Il pensiero di Tim Cook agli studenti italiani: le tasse, il prezzo dell’iPhone, la sicurezza, la vita

Dai dreamers al perché i telefoni di Cupertino abbiano prezzi diversi nel mondo, dalle tasse all’essere gay: ecco l’ultima parte del pomeriggio con Tim Cook, denso di temi e che rivela un leader forte e pacato

Le tasse, le tasse. Una questione insuperabile per qualsiasi incontro: anche per quello di Tim Cook con gli studenti di tutta italia raccolti a Firenze dall’Osservatorio permanente giovani-editori di Andrea Ceccherini. Ma anche una domanda fatta dalla moderatrice Maria Latella che Tim Cook non evita (nel pieno della discussione), che avrebbe potuto facilmente far passare in cavalleria. E che invece affronta di petto.

«Le tasse sono un problema complicato, con opinioni diverse», spiega. Il punto di partenza è un colpo ad effetto: Apple paga più tasse di tutti, sia in America che tra tutte le aziende del pianeta. «Ed è giusto che sia così perché siamo l’azienda tra le più grandi. Le paghiamo dove dice la legge, cioè dove produciamo più valore, è così che succede nelle normative per le grandi aziende multinazionali. Noi produciamo valore dove facciamo ricerca e sviluppo quindi in California».

Il punto, spiega con calma Cook, non è tanto il pagare, quanto dove farlo: in quali paesi, con quali proporzioni. Noi seguiamo la legge ma siamo anche fortemente e costruttivamente impegnati nel discutere lo sviluppo della normativa in modo che si raggiunga un equilibrio più equo per tutti. Però siamo fortemente contrari all’idea che questa nuova legge disponga anche per il passato: le norme devono disporre solo per il futuro e non possono agire retroattivamente su quello che si è già stabilito e sul quale si è agito di conseguenza».

Tim Cook non si nasconde, affronta qualsiasi domanda, dalla più ingenua alla più retorica sino a quelle ficcanti e provocatorie, mostrando davanti alla folla di più di mille studenti di liceo di tutta Italia la sua stoffa da leader tranquillo. Quella che Andrea Ceccherini interpreta come vera definizione di leader: «Cioè – dice Ceccherini – colui il quale è il custode della meta per il gruppo che guida».

Tim Cook non si nasconde nel raccontare la sua adolescente di giovane ragazzo povero e “diverso” nel sud degli Stati Uniti, figlio di genitori di pochi mezzi, quando ha continuato a insistere e sperare di incontrare altri come lui anziché sentirsi sempre solo e isolato. Un desiderio che, non demordendo bensì avendo fede, poi si è realizzato (“Sono fiero di essere gay, pur non essendo un attivista”, ha tenuto a ribadire). Oppure sognando di poter lavorare facendo quel che si ama, anziché lasciarsi portare dalle contingenze e situazioni della vita. Lavorando duro per ottenerlo ma senza mai arrendersi, con tenacia.

«L’ho imparato – ha detto Cook – anche da Steve Jobs, che era molto focalizzato su poche cose per volta, sia nel lavoro che nella famiglia, perché credeva nella perfezione e aveva alzato moltissimo l’asticella per la sua idea di eccellenza. Ho avuto il privilegio di una vita lavorando con un genio come lui, qualcuno capace di vedere dietro e oltre il prossimo angolo, capace di essere un mentore e un insegnante per me e moltissime altre persone».

Apple è anche l’azienda che crede nella formazione e nell’insegnamento e, spiega Cook, nella più generale idea di voler dare un senso positivo alla tecnologia, come qualcosa capace di lasciare un segno in positivo nella vita delle persone. Ed è ancora costruita sull’idea dell’armonia musicale di Steve Jobs: un’azienda in cui le persone sono come i membri di una orchestra o meglio di una rock band. Hanno talenti e strumenti diversi, complementari, che non si sovrappongono ma che creano invece armonia assieme.

