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Perché è così difficile riparare iPhone a casa

Apple ha inviato i primi kit agli utenti per la riparazione “fai-da-te” degli iPhone, in particolare per cambiare la batteria, come richiesto dalla nuova legge americana. E sono arrivate due valigie per un totale di quasi quaranta chili di roba, che vengono “prestate” per una settimana e bloccano 1.200 dollari sulla carta di credito di chi le riceve (per evitare che le rubi o le danneggi).

E immancabili (per quanto immaginabili) sono scoppiate le polemiche. Vari autorevoli commentatori e critici di Apple hanno preso in giro l’azienda. Cory Doctorow, paladino dell’open source e nemico delle multinazionali di qualsiasi forma e colore ha commentato icastico su Twitter “Le galosce di cemento di Apple”. Ma non è stato certamente l’unico, anche perché tutto è nato da un articolo della rivista online americana The Verge (il cui ex direttore è stato recentemente assunto da Google) che fa giustamente vedere com’è fatto il kit di riparazioni.

Due valige da attrezzi con un’informata di pezzi e componenti, un ricco manuale che spiega le procedure passo-passo per smontare nel modo giusto iPhone, estrarre la batteria e rimettere assieme il tutto. Perché una cosa del genere quando iFixit smonta quotidianamente qualsiasi cosa? Dobbiamo fare un passo indietro.riparare

Riparare, spiegato e fatto bene

Attorno al 2009 un amico australiano venne a Milano a trovarci portando con sé il suo vecchio (già all’epoca) iPhone 2G originale. Al quale ruppe il display. Milano era dotata già all’epoca di una serie di negozi per le riparazioni “non ufficiali” (i famosi “Johnny ripara tutto”) e il nostro consiglio fu di andare a suo rischio e pericolo in uno di questi centri, visto che ancora non c’era un Apple store locale e ricorrere ad altri sistemi sembrava impossibile.

Per farla breve, la persona sino-italiana incaricata della riparazione per togliere il vetro infilò due apri-cassa da orologi ai lati e, facendo leva, di fatto piegò in maniera irreparabile il bordo della cassa in morbido metallo. Il vetro venne sostituito ma il telefono sembrava una specie di Frankenstein uscito da un brutto incidente.

Certamente oggi le riparazioni non si fanno più con quella forza e veemenza, ma in ogni caso anche i “grandi” come iFixit, che smontano in diretta tutto quello che capita loro a tiro, sono decisamente più bravi a disassemblare che a rimettere a posto come prima l’oggetto capitatogli in mano.

Perché il punto è proprio questo: è una riparazione, non uno smontaggio per vedere com’è fatto dentro. Il legittimo desiderio da parte dei bambini che vogliono diventare futuri ingegneri (o almeno, questa è l’idea) di smontare qualsiasi cosa per vedere com’è fatta dentro cozza con un’economia in cui si lavora per riparare, rammentare, far funzionare e possibilmente non rovinare il design e l’estetica di un oggetto che paghi caro perché funziona bene ma anche perché è bello. Il kit di Apple criticato da The Verge serve a questo: riparare per bene.

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Perché riparare iPhone è così difficile?

Quando negli USA è uscita la normativa per il programma di Self-Service Repair essa ha avuto fin da subito valore retroattivo, ma certamente non può andare a toccare quello che è già stato fatto nel mondo della fisica. E i principi con i quali sono stati progettati gli iPhone (e la quasi totalità dei gadget tecnologici telefonici, tablet, smartwatch e computer portatili) è storicamente completamente diversa.

Non si tratta di apparecchi “grossi” con viti a testa piatta tradizionali o magari bulloni con dato e controdado, brugole da svitare con una chiave dedicata per montare e fissare con due colpi ben assestati la scocca. No, perché i prodotti che hanno avuto successo negli ultimi dieci-quindici anni sono prodotti sempre più sottili, compatti, leggeri, capaci di piacere e di resistere all’acqua e alla polvere, dotati di design funzionale e fatti con materiali oggi riciclati quasi al 100% (nel caso di Apple).

Chi ha deciso che fossero così? Apple? Il governo americano? L’Unione europea? No, la verità che queste normative sembrano allegramente ignorare, così come i movimenti dei consumatori che poi si scopre rappresentano solo degli attivisti e la loro personale visione del mondo, sono stati votati dai mercati.

