Switch da Linux a Mac OS X

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Ricordate David Coursey, l’editorialista di AnchorDesk che per primo fece il famoso “Switch” da Windows a Mac, da principio per un mese, poi per tre, e arrivò alla conclusione che non voleva più abbandonare il suo iMac?
Bene, adesso David ci ritenta con Linux, e installa una copia di RedHat 7.3 per farlo diventare il suo sistema operativo di default per un pò di tempo e vedere cosa succede… scopriamolo insieme e utilizziamo l’occasione per degli spunti di discussione.

Il test inizia con qualche problemino di riconoscimento della scheda video durante l’installazione, ma alla fine Linux è pronto.
I primi risultati in sintesi? David scopre l’acqua calda (e ci perdonerà  se ci scherziamo un pò sopra…): Linux non crasha, messo su una macchina più potente di quella usata in origine è più veloce, è molto flessibile ma anche molto complesso.

Seriamente, alcune frasi possono essere condivise senza riserva: “Fino ad un certo punto, Linux è facile da usare tanto quanto ogni altro sistema più noto, ma passato quel punto le acque diventano profonde molto in fretta … anche Windows soffre di questa semplicità  solo fino ad un certo punto, però il punto è molto più avanti,” e ancora: “Una altra sfida per il potenziale desktop Linux è la scelta di quale Linux fare girare … ogni Linux funziona un pochino differentemente”
Per finire: “KDE è un buon ambiente di lavoro, anche se l’interfaccia utente non sembra sofisticata come quella di Windows”

La conclusione, dato il tipo di uso e di utente, è tanto scontata tanto quanto ragionevole: “Se quello che voglio è un sistema Unix, sceglierei MacOS X. Con i G4 sotto i 1100 dollari ci si compera non solo un sistema basato su unix ma anche un OS maturo che è facile da usare, cosa che Linux non credo sia … se dovessi dare un voto ai sistemi, MacOS X vincerebbe per la facilità  di uso e Xp per la usabilità  globale (basata sul maggior numero di applicazioni) .. poichè Os X offre gli stessi benefici unix di Linux, troverei difficile raccomandare Linux come desktop eccetto situazioni particolari”

Tutto molto condivisibile, ma la domanda è se ha senso anche solo proporre Linux come OS desktop: la stessa distribuzione RedHat usata nella prova, è chiaramente ed esplicitamente orientata al mercato server.

Del resto, oggi sia XP che OS X hanno raggiunto traguardi tecnici impensabili solo poco tempo addietro: multiutenza e musltitasking reali, gestione protetta della memoria, capacità  di indirizzamento di RAM enorme ecc. e la leggendaria stabilità  di Linux poco può in ambito workstation contro crolli accidentali del server grafico X-Window.

La dipendenza (come workstation) dal server X è il vero punto debole di Linux nell’arena desktop: X è nato molti anni orsono con un set di caratteristiche assolutamente innovative e che lo rendono ancora oggi all’avanguardia, basti pensare alla possibilità  di avere disegnato sul proprio monitor le finestre di una applicazione che risiede e gira su di un computer distante migliaia di chilometri.

Certo, Linux resta in piedi di fronte ad un crash o ad un blocco di server X, ma quanti utenti hanno ad esempio voglia e capacità  di loggarsi sulla macchina via telnet per ripristinare la situazione?
E soprattutto, è molto bello che il sistema resti vivo, ma se stavo effettuando un fotoritocco, il mio lavoro sarà  comunque perduto.
E ancora, il server X generalmente presente nelle distribuzioni linux raramente sfrutta al massimo le modernissime schede grafiche presenti sulle macchine attuali, e comunque porta con sè un certo overhead dovuto alle sue molteplici funzionalità , che in ambito desktop sono di fatto non sfruttate.

Queste carenze (che tali non sono, essendo scelte oculate, operate in un momento storico ben preciso e avendo in mente usi differenti da quello desktop), sono note, e sono nati alcuni progetti per sostituire X, ma tutti languono in stato di semi-abbandono: chi se la sentirebbe infatti di buttare a mare anni di applicazioni unix perfettamente funzionanti per imbarcarsi in avventure quantomeno dubbie?

