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È finita l’età dell’oro per lo shareware?

Chi scrive alla fine degli anni 80 accumulava floppy disk da 3 1/2 per il suo PowerBook 100 e poi per il suo LCIII. All’interno, pezzetti di software (incredibile che potessero essere software così piccoli, visto che un dischetto ad alta densità conteneva 1,4 MB di informazioni) chiamati freeware e soprattutto Shareware, una parola magica nata in ambiente Macintosh per indicare piccoli software che si potevano usare liberamente. Per alcuni bastava pagare una piccola mancia (la “tip jar”) oppure mandare una cartolina oppure qualcosa di “figo” a scelta del cliente per posta.

Lo racconta James Thomson, lo sviluppatore che, millenni fa, sviluppò prima PCalc (nato nel 1992 e tutt’oggi disponibile e anzi rinnovato di fresco) e poi DragThing, la striscia che faceva da launcher per il Finder secoli prima che comparisse il Dock su Mac OS X, e che è andata definitivamente in pensione l’anno scorso.

Ricorda Thomson, che distribuiva il suo software tramite il gruppo Usenet “comp.sys.mac.apps” e poi sul gruppo ftp InfoMac, che aveva battezzato il suo software “coolware” chiedendo poi agli utenti di mandargli qualcosa di fico. Nel corso di dieci anni sono arrivate cose incredibili a casa di questo sviluppatore americano, che ha capito che poteva chiedere soldi solo quando una grande azienda, che aveva adottato DragThing nel 1996 come strumento per tutti i Mac interni, chiese di poter pagare soldi veri per ragioni di contabilità.

Moltissime delle app di quell’epoca non ci sono più, anche perché all’epoca una app “free” non voleva dire che eravamo noi utenti il prodotto. E lo shareware imperversava, con una economia di scala che permetteva a un gruppo piuttosto nutrito di sviluppatori Mac di tutto il mondo, Italia inclusa, di sviluppare in santa pace e con qualche certezza economica. Tra le app sopravvissute, come non citare oltre a PCalc anche BBEdit (1989), da poco arrivato alla versione 13. Oppure Fetch (1998) e GraphicConverter (1992). Nel 2007 è arrivato l’iPhone e nel 2008 l’App store, ed è cambiato tutto.

È finita l’età dell’oro per le app?

Intanto, è cambiata la possibile attitudine degli sviluppatori, che adesso sono chiusi dentro le regole della sandbox di Apple, ottima per la privacy e la sicurezza, un po’ meno per la capacità di trovare soluzioni interessanti nelle mani di coders ingegnosi e capaci, e comunque tutto questo accade sempre sotto la spada di Damocle dell’effetto Sherlock/Watson, dagli sviluppatori della app che poi è stata doppiata dalle funzioni del sistema operativo di Apple e quindi diventata ridondante e inutile: Watson, Konfabulator, iPodderX, Sandvox, Growl, F.lux. Un rischio anche di recente tramutatosi in realtà per gli sviluppatori del duplicatore di monitor Mac-iPad per via di Sidecar, che però con intelligenza hanno trovato un’altra strada duplicando lo schermo di un Mac in un altro.

Poi è cominciata l’era della democrazia assoluta, quasi comunismo: tutte le app nello store, il prezzo più alto all’inizio era di 99 centesimi oppure gratuite, e questo ha creato abitudini e modelli di sviluppo del software completamente diversi. Il gaming alla portata di tutti ha ucciso uno dei settori con il più alto valore aggiunto, creando economie completamente differenti per i produttori di giochi che non guadagnano più 70–80 euro a gioco per console ma un euro o poco più. E spesso monetizzano i dati delle persone o permettono un altro tipo di attività.

È iniziata infatti l’epoca degli acquisti in app, che ha cambiato però il mercato rispetto all’intenzione di creare lo Shareware 2.0. Gli acquisti in app hanno fatto uscire app monche che possono funzionare comprando parti interne che poi sono diventati contratti di sottoscrizione, aprendo la terza fase della vita sullo store.

Gli abbonamenti per usare una app, quelli per i quali Spotify ha portato Apple di fronte al tribunale della Unione europea, sono una invenzione che sta trasformando ulteriormente il modo con il quale si consumano le app soprattutto su mobile. Abbonamenti fin dall’inizio o comprati ex-post come acquisti in app permettono di accedere a periodi di utilizzo che sono peraltro vincolati anche dalla voglia dello sviluppatore di portare avanti la sua app e dalla possibilità per questa di funzionare con i cambi di paradigma tecnologico di Apple (da una versione all’altra del sistema operativo).

È finita l’età dell’oro per le app?

L’App store ha tolto completamente la relazione tra sviluppatori – soprattutto quelli piccoli – e il loro pubblico, lasciando all’intermediazione della piattaforma di vendita, che controlla completamente il sistema operativo integrato con gli apparecchi cioè Apple, la possibilità di gestirla. I commenti e da poco tempo anche le eventuali risposte degli sviluppatori sono universalmente considerati un rallentamento allo sviluppo di relazioni più armoniche con chi crea la app, soprattutto visto che Apple non dà alcun nome o indirizzo ai programmatori dei clienti app store quando comprano le loro app.

App brillanti e moltissime app meno brillanti sono quelle che popolano lo store, e che si fanno pagare spesso in modo secondario ma continuo per poter funzionare. Con una riduzione della creatività e un gioco sempre più orientato alla monetizzazione immediata, anche perché l’ambiente è fortemente inflazionato (ci sono milioni di sviluppatori) e il modo per “venire fuori” è molto complesso e spesso fuori della portata dei singoli sviluppatori indie e indipendenti, che magari sono geni del computer e della documentazione ma un po’ meno del marketing e soprattutto delle relazioni esterne.

L’età dell’oro degli sviluppatori, quella fatta di poche app artigianali sviluppate in contesto altamente creativo e in cui regole di fair play aiutavano a rispettare le regole del gioco senza bisogno di costruire steccati e barriere artificiali sembra essere tramontata per sempre. Non ci sono altri ambiti nei quali venga in mente un possibile sviluppo del software in maniera altrettanto genuina, mentre nel grande store del cloud prevale il software di servizio (app per fare altre cose) oppure di quello industriale e altamente speculativo.

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