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Foxconn, la realtà  dei lavoratori raccontata da due italiani al di là  delle mistificazioni

Condizioni di vita  dure e un’organizzazione del lavoro rigidissima, ma anche condizioni di gran lunga migliori rispetto ad altre fabbriche tanto da renderla una dei posti di lavoro più appetibili della regione. E’ un quadro ricco di chiaroscuri quello che due giovani documentaristi italiani hanno fatto sui lavoratori della Foxconn, il colosso cinese che produce (tra gli altri marchi) i dispositivi Apple e che ultimamente  è al centro di forti polemiche sulle condizioni del lavoro. Una carrellata di ritratti che mostra una realtà più complessa rispetto a quella arrivata sui media occidentali, dove al di là della qualità del lavoro, emerge un tessuto sociale fatto di enormi periferie industriali e di giovanissimi migranti sradicati dai loro villaggi e che racconta di una questione sociale per capire la quale non ci si può  fermare a un giudizio semplicistico pro o contro Apple.

 A gettare benzina su un fuoco che non si era ancora del tutto sopito è stato nei giorni scorsi un servizio della Abc sulle condizioni lavorative alla Foxconn, ma è stato solo l’ultimo dei casi mediatici nei quali la situazione degli operai cinesi che producono l’iPhone e gli altri dispositivi con la mela (ma anche Nokia, Microsoft, Delle e altri), è stato al centro di violente polemiche. Anche in questo caso, di fronte alle stesse immagini realizzate dal giornalista Bill Weir, i commentatori si sono divisi in due: da un lato chi ha denunciato il lato oscuro e cinico di un’azienda che in nome del profitto non si preoccupa di sfruttare centinaia di migliaia di operai nei Paesi emergenti e dall’altro chi ha difeso Apple ricordando che alla Foxconn le condizioni sono di gran lunga migliori che altrove in Cina. Ennesimo effetto dell’alone di mistificazione mediatica che da sempre circonda la mela morsicata, reso ancora più fitto perché questa volta non si tratta solo di discernere se i rumors su un nuovo prodotto sono attendibili, ma di esprimere giudizi su temi che toccano la globalizzazione l’etica, la giustizia sociale in un contesto – quello americano, ma anche quello di casa nostra – dove proprio il dibattito pubblico sul lavoro è al centro dell’agenda (e quindi dello scontro) politico.

Per cercare di diradare un po’ questa nebbia ci siamo rivolti a Tommaso Facchin, giovane documentarista italiano che con Ivan Franceschini, ricercatore all’Università Ca’ Foscari di Venezia, un anno fa – quando il caso dell’alto numero di suicidi presso gli stabilimenti Foxconn è scoppiato sui media occidentali – hanno realizzato un reportage dal titolo Dreamwork China tra i lavoratori della fabbrica di Shenzhen, megalopoli industriale della regione del Guangdong, sorta proprio intorno alle nuove fabbriche. «Dreamwork China non è un documentario sulla Foxconn, né sulla Apple o su altri marchi occidentali che producono in Cina – esordisce Facchin -. Ci interessava la dimensione del lavoro più in generale e ci interessava raccontare questa nuova generazione di migranti, quelli nati dopo gli anni ’80. I lavoratori Foxconn sono i primi che abbiamo incontrato. Abbiamo conosciuto ragazzi giovanissimi, molti a malapena ventenni, che mossi da un grande desiderio di riscatto hanno lasciato alle spalle la loro provenienza contadina per cercare un impiego in città».

L’immagine di Foxconn come un opificio del XIX secolo simile a un libro di Dickens che hanno dato alcune testate occidentali è vera?

«Noi non siamo potuti entrare nello stabilimento. Dalle testimonianze che abbiamo raccolto possiamo dire che si tratta di una fabbrica in cui la pressione è sicuramente molto forte e i metodi di gestione del personale molto rigidi. C’è da dire però che quasi tutti i lavoratori la preferiscono ad altre realtà marginali dove i salari sono più bassi, i benefit scadenti e le garanzie scarse. Nel resto del nostro viaggio abbiamo incontrato lavoratori che fanno dodici ore al giorno senza contare gli straordinari e non hanno giorni di riposo, né permessi».

Il documentario è una carrellata di ritratti dei figli della nuova rivoluzione industriale cinese. Ma qual è il vero volto di questi giovani? Chi sono queste persone delle quali si parla nei servizi su Foxconn?

«I lavoratori Foxconn che abbiamo incontrato noi risiedevano per lo più nei quartieri dormitorio esterni allo stabilimento di Guanlan. La loro è una vita fatta di lavoro, sacrifici, spaesamento. Una vita non facile che però viene affrontata con motivazioni molto forti. Tutti loro sono convinti si tratterà di una fase transitoria, un primo passo verso una realizzazione di sé, verso un miglioramento delle proprie condizioni e di quelle delle loro famiglie. I loro momenti di riposo sono simili a quelli dei loro coetanei in altre parti del mondo: fanno shopping, giocano al computer o vanno su internet, cercano di passare il tempo in compagnia. Certo, l’ambiente in cui si muovono non è un ambiente facile: stiamo parlando di periferie industriali fatte di casermoni residenziali ripetuti all’infinito, con centinaia di migliaia di persone che vivono lì soltanto per lavorare. La lontananza dal nucleo famigliare, lo spaesamento, l’esclusione dalla città, la precarietà economica, le scarse tutele previdenziali, sono fra gli elementi che rendono la vita del migrante così dura in Cina e sono fra le cause che possono aver portato ai suicidi».

Che senso ha per l’occidente riflettere sulla condizione di questi lavoratori?

«L’impressione che ci siamo fatti in questi mesi in cui abbiamo portato in giro il nostro documentario in Italia e all’estero è che forse, in fondo, qui in occidente non siamo realmente interessati ai diritti dei lavoratori cinesi, alle condizioni in cui lavorano, alla dimensione sociale in cui si muovono. I media qui sono interessati soltanto a parlare di Apple e Foxconn in un loop che sembra infinito, come se la questione del lavoro in Cina si limitasse a questo. Se questo serve ad attirare l’attenzione, va benissimo, direi che ci siamo riusciti. Però magari è giunto il momento di allargare i riflettori e fare qualche inchiesta ad esempio su qualche azienda italiana che ha delocalizzato in Cina. Rispettano i salari minimi stabiliti per legge? Che tipo di tutele offrono ai loro dipendenti? Quali sono gli orari lavorativi? Rispettano la normativa cinese sui contratti di lavoro?».

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