Il triste limbo della musica classica sta finendo?

Quello che noi in Occidente chiamiamo musica classica (e che invece ha ramificazioni e significati diversi a seconda delle culture) è diventato un mistero. Il passaggio al digitale prima e al formato “disincarnato” della musica poi con gli mp3 e gli streaming ha travolto case discografiche ed etichette in abbondanza. Se è vero che l’80-90% della musica registrata su nastro e vinile non è mai sbarcata nel mondo del digitale, la percentuale di quella “classica” (facciamo riferimento al canone stabilito dai compositori storici e dalla musica tradizionale dei paesi Occidentali) è probabilmente ancora più bassa.

Cosa rimane di tutto questo? Il problema non è nel desiderio di ascolto, secondo ricerche che sostengono che il genere della musica classica è molto amato e persino studiato (dopotutto ci sono i conservatori e i corsi per apprendere gli strumenti musicali) ma le opportunità di consumo. Apple Music ha una percentuale veramente bassa e lontana purtroppo dall’aspetto tradizionale di ascolto e più orientata al video e alla performance registrata: ci sono un paio di centinaia di compositori (i grandi e molti minori) ma il catalogo è imbarazzante. E la stessa cosa accade se si guarda Spotify. Sono negozi e radio di musica mainstream, verrebbe da dire, tuttavia la domanda per gli utenti di questo mondo è fortemente negletta.

E non è detto che solo chi passa dal conservatorio si metta ad ascoltare qualcosa di più complesso di Per Elisa suonata con il sintetizzatore. L’appetito per i compositori classici e per le differenti registrazioni, molte delle quali con un fortissimo valore storico, è sempre alta. E adesso forse a un punto di svolta.

musica classica

La musica classica è sempre stata un angolo specializzato del business musicale, con una clientela esigente e pochi veri blockbuster. E il genere ha particolarmente sofferto nel passaggio allo streaming. Secondo Alpha Data, che fa monitoraggi del mercato americano, sebbene il 2,5% delle vendite totali di album sia costituito da musica classica (un crollo rispetto al 12% di venti anni fa), esso rappresenta meno dell’1% degli stream totali. Le due uniche aziende che gestivano il settore dello streaming sono la neoacquisita da Apple, Primephonic, e Idagio.

Con l’acquisto di Primephonic Apple infatti ha risposto in parte a una domanda che alcuni si facevano: che fine ha fatto la musica classica? La clamorosa “quasi rimozione culturale” di questo pezzo fondante della nostra storia è figlia di vari fattori concomitanti: da un lato la fine di una generazione ancora legata a questo tipo di ascolto, dall’altro l’avvento di generazioni meno abituate perché il tipo di ascolto è meno diffuso. E una grande difficoltà.

Perché Apple con l’acquisizione di Primephonic non ha semplicemente comprato un catalogo (per quello basta andare dalle etichette discografiche) o di una fetta di pubblico (perché gli abbonati al servizio sono già visibili sul mercato e in buona parte anche abbonati ad Apple Music o Spotify), bensì di una interfaccia e di un albero dei metadati costruito con cura e parsimonia. Attenzione, perché il discorso si fa complesso.

musica classica

L’avvento dei formati digitali, a partire dal Compact Disc negli anni Ottanta, ha portato con sé la possibilità di categorizzare la musica. E, assieme alle opportunità, sono venuti fuori anche i rischi e soprattutto i limiti culturali di chi fa questo genere di operazioni. Mentre i dischi tradizionali (cassette, nastri, lp) erano oggetti neutri di tipo analogico che poi venivano organizzati in più modi differenti, la musica digitale viene taggata e identificata tramite metadati. Che alle volte semplicemente non sono pensati per un certo tipo di struttura.

Ci se ne rese conto anni fa quando venne fuori che il mercato della musica dell’India, enorme e ricchissimo, era praticamente incompatibile con il sistema di tag e metadati pensati per la musica leggera occidentale, che ha fatto da base per i campi degli Mp3 e degli AAC. Il risultato? La visibilità delle informazioni e la loro cercabilità diventava bassissima.

Facciamo un passo avanti e andiamo alla musica classica. Come riportava il New York Times un po’ di tempo fa, gli algoritmi di Amazon, Apple e Spotify sono ottimizzati per raccogliere informazioni legate alla musica rock e pop, non a quella classica. E generano consigli o permettono di individuare brani di classica con maggiore difficoltà se non con zero risposte. Se ad esempio abbiamo Herbert von Karajan che conduce un’opera di Verdi con Maria Callas nel ruolo principale, chi è l’artista da inserire nel campo apposito? Se ancora oggi cercare “Requiem di Mozart” dentro Spotify, viene fuori qualsiasi cosa, certamente non una lista ordinata delle edizioni più interessanti.

musica classica

E non parliamo poi delle varie Siri, Alexa e via dicendo. I comandi vocali sono sempre più in evidenza e rendono l’uso degli smart speaker una delle poche certezze del futuro. Ma la musica classica non è taggata e organizzata in maniera tale da funzionare bene in questo ambiente. Non lo è proprio concettualmente, non si tratta solo di cambiare qualche metadato qua e là È inutile dire di avere decine di migliaia di brani se poi non si riescono a trovare e a suonare.

Insomma, se guardiamo oltre la semplice notizia di cronaca e scaviamo un po’ più a fondo, con una nuova versione della app di classica di Primephonic targata “Musica Classica Apple” che verrà rilasciata entro sei mesi, si capisce che l’operazione di Apple è più sofisticata di quel che non sembri. È una operazione pensata per ridefinire un mondo che stava sfuggendo tra le maglie della rete e del consumo digitale. Una operazione importante che potrebbe far uscire la musica classica dal ghetto nel quale sta precipitando.

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