C’è poi da parlare degli Window Manager, cioè dei veri e propri gestori delle finestre su Linux.
I Window Manager sono molteplici, e già  questo è causa di confusione per utenti non particolarmente avanzati, che certo beneficerebbero dalla dittatoriale imposizione di una sola interfaccia grafica, e soprettutto sono disegnati e creati da abilissimi e meritevolissimi programmatori, che hanno il solo difetto di essere esperti di computer.
Non abbiamo letto di alcun vendor Linux che annoveri a libero paga esperti di psicologia cognitiva o comunque guru della usabiltà . Linux è sviluppato da tecnici per tecnici, e si nota.

La stessa natura dell’open source rende poi assai probabile che un progetto attiri numerosi sviluppatori entusiasti nelle fasi di progettazione e costruzione della applicazione, ma, essendo generalmente il lavoro svolto su base gratuita, saranno molti meno coloro disposti a mettere mano al codice già  funzionante per limarne le asperità  di utilizzo.

Gli stessi problemi sono generalmente presenti nelle console di amministrazione e gestione della macchina, che sono di solito ricchissime di opzioni quanto caotiche e, talvolta, buggate (chi ricorda il terribile Linuxconf?). Alla fine, per effettuare un fine-tuning ben fatto di un sistema Linux il terminale occorre saperlo usare, e bene.

Il fatto che esista una miriade di distribuzioni è poi certo sinonimo di grande libertà  di scelta per l’utente, ma anche fonte di enormi disorientamenti negli utenti casalinghi, specialmente per quanto riguarda il software.

Noi siamo abituati ad installare un programma con un doppio click o addirittura semplicemente trascinandone la icona sul desktop, ma su Linux esistono programmi pacchettizzati ad esempio in formato .deb o .rpm, chiaramente compatibili solo con la loro distribuzione di riferimento (e non basta: RPM è usato sia da RedHat che sa Suse e molte altre, e lo stesso programma in rpm per RedHat non si installa su SuSE…).

Ci sono poi i problemi di dipendenze da risolvere prima di installare, e per finire diversi programmi debbono essere prelevati compressi tgz e compilati sulla macchina.

Da ultimo, non possiamo non ricordare che Unix nasce come sistema server, e come tale si è sviluppato ed ha prosperato fino a pocho tempo fa, e la sua tentata transizione verso il desktop è cosa recente e ardua, dovendo ribaltare completamente le ipotesi che ne stavano alla base.

In questa ottica è stato straordinario il lavoro di Apple, che al di là  della correttezza o meno della scelta di uno unix, è riuscita a mascherare una enorme parte del complesso sostrato di OS X ai suoi utenti, mentre i progressi di Linux in questo versante sono certo da rimarcare, ma altrettanto sicuramente non ancora paragonabili.

Allora torniamo al punto: ha senso Linux come sistema desktop?
Dove Linux è imbattibile è nell’arena dei server: la possibilità  di riciclare un vecchio P100 in un ottimo file server, o in un router, o in un server DHCP o DNS o mail o tutte queste cose assieme o molte altre ancora a costo zero, per quanti utenti si desidera e con aggiornamenti praticamente quotidiani è unica, e difatti il nuovo Xserve di Apple non avrà  vita facile con un simile avversario.

Parlando invece di desktop, se si ha piacere di smanettare e di imparare, la risposta non può che essere affermativa, tanto più che esiste la possibilità  di studiare e modificare il codice sorgente, ma se il primo e solo obiettivo è la produttività , fosse pur solo ludica, è ancora troppo presto rinunciare almeno ad un dual boot con OS X o Windows, e non basta la gratuità  di Linux a renderlo vincente in questo ambito.

E voi cosa ne pensate? Chi usa Linux come unico OS e chi, pur con un dual boot, lo usa massicciamente per compiti desktop?
Ne parliamo nella sezione Think Linux

[A cura di Marco Centofanti]