WWDC 2018, non s’interrompe così un’emozione

Troppo frammentato, troppo analitico, senza storytelling: quel che è mancato sul palco di San Josè non è stato l'hardware, ma la passione e l'emozione

Ci siamo, come sempre la WWDC 2018 è venuta e se ne è andata. Un’altro anno è passato, e abbiamo visto che le novità ci sono, anche se non tutti sono contenti. Perché in molti si aspettavano cose irreali (ne abbiamo parlato qui) ma alcuni si aspettavano anche cose semplicemente improbabili che, in effetti, non si sono materializzate. Peccato, ma c’è una logica. E, se avrete voglia di seguire il ragionamento qui sotto, la sorpresa è ancora più amara di quel che ci si potrebbe aspettare, nonostante siano tutte buone notizie almeno dal punto di vista del software.

Cominciamo da cosa è mancato secondo molti osservatori e appassionati: l’hardware. Completamente. Tim Cook l’ha detto all’inizio dell’incontro: parliamo di software, parliamo dei sistemi operativi delle quattro piattaforme di Apple. E ha chiuso la porta in faccia a chi si aspettava MacBook Pro, Mac Pro, iPad Pro e qualsiasi altra cosa fatta di atomi e non di bit.

Invece, c’è stata un’abbondanza di software: più di quanto possiamo immaginare, più di quanto possiamo semplicemente processare. E infatti gli sviluppatori sono stati una settimana farsi spiegare tutto quel che c’è da sapere sia delle tecnologie cloud (Siri) che di quelle trasversali (ARKit), oppure ottimizzate sulle singole piattaforme.

E poi ci sono i sistemi operativi. Che cercano di mettere una toppa ai problemi e i bug dell’attuale generazione 2017-2018: instabilità, cose che non funzionano, dettagli che non tornano, particolari sbagliati che infastidiscono. Sia macOS che iOS per adesso non sono al massimo e la sensazione è che, come al solito da qualche anno a questa parte, le cose da portare a termine in Apple siano più complicate che mai. Forse troppa gente, forse troppe teste pensanti coinvolte nei progetti, forse troppa burocrazia. L’azienda si espande alla velocità della luce, il nuovo campus è già troppo piccolo, servono spazi e persine nuove, i team diventano enormi, si aggiungono sotto-team, altri gruppi e gruppetti. Alla fine, per cambiare qualcosa nel codice in maniera coordinata con tutto il resto probabilmente serve davvero troppo tempo, un anno solo non basta.

WWDC 2018, non s’interrompe così un’emozione

Ma non c’è solo questo, ovviamente: i computer e gli smartphone/tablet sono prodotti già più che maturi. C’è poco da aggiungere, se non modi per automatizzare ancora di più le funzioni: intelligenza artificiale, scorciatoie, sistemi per interfacciarsi con ambiti nuovi (realtà aumentata, domotica, internet delle cose, smartwatch). Ma le cose di base ci sono tutte e sono stabili: non aspettatevi più nuove gesture, nuove interfacce, rivoluzioni di quel che esiste se non massaggi e maquillage grafici, cambi di colore, cambi di stile e design. La sostanza ormai è quella o così sembra.

Cosa che peraltro introduce un nuovo problema soprattutto con iOS: il sistema operativo più diffuso del mondo Apple, la chiave di entrata nell’ecosistema Apple, non è mai stato così ricco, ha molti bachi e ottimizzazioni da fare (e iOS 12 lo farà) ma soprattutto è diventato parecchio complicato. Non per chi già lo usa, ma per chi ci arriva ex novo adesso. Perché, anche se il mercato è saturo, la differenza con Android ora è impegnativo e il passaggio per chi è sempre stato dall’altra parte della barricata (o, caso però molto meno comune in un mercato oramai saturo e di sostituzione almeno in Occidente, non ha mai avuto uno smartphone prima) non è indolore.

Apple lavora per rendere la privacy più pervasiva (Safari blocca tantissimo, niente più fingerprinting, via all’integrazione con Facebook e Twitter direttamente dal sistema operativo) ma lavora anche per potenziare sistemi che ancora non hanno presa, come i kit di realtà aumentata dei quali ormai parliamo da tre anni in maniera sempre più convinta ma i cui risultati ancora sono lontani dall’essere visti. Nel senso: nessuno usa veramente i propri smartphone per cose di AR in giro per la strada o a casa. Ci sono nicchie, certamente (c’è anche chi gioca con Second Life), ma non siamo entrati ancora dentro Blade Runner. Per fortuna.

Però qual è la conclusione che possiamo trarre sul keynote della WWDC? Quale strada ci sta indicando Apple. Se permettete una nota, una osservazione da cronista che ricorda ancora i keynote del nuovi millennio per averli visti più o meno tutti in prima fila, quel che manca è lo storytelling. Una narrazione forte capace di dare senso e direzione. Non perché non ci si provi, ma lo stile corale e frammentato voluto da Tim Cook ha questo come limite: non affabula.

Sicuramente l’affabulazione non è la caratteristica saliente di Tim Cook, ingegnere gestionale per formazione (l’antitesi del commerciale capace di vendere gelati agli eschimesi) ma la scelta di riorganizzare in maniera sempre più analitica i keynote, adesso anche con la partizione fra le quattro aree dei sistemi operativi, introduce una meccanicità che spezza qualsiasi emozione. Troppe persone sul palco a parlare, troppi stili diversi, la difficoltà di suddividere le cose che sono presenti su tutte le piattaforme, l’incapacità di dare un senso alla direzione in cui si sta muovendo Apple. Perché il problema è questo: il capitano della nave non deve presentare agli investitori o agli sviluppatori quali sono le diverse cose che si stanno preparando, ma deve invece preparare un racconto che emozioni, che porti il senso della sfida, l’ambizione dei risultati, la sorpresa delle soluzioni trovate, la passione di chi ci lavora.

Non aiuta la narrazione neanche il gobbo che si è rotto, con tutti che incespicavano durante le presentazioni, ma che davano anche la sensazione di non averle preparate sino alla fine, di non averle viste e riviste per decine di volte, per settimane, come Apple era famosa fare in passato. Script preparati da faraonici uffici di comunicazione, con talentuosi ghost writer capaci di trovare la voce di ciascuno dei personaggi coinvolti? Se riguardate il video della diretta in inglese, gli scivoloni e le micro correzioni sono una costante, così come il tenere gli occhi inchiodati sui gobbi, i teleprompt che fanno scorrere il testo da leggere. Ci sono sempre, ma se il discorso è stato provato e riprovato viene via naturale, come se uno lo stesse veramente improvvisando sul palco. Questa volta non è stato così.

Altro che hardware, alla WWDC è mancato lo storytelling e molto dello spirito dell’interpretazione. Il resto è solo una lunga, quasi infinita lista di funzionalità tecnologiche. Dov’è l’emozione?