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Il sindaco di Cupertino vuole più tasse da Apple ma rischia grosso

Il sindaco di Cupertino alza la posta e vuole più tasse da Apple ma non tutti tra giunta e amministratori locali la pensano allo stesso modo: infatti con richieste troppo elevate si potrebbe ottenere persiono l’effetto contrario. VentureBeat torna sulla storia di Barry Chang, sindaco di Cupertino che vorrebbe più soldi da Apple evidenziando come la Mela sia la forza trainante della città, passata dai 3.000 dipendenti nel 2001, ai 16.000 del 2012 (in pratica il 40% delle persone che vive in questa città lavora in Apple); quando il nuovo campus sarà terminato, nel quartier generale di Apple si prevede lavoreranno 24.000 persone.

I 9,2 milioni di dollari che Apple paga annualmente in tasse, sono il 18% del budget cittadino, cifra che arriverà a 13 milioni di dollari quando il Campus 2 sarà terminato. Da Apple arriva il 9,6% delle imposte sui beni immobili, una cifra elevata rispetto all’1,21% del 2001 e con il nuovo campus questa percentuale si prevede sarà triplicata.

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Il sindaco Chang (e alcuni giornalisti) sembrano dimenticare che quando il progetto di Apple per la costruzione del campus fu approvato, Apple ha accettato a sue spese specifici piani per ridurre la congestione del traffico. L’accordo di sviluppo prevede 66 milioni di dollari per miglioramenti ai servizi pubblici intorno al campus e alla città (inclusa una pista ciclabile da 10 milioni di dollari e servizi per i pedoni), oltre a parchi per 3,7 milioni di dollari. Apple, oltretutto, ha accettato di accollarsi 35 milioni di dollari annuali di spese per provvedere in proprio al servizio trasporti per i dipendenti.

Non si capisce perché il sindaco di Cupertino di colpo nel 2016 si rende conto che la costruzione di un edificio grande quanto il Pentagono in una città di 60.000 abitanti potrebbe avere un impatto rilevante sulle infrastrutture cittadine. VentureBeat evidenzia che Apple ha da qualche anno accettato di pagare volontariamente più tasse; nel 2013 ha firmato un accordo fiscale accettando l’incremento delle imposte dovute alla città. Stando a un accordo siglato nel 1997, infatti, quando Apple era secondo alcuni osservatori data per morta, la città aveva concordato il rimborso di metà delle imposte sulle vendite.

Nel 2012, con la Apple che aveva generato imposte sulle vendite pari a 12,7 milioni di dollari, la città ritornò 6,2 milioni di dollari ad Apple. Nell’ambito delle nuove condizioni, Apple ha consentito di tagliare la riduzione del 35%, permettendo a Cupertino di guadagnare altri 1,8 milioni di dollari, cifra non di poco conto per una città che ha fondi pubblici annuali pari a 51.4 milioni di dollari.

Il nuovo campus di Apple in costruzione a Cupertino
Il nuovo campus di Apple in costruzione a Cupertino

Se troppo “vessata”, Apple potrebbe arrivare al punto di cambiare città, spostando 26.000 dipendenti? In un certo senso, sì: potrebbe spostare la residenza fiscale. In California le aziende hanno largo margine di decidere in quali città producono ufficialmente reddito. Se volesse, Apple potrebbe spostare alcuni suoi uffici a Palo Alto gestendo da qui le vendite e dicendo addio alle imposte di Cupertino (o ad ogni modo a una buona parte di quanto paga ora).

Scelte di questo tipo non sono estreme, e non sono mancate città che hanno proposto ad Amazon e altre aziende, uffici in differenti circoscrizioni. Nel 2011, ad esempio, la città di San Jose ha fatto una proposta del genere a Netflix spingendola ad abbandonare Los Gatos, evento noto come il disastro “Qwikster”, con un accordo che prevedeva lo scorporo dei servizi per lo streaming e l’affitto di DVD per corrispondenza. San Jose aveva offerto a Netflix il rimborso tra il 30% e il 50% delle imposte sulle vendite nell’arco di tre anni. Benché tentata, Netflix ha poi abbandonato l’idea facendo marcia indietro dopo le reazioni di borsa, analisti e osservatori vari preoccupati da qualcosa che avrebbe creato solo confusione e disfunzionalità.

Se Chang vuole più soldi, dice ancora VentureBeat, dovrebbe puntare il dito da qualche altra parte, all’amministrazione federale della California che dovrebbe inasprire le regole sulle vendite, colmare lacune esistenti, cambiare le imposte locali sulle vendite per beni materiali e servizi. Bisogna ad ogni modo prestare attenzione perché per quanto riguarda i servizi cloud, ad esempio, non sono poche le aziende che si spostano in stati diversi dalla California. Considerando che in generale l’hardware si vende sempre meno, non è da escludere che in futuro Cupertino possa essere tentata e guardare all’infuori dai confini a lei abituali.

Campus 2

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