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Il voto del mercato

State tranquilli che se l’iPhone ultrasottile non fosse piaciuto e invece fosse andato un apparecchio modulare, grosso e fatto come il lego, da montare e smontare, oggi avremmo tutti a tracolla uno di questi telefoni assemblabili pret-a-porter e nessuno ci penserebbe due volte a chiedere ad Apple di fornire kit di riparazione per le sue “sogliole” di alluminio e vetro.

Invece, siccome il mercato, cioè i consumatori, hanno deciso che il design vincente non fosse quello anni Novanta di Nokia, Ericsson, Motorola StarTac o Blackberry con la batteria rimovibile previa apertura del guscio come se fosse una cozza da staccare, adesso c’è un problema.

Il problema per Apple è trovare una procedura industrializzabile (perché questo è quello che le aziende fanno) che consenta ai consumatori di aprire, cambiare il pezzo e richiudere il proprio telefono progettato per non essere smontabile e farlo in maniera tale che poi torni uguale. E fare in modo che questo sia possibile non a un tecnico specializzato o comunque a una persona che l’ha già fatto qualche volta, ma a una persona qualunque senza qualsiasi tipo di preparazione. A prova di idiota, insomma, perché sennò Apple deve pure risarcire l’anima bella che ha spaccato l’iPhone cercando di ripararlo con il kit dell’azienda e a quel punto pretende un risarcimento perché “le istruzioni non erano chiare”.

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A prova di idiota

Uno degli attacchi in rete contro Apple è divertente nella sua contraddizione logica. Scrive James Vincent, che poi è un troll che lavora per The Verge come senior reporter: “un incredibile esempio di “obbedienza perfida” da parte di Apple. Un risposta alle richieste di una maggiore riparabilità dell’iPhone, il suo nuovo servizio di riparazione automatica ti fornisce due enormi custodie di strumenti per sostituire una singola batteria”.

Certo, e infatti c’è chi osserva senza malizia che si aspettava che Apple spedisse un set fighetto di cacciaviti, tasselli e chiavi per aprire il telefono, e non 35 chili di strumenti in due valigie mollati sulla soglia di casa (la cui spedizione è a carico di Apple in entrambe le direzioni). Ma come osserva Arjun, “Sembra qualcosa che qualcuno direbbe se non sapesse davvero come realizzare prodotti di alta qualità, altamente integrati e con specifiche molto strette. Volevi ripararlo? Ecco, adesso puoi. Il diritto alla riparazione non è il diritto di rendere i prodotti schifosi”.

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In conclusione

Apple sta facendo una cosa apparentemente “poco Apple”. Come possibile che mandi un kit che non sia fighetto e leggerissimo, proprio come i cacciavitini che si comprano su Amazon per smontare e rompere una volta su due i nostri device preferiti? Com’è possibile che mandi 35-40 chili di roba in due valige, con trecento pagine di manuale?

La risposta è semplice: c’era un motivo se Apple preferiva cambiare l’apparecchio con uno nuovo (riciclando al 100% il vecchio) o farlo riparare da un tecnico specializzato nei suoi store e in garanzia. La risposta è che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Riparare un iPhone, progettato per essere compatto e sigillato da tutto il mondo in maniera tale da essere sottile, potente e affidabile, è un’impresa titanica.

Apple tuttavia è riuscita a creare un meccanismo per farlo, che tiene conto della più grande debolezza del sistema al quale deve obbligatoriamente aderire: l’utente finale. È come se chiedessero a Rolex di fornire un bancone da orologiaio e tutti gli strumenti non solo per smontare un orologio, ma anche per cambiare e lavare le componenti, assemblarle di nuovo e via dicendo. Oppure, chiedere a Ford di far smontare ai clienti un motore o un cruscotto di una sua auto e ripararlo.

Immaginate come sia facile farlo con una macchina di oggi, che contiene decine di computer e blocchi sigillati di componenti che possono solo essere staccati e cambiati in una autofficina autorizzata che è grande, beh, almeno come due o tre box auto. E a questo punto chiedetevi pure: Apple ha fatto un piccolo miracolo oppure sta prendendo in giro i suoi clienti e il legislatore americano? Secondo noi la riposta è abbastanza chiara, almeno per chi non è in malafede o particolarmente poco sveglio.

Per ulteriori dettagli sul programma Self Service Repair di Apple rimandiamo a questo articolo di macitynet: invece in questo articolo abbiamo parlato del negozio ufficiale Apple di parti e componenti originali.

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