con coerenza, e con la capacità  ogni volta di migliorare ulteriormente.

Adesso che ha 25 anni il Mac è grande: primeggia nei portatili e nei fissi, ha due “figli” (iPod e iPhone) e una vita ancora molto lunga davanti, nonostante tutto il gran parlare che si fa di “cloud computing” (una filosofia assolutamente complementare a quella del Mac) e di media center. Campo quest’ultimo in cui, tra Mac mini e Apple Tv potrebbe forse arrivare quell’ibrido che, dopo 25 anni, rivoluziona anche il modo in cui si guarda la tivù… Beh, non mettiamoci a sognare, soprattutto non prima di un Macworld, il primo in cui Steve Jobs non guida la banda per la prima volta da molti anni. Apple sta cambiando passo ancora una volta, l’azienda della rivoluzione permanente cova e inventa altre genialate come solo lei sa fare, e la vecchia abitudine di emozionarci spingendoci a fantasticare la vigilia del Macworld come se fosse la notte di Natale non è certamente scomparsa.

Buon compleanno, caro vecchio Macintosh, e addio Macworld. Il ragazzo è cresciuto e non ha più bisogno del suo “tutore” che lo accompagni ogni anno verso il pubblico. C’è internet e forse ci sarà  anche una speciale festa di buon compleanno, tra qualche settimana, per scoprire ancora qualcosa di nuovo…