Tim Cook a Firenze

Tim Cook spiega poi di non essere un uomo di potere in senso stretto ma di essere una persona che ha la possibilità di creare un movimento nell’acqua dello stagno, che se si muove davvero nella direzione giusta può creare un’onda che porta a cambiare le cose. È una visione diversa dal desiderio diretto e quasi brutale di lasciare una tacca nell’universo di Steve Jobs. Una visione più liquida, morbida ma non meno pervasiva e anzi, seppure a tratti indiretta, certamente potente. Dopotutto era Bruce Lee nelle vesti meno conosciute di filosofo zen a consigliare. “Be water my friend, sii acqua amico mio”, prendi la forma e la forza dell’acqua, capace di adattarsi o di sommergere, di riempire o di sfasciare tutto.

L’ambizione di Cook è avere il potere di autare in qualche modo l’umanità con i suoi prodotti e le sue azioni: per questo l’azienda è verde, ricicla, protegge la sicurezza e la privacy dei clienti. «Perché sappiamo che con tutti i nostri dati in giro nel mondo è molto importante e responsabile da parte nostra aiutare la gente a fare bene. Sono convinto che ogni generazione di persone ha la responsabilità di allargare la definizione del mondo: vogliamo dare loro gli strumenti per farlo».

Non è diverso come concetto dal giuramento dei capi indiani che Andrea Ceccherini ha ricordato all’inizio dell’incontro di Firenze: il mondo non ci è regalato dai padri ma prestato dai nostri figli e abbiamo la responsabilità di restituirlo migliore di come lo abbiamo ricevuto.

C’è spazio anche per spiegare che l’intelligenza artificale, categoria ombrello che racchiude molte cose diverse, farà cose incredibili per noi aiutando ad esempio il medico a diagnosticare le malattie oppure le persone che lavorano in ufficio a fare meno fatica e concentrarsi di più sulle cose importanti. «Perché sia buona – ripete come suo mantra Tim Cook – bisogna che ci infonmdiamo dentro umanità. È il nostor compito».

In maniera più prosaica Tim Cook spiega chiaramente alla studentessa di Torino perché gli iPhone costano apparentemente di più in Italia che in Germania e meno negli Usa. Il listino dei prodotti di qualsiasi azienda in America non include le tasse perché cambiano da stato a stato. Invece in Europa non solo ci sono aggiunte (ad esempio quelle sull’indennizzo della prevenzione di copia) ma anche costi di marketing e commercializzazione che variano da paese a paese. «Ma la ragione principale – dice Cook – sono le tasse. Avere prodotti con lo stesso prezzo ovunque piacerebbe moltissimo anche a noi perché ci renderebbe la vita molto, molto più facile».

Infine, una “toccata” anche sul tema di Wikileaks e di Snowden, il contractor dei servizi segreti americani che ha “liberato” tonnellate di informazioni riservate. È un tema delicato, molto polarizzato attorno a due opinioni diverse e lontane. Eppure dentro c’è una presa di posizione molto chiara su un argomento pragmatico e semplice: proteggere la privacy e la sicurezza dei nostri telefoni, strumento universale in tasca a ciascuno e potenziale debolezza in caso di attacchi terroristici o malversazioni. L’idea di una chiave universale per entrare in tutti i telefoni non viola solo la privacy ma è anche attivamente pericolosa, secondo Tim Cook che si è attivamente opposto a questa idea. Questo lo capiscono molto bene i servizi segreti di intelligence, meno le polizie locali, che però se si spiega bene ne intendono la sensatezza.

Infine una nota su un altro tema caldissimo negli Usa: i dreamers, i figli di immigrati che sono nati all’estero e sono arrivati negli Usa a uno-due-tre anni. Barack Obama li voleva cittadini americani, Donald Trump li vorrebbe buttare tutti fuori, Tim Cook ne ha centinaia in azienda e spiega: «Il nostro punto di vista è che l’America è stata fondata da immigrati. Sono qui per via degli immigrati, i miei antenati erano immigrati, a parte nativi americani, tutti erano immigrati. Questi ragazzini in particolare sono entrati senza poter prendere alcuna decisione e oggi  lavorano duro, pagano tasse, contribuiscono, sono amici e americani tanto quanto lo sono io. Vogliamo che sia data a loro la possibilità di restare in maniera permanente negli Usa».

Sulle note di Usa for Africa: “We are the world, we are the children” si è chiuso l’evento al Cinema-Teatro Odeon di Firenze.

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